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Sanno perdonare tutti. Il mondo, sì. Sé stessi, mai.

Storia delle mie cicatrici. La memoria del corpo - Divenire Magazine

Storia delle mie cicatrici. La memoria del corpo - Divenire Magazine

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Sanno perdonare tutti.
Il mondo, sì. Sé stessi, mai.
C’è qualcosa di strano in questo.
Siamo capaci di trovare le ragioni dell’altro, la sua storia, la sua ferita, il momento in cui era. Capiamo, contestualizziamo, assolviamo. E spesso lo facciamo con una generosità che sorprende noi stessi.
Ma quando la stessa lente si volta verso di noi, qualcosa si inceppa.
Marco viene da me da quasi un anno. Ha attraversato un fallimento lavorativo che ha trascinato con sé anche il matrimonio. Sta rimettendo insieme i pezzi, lentamente. Un giorno mi dice:
“Ho capito che in quel periodo non potevo fare diversamente. Ero quello che ero, con quello che sapevo.”
Gli chiedo: “Riesce a sentirlo davvero, mentre lo dice?”
Silenzio.
“Con gli altri sì. Riesco a capire perché hanno fatto quello che hanno fatto. Ma con me stesso… no. Con me stesso resto bloccato lì.”
Quello che Marco descrive non è mancanza di consapevolezza. È qualcosa di più preciso: il risentimento rivolto verso sé stessi.
Quella forma di rancore interiore che si nutre di ogni errore, che lo tiene vivo, che lo riporta in superficie ogni volta che le cose vanno storte.
Come se la colpa fosse una garanzia, l’unica cosa che resta quando tutto il resto è crollato.
La colpa ci dà un’identità. Sono colui che ha sbagliato, che ha deluso, che avrebbe potuto fare di più. È doloroso, ma è certo. E la certezza, anche quando fa male, è più rassicurante del vuoto che troveremmo se smettessimo di condannarci.
Il perdono di sé spaventa proprio per questo. Non perché siamo indulgenti o pigri. Ma perché richiede di rinunciare a quella certezza. Di ammettere che eravamo limitati, spaventati, parziali, e che avremmo potuto fare solo quello che sapevamo fare, in quel momento, con quella storia.
Richiede di distinguere tra la responsabilità, che è uno sguardo onesto su ciò che è accaduto, e la punizione infinita, che non ripara nulla e consuma tutto.
Perdonarsi non è dire che andava bene così.
Non è dimenticare.
Non è assolvere.
È smettere di usare il passato come condanna del presente.
Marco, qualche incontro dopo, mi dice una cosa semplice:
“Ho capito che continuavo a punirmi non per cambiare, ma per non dover guardare avanti. Finché mi sentivo in colpa, non dovevo decidere chi volevo essere adesso.”
Ecco dove abita, spesso, il perdono mancato. Non nel passato. Nel futuro che fa paura.
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