Ogni donna che è madre dovrebbe leggere Madonna di rabbia di Simona Vinci. E se, arrivata all’ultima pagina, non si fosse riconosciuta in nessuno dei tanti momenti di fatica e di sconforto che Eva attraversa con la figlia Agata, dovrebbe chiamare subito uno psicologo: non perché sia una madre migliore delle altre, ma perché qualcosa, dentro di lei, sta tacendo in modo pericoloso.
Perché la domanda se si è adatte a fare la madre, scrive Vinci, “qualunque donna che abbia dei figli se lo domanda prima o poi, anche solo per un momento. Deve succedere persino alle donne che abitano con grande felicità il corpo e il ruolo di madre e dentro quello spazio relazionale si sentono finalmente giuste, centrate, al loro posto nel mondo. Tanto da non ricordare più chi fossero prima, come se un prima non ci fosse mai stato, e se c’è stato era un’incompiutezza che attendeva di essere conclusa”.
Finalmente un libro che dà voce all’ambivalenza materna. Un libro con cui sentire che non siamo sole, esattamente come accade alla protagonista nella sua operazione salvifica: raccogliere in un quaderno le storie di altre donne, spesso famose, da Sylvia Plath a Doris Lessing, da Muriel Spark a Nina Simone, sorelle “inadatte, disadattate, non abbastanza buone né brave”, storie “di madri che abbandonano, madri che non ce la fanno”.
Un libro con cui parlare apertamente della solitudine delle madri e di una cultura che, per vergogna, ci insegna a non chiedere aiuto e a non alzare lo sguardo per scoprire che forse qualcuna si è accorta di noi.
Eva. Il nome da cui tutto ebbe inizio. Simona non ne parla, ma Eva è la prima donna della storia dell’umanità ed è anche la prima madre a fare i conti con un figlio che uccide l’altro. Forse le Scritture vogliono metterci in guardia fin dall’origine: avere un figlio significa confrontarsi con realtà totalmente inattese e dolorose. La psicoanalisi lo ha detto molto più tardi, e con fatica. Winnicott, già nel 1949, osava elencare le ragioni per cui una madre odia il proprio bambino fin dal primo giorno, precisando che proprio la capacità di tollerare quell’odio senza agirlo è ciò che rende possibile la cura.
“È lì, al fuoco di quell’odio, contenuto e trasformato in scrittura, che forse si rinasce”. È questo il messaggio più potente del libro: il coraggio di guardare l’odio, e il pericolo di ciò che accade quando non ci concediamo di guardarlo.
Viene in mente Michela Murgia che, nelle sue Lezioni sull’odio, definisce l’odio uno dei pochi tabù che non si riescono a infrangere, più del sesso o della morte, e sostiene che possa perfino essere una virtù, a seconda di come lo pratichiamo.
Murgia confessava di dover nascondere il proprio odio autentico per non apparire “sgradevole, stridente e isterica, cioè donna”.
Se questo vale per una donna, per una madre vale due volte: l’odio materno è il tabù dentro il tabù.
“Una madre deve pensare prima ai figli”. È la frase che torna ossessiva per tutto il libro, la sintesi di una cultura del sacrificio, del senso di colpa e del non sentirsi mai all’altezza ogni volta che in una madre emergono istanze diverse. Può essere adatta una madre, si chiede Vinci, che “desidera separarsi, allontanarsi, invece che fondersi e, abbracciata, abbracciare”? È una voce che risuona come quella di un dio dell’Antico Testamento, che incastra e sequestra in un vortice di inadeguatezza. Eppure non è possibile, scrive Vinci, “fare contemporaneamente la tata, la serva, la cuoca, la badante, l’insegnante aiuto-compiti, la tassista, la psicologa, il giullare, l’amica e poi se avanza tempo, la compagna, l’amante, e pure lavorare”.
Ci vuole coraggio per dire che “questa vita non avrà mai fine, ogni giorno si ripeterà identico all’altro senza tregua”. Lo si dice quando il sacrificio di sé diventa troppo alto: il sacrificio del proprio talento, della qualità del proprio tempo, del non essere mai una priorità. Nelle storie delle donne famose, in quel “farsi compagnia d’anime”, Eva non cerca solo consolazione ma rispecchiamento: un modo per dare un nome a ciò che sente, per permettersi di dire cose scomode e di rappresentarle. “Ogni tanto, a quel pozzo ci penso anch’io”. Poter dire, cioè: sì, ho pensato di uccidere mia figlia. E sopravvivere a questa confessione.
Come sempre, al centro della narrativa di Simona Vinci c’è il corpo. Un corpo viscerale, brutalmente vitale e sensuale. Ma anche un corpo di dolore, come quando ci racconta che le cellule del nascituro, e quindi anche quelle dei figli non nati, continuano a vivere da qualche parte nel corpo della madre attraverso il microchimerismo feto-materno. O quando rompe il tabù della violenza ostetrica, ricordando di essere stata lasciata sola con la figlia appena nata, con l’infermiera che le diceva: “la figlia è sua, non mia”. E c’è il dolore più sottile, quello per cui “il corpo della madre è una porta a senso unico: esci e non puoi più tornare”. Per questo alcune madri trattengono i figli con attenzioni, seduzioni, ricatti emotivi: pur di non dover tornare indietro loro stesse, a recuperare chi sono al di là della maternità.
