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La cura è una veglia

abbraciamoci
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Non è un gesto che si vede,
non ha le mani occupate
né la voce che rassicura.

È una presenza che sa stare ferma
mentre tutto trema,
che non chiede al dolore
di sbrigarsi, di cambiare,
di farsi più piccolo per essere sopportato.

La cura non porta luce,
impara a stare nel buio
finché il buio diventa familiare,
finché smette di fare paura
e comincia a dire qualcosa.

Vegliare è questo:
non riempire,
non correggere,
non anticipare il mattino
a chi ha ancora notte da attraversare.

È tenere aperto lo spazio
dove un altro respira,
è proteggere il silenzio
dalle parole che vogliono troppo,
è difendere ciò che è fragile
non dalla vita
ma dalla fretta di guarire.

Chi veglia non salva,
non conduce, non risolve.

Resta.

E nel restare
fa la cosa più difficile:
crede che tu possa farcela
anche quando tu non ci credi,
porta quella fede silenziosa
come un fuoco coperto
che non brucia ma scalda.

Verrà un momento
in cui il buio cambierà consistenza,
non scomparirà
ma avrà fatto il suo lavoro dentro di te.

E quella luce che viene dopo
non è vittoria né guarigione:
è semplicemente ciò che rimane
di tutto ciò che hai attraversato
senza doverti spiegare.

La cura è lunga come una notte,
paziente come chi sa
che certe trasformazioni
non si affrettano,
si accompagnano.

E quando verrà l’alba
non sarà sua:
sarà tua.

Io non ti ho condotto da nessuna parte.

Ero il terreno
sotto i tuoi passi incerti.

Gloria Volpato

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