La ricerca di controllo in un corpo che si ribella. La rettocolite ulcerosa.

L’ego vuole sempre controllare ogni cosa: ama l’ordine e ha paura del caos.
Osho

Giovanni.

Al primo colloquio Giovanni, si presenta come un ragazzo di 39 anni, ben curato ma agitato, sudato e visibilmente a disagio. Giornalista per una rivista locale ma insoddisfatto; definisce buono il rapporto coi genitori, ma un po’ freddo e stereotipato, soprattutto con il padre, che descrive “un raccoglitore seriale di oggetti e giocatore al lotto”. Ha un fratello maggiore con il quale non è mai riuscito ad instaurare un rapporto intimo o di complicità. Il lavoro, le sue molte letture e interessi che spaziano dai classici ai saggi di filosofia e l’attività di volontariato, lo impegnano per buona parte della giornata. Non ha una vita sentimentale soddisfacente e le sue scarse relazioni si caratterizzano per la paura del giudizio verso il suo aspetto fisico che lui ritiene pessimo ed inaccettabile.

Dall’anamnesi emerge che sin da bambino lamentava dolori alla pancia non correlati ad alcuna patologia e dopo un lungo peregrinare fatto di esami medici, diagnosi che poi venivano modificate, terapie di ogni tipo, diete con mille tentativi restrittivi e non, intorno ai 25 anni gli è stata diagnosticata una sintomatologia collegata ad una forma di ‘rettocolite ulcerosa’, che è rimasta stazionaria negli anni successivi con costanti crisi. In seguito ha avuto periodi di eccessivi cali ed aumenti ponderali, dovuti anche al ricorso a ripetute diete dimagranti.

La rettocolite ulcerosa è una malattia caratterizzata da un’infiammazione cronica dell’intestino, che colpisce sempre il retto e può estendersi senza soluzione di continuità a parte o a tutto il colon. L’infiammazione provoca delle lesioni ulcerose responsabili dei sintomi intestinali. La malattia si manifesta con diarrea ematica, anche notturna, associata a dolori e crampi addominali, che spesso si risolvono con l’evacuazione. Spesso è presente urgenza con difficoltà a trattenere lo stimolo defecatorio e un’ evacuazione di piccolo volume o anche solo di muco e sangue.

Si rivolge alla psicoterapia per la fatica legata all’accettazione del suo aspetto fisico, all’impossibilità di dimagrire e riconoscersi in un corpo piacevole, per il disagio legato alle scariche diarroiche improvvise ormai ingestibili e non compatibili con una vita relazionale e lavorativa.

Giovanni vive questi episodi come ‘fallimenti’, un venir meno delle sue risorse fisiche e psichiche che lo rendono solo e incapace di progettarsi una vita libera dalla ricerca di un bagno nelle vicinanze di qualsiasi luogo, dall’uscita con una ragazza senza vergogna, dalla possibilità di fare un viaggio rimanendo qualche ora in macchina.

Gli attacchi diarroici rivelano un crollo a livello somatico che sembra progressivamente assumere nella terapia il significato della incapacità della mente ad affrontare il suo statuto ‘adulto’, quindi il mondo reale, la vita degli affetti e delle emozioni. Torna a vivere a casa dei genitori in quanto terrorizzato di stare male e di avere bisogno di aiuto, lascia il lavoro in cui credeva e pian piano regredisce su più piani.

Il proiettarsi in una dimensione sociale allargata, fuori dello scenario ansioso e iper controllante della famiglia d’origine, è stato vissuto dal paziente come movimento di emancipazione dalla dipendenza genitoriale e insieme come strappo lacerante e disidentificante rispetto ad un Sé sentito ancora troppo vacillante e precario; esperienza dalla quale al contempo la mente si difende scaricando sul corpo le sue difficoltà di entrare in relazione diretta con l’esterno, con gli altri significativi, con i compiti e le nuove responsabilità della vita adulta, così come con l’irruzione di una temporalità più matura e l’angoscia dell’idea della morte dei propri cari e quindi della propria morte.

In particolare, ciò che si osserva dal punto di vista intellettivo è una ipertrofia del pensiero una modalità di entrare in rapporto col mondo basata quasi esclusivamente sul sapere, su prese di posizione che ricalcano assunti teorici e filosofici, avidamente acquisiti con le letture e lo studio metodico, che lo mettono in salvo dalla paura di perdere il controllo e dalla fantasia grandiosa di gestire le relazioni sul piano dell’intellettualizzazione e del potere della conoscenza.

L’uso esclusivo della funzione pensiero e la modalità ossessiva di agire, hanno una funzione difensiva rispetto alla variabilità delle esperienze di realtà attraverso il ricorso alle abitudini, al metodo, a schemi mentali che hanno la funzione di rendere massimamente controllabile il proprio ambiente vitale, salvo poi trovarsi quasi completamente ‘in pericolo’ e senza appigli una volta fuori del proprio ‘guscio’. Tale apparente ‘corazzamento’ avviene a scapito delle emozioni aborrite e considerate elementi incontrollabili e quindi pericolosi, per cui sviluppa una sempre maggiore tendenza ad evitare il coinvolgimento emotivo ed affettivo. L’ambito relazionale e affettivo diventano il disturbo e il fastidio ‘da eliminare’ quando possibile, onde poter immergersi in una condizione illusoria di calma piatta che finisce per somigliare ad un ‘silenzio cimiteriale’. Il risultato, per Giovanni è che vive effettivamente in una perenne ‘guerra di trincea’, strutturando difensivamente il proprio quotidiano in modo da evitare accuratamente tutte quelle situazioni potenzialmente a rischio che possono far riaffiorare la paura della perdita di controllo, la paura appunto della crisi diarroica.

Emergerà dunque come Giovanni abbia sempre vissuto il proprio corpo come ‘traditore’, estensione di sé su cui non si può fare alcun affidamento per sostenere l’aspetto di un Ego iper-razionale ma fragilissimo. La disgiunzione tra mente e corpo, tra controllo e perdita dello stesso è rappresentata dal sintomo psicosomatico che si fa portavoce degli antichi conflitti interni irrisolti. Ma nel corso della psicoterapia Giovanni scoprirà come il ‘tradimento’ è invece della mente, o meglio è la funzione perfezionista della sua mente che lo porta ad attribuire al corpo le sue debolezze interne, le sue fragilità antiche e l’incapacità di affrontare la realtà quotidiana e il rapporto con gli altri, così come in passato aveva sviluppato la forma psicosomatica colitica e poi amplificato ed estenuato minimi inestetismi fisici ricorrendo a drastiche diete, in uno scenario interiore caratterizzato da un dilagante sentimento di vuoto e di solitudine.

Nel corso delle sedute, la psicoterapia riuscirà a dare le parole al corpo sofferente affinché possa progressivamente aprirsi ad un nuovo scenario di senso, ricollegando affettività antica e presente e aiutando Giovanni a nominare, forse per la prima volta, le proprie emozioni, lasciandole fuoriuscire senza controllo.