La maternità appare allora, per qualcuna, come una forma di oblio, al pari di una droga: il modo in cui una donna sceglie lentamente, quotidianamente, di morire a sé stessa, di non doversi più appellare al proprio desiderio. Dando alla luce il figlio, ha consegnato sé stessa al buio.
Per questo Eva è la nostra eroina. Perché dentro il tunnel di giorni tutti uguali che le tolgono la speranza, lotta per salvare anche solo uno scampolo di sé, fosse pure chattando con il Diavolo. In una situazione infernale il Diavolo appare salvifico, soprattutto quando le restituisce il piacere, lo spazio che i bambini hanno completamente riempito, la leggerezza e la voglia di vivere, penetrandola con un dito.
Che straordinario capovolgimento, dentro l’apparente paradiso che dovrebbe essere la maternità.
Eva ricorda Persefone che, rapita da Ade, finisce per restare nell’oltretomba almeno sei mesi l’anno pur di non riconsegnarsi totalmente alla madre Demetra, la dea delle messi che scatena la carestia pur di riavere l’esclusiva proprietà della figlia.
Eva ha delle urgenze, e rompe persino con la capacità di attendere che da sempre pretendiamo da una donna che è madre. Combatte per riacquistare potere sul suo tempo, per tornare a disporne come del proprio corpo. Questa è la storia di chi ha il coraggio di riconoscere che i legami, forse tutti e non solo quelli con i figli, possono essere un cappio al collo, “un guinzaglio a strozzo, una palla al piede”.
I figli sono tuoi e ti arrangi. Simona non lo scrive, ma fa di peggio: ci immerge in un’atmosfera cupa in cui i figli possono diventare una forma di moderna dannazione, con cui espiare non si sa bene quale peccato. Viene il dubbio che sia proprio il peccato biblico di chi, attratta dalla conoscenza e dal desiderio di esistere, ha pagato con il dolore del parto, “con dolore partorirai figli”, e con tutto ciò che ne è conseguito per sempre.
Allora capiamo quanto le parole di Simona Vinci siano necessarie. Scendiamo negli abissi di quello che può essere a tutti gli effetti un inferno, soprattutto se sei una madre sola, al limite della sussistenza, con una figlia molto richiestiva.
Ma invece di sentirsi vittime, le madri si sentono colpevoli: colpevoli di non riuscire a rinunciare totalmente a sé stesse, colpevoli di essere loro stesse il problema.
Lo vediamo con chiarezza ogni volta che, davanti a un femminicidio, cerchiamo la colpa nella madre che ha cresciuto quell’uomo. Come in un’equazione: la donna viene uccisa da un uomo la cui madre non ha saputo crescerlo in modo adeguato. Il mandante è sempre lei. È lei l’origine di tutto, anche del Male. Non a caso la Genesi chiama Eva “madre di tutti i viventi”. Com’è vivere portando sulle spalle la responsabilità del mondo, dal momento stesso in cui si diventa madri?
Ci chiediamo tutti come faccia Eva a resistere al suo supplizio, e non possiamo che provare per lei una simpatia fortissima, così autentica, così umana. Eva si mostra come la Nuda Veritas di Klimt, il dipinto manifesto della Secessione viennese: con lo specchio in mano ci obbliga a guardarci, a dirci verità scomode e a provare finalmente un po’ di solidarietà verso noi stesse.
Perché “la maternità è il regno della follia d’amore”, e quella follia nasce dalla pretesa che le madri ce la facciano sempre, a ogni costo: “A me consola l’idea che qualcuno non ce l’abbia fatta, mi fa sentire meno mostruosa, il sapere che altre prima di me abbiano fallito là dove non si dovrebbe mai fallire, dove non si può fallire, pena il giudizio che come una mannaia, una pena di morte in vita, perpetua, ti cala sulla nuca senza staccarti però via la testa e liberarti. Una madre non può suicidarsi, una madre non si può ammalare, non può, non deve. Eppure accade”.
Ho avuto l’onore di condividere con Simona la gestazione dei nostri libri. Lei mi parlava del suo, io le parlavo del mio, un po’ come accade nei corsi di preparazione al parto, dove le donne incinte si incontrano per raccontarsi paure, attese, piccoli segni di vita. Solo che per me si trattava del primogenito, mentre Simona era alla sua ennesima gravidanza letteraria. Eppure, dentro il suo travaglio, ha trovato lo spazio per accompagnare il mio. Punto Zero è venuto al mondo molto prima di Madonna di rabbia, e credo che questo dica già tutto.
Perché per me questa è la sintesi di ciò che intendo per materno: la capacità di fare spazio all’altro e di fargli sentire il diritto di esistere.
Cara Simona, la tua validazione mi ha permesso di autorizzarmi a perseguire quello che credevo sarebbe rimasto un sogno nel cassetto. Ed è questo, credo, che fa di una madre una madre: la capacità di rendere un’idea – non a caso si usa il termine ” concepire” – carne vivente.
Ed è sufficiente così.
Grazie, Simona, per aver dato alla luce questo libro. E per aver aiutato me a dare alla luce il mio.
