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Il potere di irritare. Ovvero: cosa succede quando le parole toccano qualcosa di vivo.

Un'alleata senza corazza. La storia della mia scrittura - Divenire Magazine

Un'alleata senza corazza. La storia della mia scrittura - Divenire Magazine

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Qualcuno, nei commenti al mio ultimo post intitolato “La fine è parte della Storia”, ha usato una parola che mi ha fatto pensare molto. Una parola sola, apparentemente neutra.
“Sterile.”
Questo testo parte da lì.
L’odio che non sa di esserlo.
Michela Murgia, nelle sue Lezioni sull’odio, analizza con chirurgica precisione le forme che l’ostilità assume quando non vuole essere riconosciuta come tale.
L’odio dichiarato è scomodo, espone chi lo prova, lo rende vulnerabile. Molto più comodo travestirlo, da critica, da valutazione, da giudizio intellettuale.
Da una parola come “sterile.”
“Sterile” suona oggettivo. Quasi scientifico. Non dice mi hai fatto arrabbiare, non dice questo mi disturba, non dice non voglio pensarci. Dice: il tuo testo non vale. Sposta l’attacco dal piano emotivo, dove sarebbe riconoscibile per quello che è, al piano della critica, dove sembra legittimo, persino raffinato.
È odio con il vestito della recensione.
Il giudizio come difesa.
La psicologia lo conosce bene questo meccanismo. Quando qualcosa ci tocca in un punto che non vogliamo toccare, la mente trova strade alternative per non ammettere il contatto.
Una delle più eleganti è il giudizio intellettuale: invece di sentire, valutiamo; invece di riconoscere l’emozione, la trasformiamo in verdetto.
“Sterile.” “Banale.” “Non aggiunge nulla.” “Pippone.”
Sono parole che cercano di annullare l’effetto che un testo ha prodotto.
Prima di tutto in chi le scrive.
Wilhelm Reich lo chiamava armatura caratteriale: la struttura rigida che costruiamo per non sentire ciò che fa troppo male, o troppo paura, o troppa vergogna.
Il giudizio è una delle armature più sofisticate che esistano, perché assomiglia all’intelligenza.
“Sei tu che mi costringi.”
C’è una struttura retorica che Murgia analizza con grande precisione: quella di chi impugna le parole come arma difensiva, convinto di non stare aggredendo ma reagendo.
Sei tu, con quello che scrivi, che mi costringi a risponderti così.
Sei tu il problema.
È uno dei movimenti più antichi dell’aggressività non riconosciuta: spostare la responsabilità sull’altro per non dover fare i conti con la propria reazione.
Il contenuto non viene mai confutato, perché confutarlo richiederebbe di entrarci dentro, di rischiare il contatto.
E la battuta ironica, quando arriva, è rivelatrice: un colpo sferrato sorridendo, così se lo chiami in causa può sempre dire scherzavo.
È aggressività con il vestito dell’ironia.
Stai zitta.
Murgia ha scritto un altro libro che fa da pendant perfetto a tutto questo: Stai zitta. Un’analisi delle forme, più o meno esplicite, più o meno eleganti, con cui alle donne viene chiesto di smettere di parlare, di occupare meno spazio, di non disturbare.
Ma c’è qualcosa in più da dire sulla parola scelta.
“Sterile” non è una parola neutra, ha una storia.
Per secoli, dire a una donna che era sterile significava annullarla: toglierle valore, ruolo, identità. La donna sterile non produceva, non generava, non serviva. Era, letteralmente, come se non ci fosse.
Usare oggi quella parola per una donna che scrive, che genera pensiero, che disturba, non è casuale.
Forse nemmeno consapevole.
Ma il sedimento culturale è lì, sotto la superficie: quello che produci non vale, non genera nulla, è come se non esistesse.
Come se tu non esistessi.
E allora vale la pena fermarsi un momento su questo: è un caso che fosse proprio un uomo a scegliere quella parola?
Non sto dicendo che lo abbia fatto deliberatamente, probabilmente no.
