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Se la violenza è la forma della fragilità

Se la violenza è la forma della fragilità
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C’è una frase che ricorre, quasi automatica, ogni volta che la cronaca ci restituisce l’ennesimo episodio di violenza maschile contro una donna: “Va condannato senza appello.” È vero, ed è doveroso dirlo per primo, senza ambiguità: nessuna spiegazione psicologica può diventare una giustificazione, nessuna ferita autorizza a ferire.
Ma la condanna, da sola, è un punto di arrivo morale che rischia di chiudere troppo presto una domanda che come comunità — non solo come terapeuti — abbiamo il dovere di tenere aperta: che cosa, dentro un uomo, si attiva nell’istante prima che la violenza esploda?
E perché, di fronte a quello stesso “qualcosa”, c’è chi resta fermo nel dolore e chi lo scarica fuori di sé, sul corpo di un’altra persona?

Il falso sé che si costruisce da bambini

Per rispondere bisogna tornare indietro, molto prima dell’episodio che finisce sui giornali. Bisogna tornare al modo in cui, fin dalla più tenera età, si costruisce quello che potremmo chiamare il falso sé maschile: bisogna sempre mostrare di sapere già quello che non si sa ancora, bisogna apparire indifferenti dove si vorrebbe essere curiosi, non si può chiedere ciò che servirebbe perché si dà per scontato di saperlo già. È il bluff che molti bambini maschi imparano a recitare prestissimo, e che la vita, prima o poi, chiede di dimostrare con i fatti: ed è lì che si rischia di essere scoperti.
I maschi convivono con la vergogna fin da allora, e più hanno paura di essere visti, più si nascondono — non solo agli altri, ma soprattutto a se stessi.
Per questo sono spesso così muti su di sé, per questo hanno così poco da dire sulle proprie emozioni e si rifugiano in cose concrete, in opinioni, in fatti: sono ignoranti di se stessi perché si ignorano, perché nessuno ha mai insegnato loro a guardarsi dentro senza vergognarsene.

Il contributo di Robert G. Lee

È a questa domanda che risponde, da una prospettiva gestaltica, il lavoro di Robert G. Lee, raccolto nel volume Il linguaggio segreto dell’intimità.
Il testo è organizzato proprio attorno a questo filo: vergogna e appartenenza, gli attacchi di vergogna e infine il ciclo della vergogna nella coppia: una progressione che non è casuale, ma riproduce il movimento stesso che Lee descrive nella vita reale delle coppie.
La premessa di Lee è tanto semplice quanto radicale: la vergogna non è un’emozione come le altre. È, nelle sue parole, “l’emozione delle emozioni”, un segnale che regola quanto sia sicuro, in un dato momento e con una data persona, mostrare ciò che sentiamo.
È un’emozione sociale per definizione: nasce nello sguardo dell’altro, vive nella relazione, e per questo Lee può affermare che in ogni legame intimo esiste, in ogni istante, una sola alternativa di fondo, o c’è vergogna, o c’è appartenenza.
Sono i due poli opposti della stessa esperienza relazionale: sentirsi visti e accolti nella propria vulnerabilità, oppure sentirsi esposti, sbagliati, indegni di essere visti.
Quando l’appartenenza viene meno — quando il bisogno di essere riconosciuti incontra il silenzio, il giudizio, l’abbandono, l’umiliazione — la vergogna si attiva come un sistema di allarme. Finché resta entro una soglia tollerabile, è persino utile: ci segnala i limiti, ci aiuta a regolare l’eccitazione e il contatto con l’altro.
Ma quando supera quella soglia, quando non trova nessuno spazio relazionale capace di accoglierla, si trasforma in quello che Lee chiama un attacco di vergogna: un’ondata che invade il corpo e la mente, troppo intensa per essere semplicemente sentita e attraversata.

Lotta, fuga, congelamento: il ciclo della vergogna

La vergogna, scrive Lee, è un circuito che attiva le stesse risposte di autoconservazione che mettiamo in campo di fronte a un evento traumatico: lottare, scappare, congelarsi. Non è un’esagerazione retorica: è proprio così che il corpo la tratta, come una minaccia alla sopravvivenza del proprio valore agli occhi dell’altro. E davanti a un’escalation che attiva questo ciclo, chiunque — non solo chi ha una storia di violenza alle spalle — può ritrovarsi a mettere in campo azioni distruttive e poi fuggire, fuggire da quello che ha fatto tanto quanto fuggiva, un istante prima, da quello che sentiva.
Quando la vergogna non può essere riconosciuta come tale perché
✔️non c’è linguaggio per nominarla,
✔️perché ammetterla espone a un’ulteriore umiliazione,
✔️perché culturalmente i corpi maschili non hanno mai imparato a stare in quello stato senza vergognarsene a loro volta
l’energia che porta con sé non scompare. Si trasforma.
Cerca un’altra via di scarica, quasi sempre verso l’esterno: nella rabbia, nell’accusa, nel controllo, nel disprezzo, fino, nei casi estremi, nell’agito violento.
Il movente, in fondo, è sempre lo stesso: la vergogna di essere visti per la pochezza che si teme di essere.

IMPORTANTE
Capire questo non significa spostare la responsabilità dall’autore della violenza a chi la subisce, né tantomeno equiparare il dolore di chi colpisce a quello di chi viene colpito: la sproporzione tra i due, in termini di danno reale, resta incolmabile e va sempre nominata.
Significa però riconoscere che la violenza, soprattutto quella che esplode dentro le relazioni più intime — quelle dove dovremmo sentirci più al sicuro — è quasi sempre la forma più rozza e più distruttiva che la fragilità può prendere quando non ha altro linguaggio a disposizione.

