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Il dolore non si misura

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C’è una forma sottile di violenza che spesso si traveste da conforto: quella di chi, davanti al dolore altrui, lo misura, lo pesa, lo confronta. Come se la sofferenza fosse una competizione invisibile dove vince chi ha perso di più. Ma il dolore non si confronta: si ascolta. Non si somma né si sottrae, perché ogni ferita ha una propria topografia, un suo linguaggio segreto, un paesaggio che chiede solo di essere abitato con rispetto.

Chi soffre per un abbandono non ha bisogno di sapere che altri sono stati anche traditi; chi riceve una diagnosi infausta non trae sollievo nel sapere che qualcun altro sta peggio; chi piange una perdita non trova conforto nel confronto con un lutto più grave.
Ogni dolore è un microcosmo che domanda un testimone, non un giudice. Un orecchio capace di reggere il silenzio, non di riempirlo.

Ne Il Piccolo Principe, Antoine de Saint-Exupéry ci ricorda che “non si vede bene che col cuore”: e il cuore vede solo quando non compara. Rainer Maria Rilke, nelle sue Lettere a un giovane poeta, invita a “vivere le domande”, perché le risposte, troppo presto date, impoveriscono la vita.

Così anche davanti al dolore: occorre restare nella domanda, nel mistero che esso custodisce, senza affrettarsi a placarlo.

Dal punto di vista psicologico, il bisogno di “mettere in prospettiva” la sofferenza altrui nasce spesso dall’incapacità di sostare nel proprio dolore.

Chi consola minimizzando, in realtà si difende. Come scrivo in Punto Zero, “quando non sappiamo accogliere il dolore dell’altro, è perché quel dolore ha bussato a una stanza della nostra anima che non vogliamo riaprire”.

Il vero ascolto, allora, è un atto d’umiltà: lasciare che l’altro esista nella sua ferita, senza volerla medicare con le nostre parole.

In Manchester by the Sea, il protagonista non riesce a dire nulla di consolatorio di fronte alla tragedia altrui. Semplicemente, resta. E in quel restare — imperfetto, muto, ma reale — si apre uno spazio di verità. È forse questa la forma più alta di compassione: non offrire soluzioni, ma presenza.

Chi non sa contenere un dolore altrui, farebbe bene a fare un passo indietro, con la grazia di chi riconosce il proprio limite. Meglio tacere, e lasciare che il vuoto faccia il suo lavoro.

Perché ogni vuoto, se custodito con tenerezza, diventa grembo: luogo dove la ferita può respirare e, un giorno, rinascere.

Gloria Volpato

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