Ma il linguaggio non è mai innocente.
Porta con sé secoli di significati, di gerarchie, di aspettative non dette.
Quando un uomo dice a una donna che la sua analisi è sterile, sta attingendo — consapevolmente o no — a un repertorio antichissimo: quello che misura il valore femminile in termini di produzione, di utilità, di conformità a ciò che è già riconosciuto come valido.
Chi decide cosa è fertile e cosa è sterile? Chi ha storicamente avuto il potere di stabilirlo?
“Sterile”, “non aggiunge nulla”, “pippone”, rileggiamole con questa lente.
Non sono valutazioni critiche, sono una sofisticata richiesta di silenzio.
Il contenuto non viene confutato; viene svalutato.
Perché confutare richiederebbe di entrare nel merito, di rischiare, di lasciarsi toccare.
Se stavi zitta era meglio è la forma ultima di questa comunicazione. E il problema, per chi la usa, è che funziona solo con chi ha già deciso di tacere.
Cosa disturba, davvero.
Non disturbano i testi inutili. Quelli si scorrono e si dimenticano.
Disturbano i testi che toccano qualcosa di vivo, una domanda che l’altro porta dentro senza volerla guardare, un’emozione che ha imparato a silenziare, una verità che ha deciso di non nominare.
Nassim Taleb lo dice con la sua consueta brutalità: quando attaccano la forma invece del contenuto, quando spostano il discorso invece di confutarlo, quando il commento è più lungo e più agitato del necessario, lì c’è qualcosa. Lì il testo ha colpito.
Murgia aggiungeva che la misura del fastidio che generi è spesso la misura più onesta di quanto stai dicendo qualcosa di necessario.
Le parole che non disturbano nessuno probabilmente non stanno dicendo nulla di vero.
Il privilegio di irritare.
C’è una responsabilità in tutto questo, naturalmente. Non ogni provocazione è profondità; non ogni fastidio è segno di verità. Esistono testi che disturbano per cattiveria, per superficialità, per il solo gusto dello scandalo.
Ma esiste anche l’altro caso, il caso in cui le parole nascono da un luogo onesto, attraversano qualcosa di reale, e arrivano a toccare proprio lì dove l’altro aveva costruito una parete.
In quel caso il fastidio non è un difetto del testo. È la prova che funziona.
Chiamiamo le cose col loro nome.
Non è critica letteraria. È paura.
Non è valutazione. È difesa.
Non è indifferenza, è il contrario esatto dell’indifferenza.
È qualcuno che è rimasto, che ha continuato a rispondere, che non è riuscito ad andarsene da un testo che aveva definito inutile.
Le parole che disturbano restano.
E a volte, per non ammettere che sono rimaste, si cerca di decretarne la sterilità.
Vale la pena chiedersi cosa stava toccando, o no?
Qui si gioca la verità, la reale disponibilità al dialogo, al lasciarsi toccare e trasformare.
Non per dare ragione all’altro, ma per avere un rapporto fertile con noi stessi.
Scrivere è un atto relazionale. E custodire le parole lo è altrettanto: significa usarle per aprire, non per chiudere; per incontrare, non per difendersi.
Zanardi ha inciso con la sua vita una relazione con tutti noi.
Come tutti i miti, continuerà a interrogarci, a fertilizzare le nostre domande, a tornare quando avremo bisogno di coraggio.
Ma chi si ferma ai successi, ai podii, alle medaglie, ha perso il punto.
Perché Zanardi non ci ha insegnato a vincere, ci ha insegnato a non smettere di essere presenti a se stessi, qualunque cosa accada.
E chi non ha capito questo non ha capito chi era lui, né perché ha vissuto come ha vissuto.
Zanardi diceva: “Nella vita capita anche che, abbassando lo sguardo per cercare ciò che hai perso, scorgi qualcos’altro che vale la pena raccogliere.”
Ecco. Vale per lui. Vale per noi.
Vale per ogni parola che abbiamo il coraggio di dire ad alta voce.
Gloria Volpato
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