Padri assenti, madri investite di tutto

Quell’ignoranza di sé non nasce nel vuoto: la ricalchiamo continuamente, anche nel modo in cui scegliamo le parole.
Diciamo giornata contro la violenza sulle donne, anziché #giornatacontrogliuominiviolenti, come se il fenomeno riguardasse chi lo subisce più di chi lo agisce, come se lo sguardo sociale dovesse posarsi ancora una volta sulle donne, lasciando che il maschile prosegua indisturbato nella propria ignoranza di sé, tollerato, quasi protetto.
Se si va a guardare da dove viene questa ignoranza, si trova quasi sempre la stessa scena: una madre che ha cresciuto da sola, sul piano emotivo, un figlio che il padre non ha incontrato — perché il padre, da generazioni, è altrove: al lavoro, in guerra, alla partita, in politica.
I padri sono spariti da quando, alla fine dell’Ottocento, l’industrializzazione e poi i fronti di guerra li hanno portati via dalle case, e quella sparizione si è sedimentata come modello: l’assenza paterna come norma, non come eccezione.
Misconoscendo i propri bisogni affettivi, senza aver mai avuto un rapporto profondo con il padre, molti uomini diventano dipendenti dalle donne — ma in una forma paradossale, che si chiama #controdipendenza: hanno bisogno di loro per non naufragare nel vuoto e nell’isolamento che la propria maschera ha creato, ma al tempo stesso non lo mostrano, anzi lo negano con forza.
Pretendono che l’altra resti lì a prendersi cura di loro come se fosse un diritto — quel diritto che la cultura patriarcale ha sempre riconosciuto loro.
In fondo gli uomini sono ossessionati dalla #pauradelledonne, anche se non lo sanno, perché è alle donne che devono tutto, in un mondo in cui i padri non c’erano.

L’era del sembrare

Gli uomini temono più di ogni altra cosa di sentirsi ridicoli. Per questo non scrivono lettere d’amore, non mandano fiori, non ballano, non si esprimono se non negli ambienti in cui si sentono al sicuro: lo sport, la politica, il sesso.
Insomma, dove c’è un obiettivo da raggiungere, un potere da esercitare — mai dove si dovrebbe semplicemente stare, esposti, senza garanzie.
E questo non riguarda solo gli individui: viviamo nell’era del sembrare, e ci siamo dentro tutti, fino al collo, non perché lo abbiamo scelto ma perché è il consumismo stesso a richiederlo consuma chi ha bisogno di sembrare, non chi si accetta per come è.
In una cultura che premia costantemente l’apparire sull’essere, non dovremmo sorprenderci che i nostri figli, maschi e femmine, abbiano così paura di mostrarsi imperfetti.
Né dovremmo sorprenderci che, in alcuni uomini, quella paura, accumulata per una vita intera senza mai trovare parola, finisca per esplodere nella forma più primitiva e devastante che conosce: la violenza.

La responsabilità di una comunità

Ed è proprio qui che si colloca, a mio avviso, il compito che spetta a noi come comunità, non solo come singoli individui. La condanna morale della violenza è necessaria, ma è solo il primo passo, quello più facile perché ci tiene a distanza di sicurezza dal problema.
Il passo più scomodo, e più urgente, è chiederci: in che modo continuiamo, come società, a costruire uomini incapaci di sentire la vergogna senza vergognarsene? In che modo continuiamo a insegnare — nelle famiglie, nelle scuole, negli spogliatoi, nei modelli culturali che offriamo — che la vulnerabilità maschile è qualcosa da nascondere, da convertire immediatamente in forza, in controllo, in rabbia “accettabile”?
Se la vergogna è, come scrive Lee, l’emozione che si gioca sempre nello spazio tra due persone, allora anche la sua trasformazione in violenza non riguarda mai solo l’individuo che agisce, ma il tessuto relazionale — familiare, educativo, culturale — che non gli ha mai offerto un altro modo di restare dentro quel sentimento.
Lavorare clinicamente con uomini che hanno agito violenza significa quasi sempre incontrare prima di tutto una vergogna antica, mai nominata, spesso risalente all’infanzia, che non ha mai trovato un adulto capace di accoglierla senza giudicarla — né un padre presente abbastanza da mostrare che si può essere uomini anche restando fragili.
Interrogarci collettivamente su questo non significa assolvere. Significa accettare che la prevenzione vera della violenza non passa solo dalla punizione di chi la agisce — sacrosanta — ma anche, e forse soprattutto, dalla costruzione di una cultura relazionale in cui la vergogna possa essere sentita, nominata, condivisa, senza che la sola via di uscita resti scaricarla fuori di sé.
È un lavoro lento, che riguarda l’educazione affettiva fin dall’infanzia, il modo in cui parliamo ai bambini delle loro emozioni “deboli”, la presenza reale dei padri, il coraggio che chiediamo agli uomini di avere non per essere più forti, ma per essere più veri.
La violenza, se la guardiamo da questa prospettiva, smette di essere un mistero incomprensibile o un destino ineluttabile, e diventa quello che probabilmente è sempre stata: il sintomo più estremo di una fragilità che non ha trovato altro spazio per essere riconosciuta.
Condannarla resta necessario. Capirla — fino in fondo, insieme — è il solo modo per provare, davvero, a prevenirla.
#curarelaviolenza

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