Manifestati con tuo figlio, non sei uno spirito! Recuperare il dialogo con gli adolescenti e i giovani adulti. - Divenire Magazine

Manifestati con tuo figlio, non sei uno spirito! Recuperare il dialogo con gli adolescenti e i giovani adulti.

I figli aiutano a rimandare l’angoscioso dovere di affrontare sé stessi.

 

Muriel Barbery

“Pensavo che gli spiriti fossero qualcosa di divertente legati alla festa di Halloween? Invece no, gli spiriti e gli spettri esistono e girano per casa tutto l’anno!”.

Le sedute che si concludono con una battuta di spirito ed una sana risata sono quelle che mi piacciono di più. Ovvio, penserete voi, tutti preferiscono ridere anziché piangere.

C’è in realtà una motivazione più profonda del perché una seduta in cui si ride mi dà più soddisfazione di una in cui si piange. Nel primo caso sento che siamo approdati ad una nuova configurazione mentre nel secondo siamo ancora all’interno di un processo, insomma siamo ancora in viaggio.

Freud ha scritto un libro fondamentale della storia della Psicoanalisi sui motti di spirito, che oggi chiamiamo battute.

Vi stupisce che il padre di una delle più grandi rivoluzioni culturali del secolo scorso, che associamo solitamente a qualcosa di estremamente rigoroso e serio, si sia chiesto perché le barzellette facciano ridere? Evidentemente aveva valide ragioni.

Consiglio “Psicopatologia della vita quotidiana” a tutti coloro che vogliono fare i comici. In questo libro il padre della Psicoanalisi ci spiega cosa dobbiamo fare se vogliamo far ridere. E’ molto semplice: si tratta di raccontare una storiella che crei un problema apparentemente senza soluzione o via d’uscita. La battuta finale serve a fare quella che i cognitivisti chiamano una ristrutturazione di senso: ciò che prima sembrava inaffrontabile grazie alla battuta lo diventa. Il cambiamento repentino dello stato fisiologico da teso a rilassato provoca la risata.

In questo senso quando un paziente ride è il segno che ciò che sta accadendo in seduta ha prodotto un salto di coscienza e il quadro iniziale è passato dalla posizione “Impossibile” a “possibile”, da “non riesco” a “posso” e così via.

Insomma, la risata è il segno inequivocabile che qualcosa è successo ed il paziente si sente nuovamente sulle sue gambe e può quindi riprendere possesso della propria esistenza.

Rosanna mi aveva chiesto aiuto perché non riusciva ad avere un dialogo con il figlio sedicenne.

“Anche oggi gli ho detto che è una vera delusione. Non so più in che lingua chiedergli di tenere a posto la sua camera. Gli ho ripetuto fino alla nausea che io non sono la sua cameriera. Ma poi lascia per giorni interi la sacca del calcio con la roba maleodorante all’ingresso, perché il poverino non può fare la fatica di arrivare alla lavanderia e svuotarla, ed io alla fine cedo e alla lavatrice ce li porto io i panni. In più ho trovato nella sua cartella degli spinelli. Mi scusi dottoressa ma a quel punto gli ho detto che è proprio una testa di….lo so che un genitore non dovrebbe dire queste cose, ma di fronte a questo totale lassismo mi è venuto il sangue al cervello”.

“E lui come ha reagito?”, domando.

“Ha detto di non permettermi mai più di guardare nella sua cartella e si è messo le cuffie con la musica a tutto volume”, dice Rosanna con sarcasmo.

“sembri trionfante”, osservo.

“Certo, perché è l’ennesima dimostrazione che ho un figlio di m…”, dice dando un piccolo pugno sul cuscino del divano.

“Insomma hai ragione tu”, incalzo.

“Certo che ho ragione, non c’è molto da dire su uno così”.

“Beh, ora sai perché non vi parlate”, dico io ridendo.

“Non ho capito la battuta, mi scusi, cosa c’entra?”, domanda ancora più innervosita Rosanna.

“Ma scusi, Lei non era venuta a chiedermi una mano per riprendere il dialogo con suo figlio perché si era interrotto da un anno?”, spiego.

“Si e allora?”, chiede lei incuriosita.

“Ora sappiamo perché non vi parlate: per decreto materno!”, dico sorridendo, “ non ha appena detto che non c’è molto da dire? Mi sembra ovvio che non avendo da dirsi nulla non vi parliate!”.-

Rosanna mi guarda attonita.

“Rosanna, quello che sto cercando di fare è di restituirle la sua parte di responsabilità di quanto sta succedendo tra di voi. La sto aiutando a diventare consapevole del fatto che lei per prima ha decretato che non ci sia nulla da dirsi e che suo figlio l’ha capito benissimo…e non ci tiene a lottare con lei o per lo meno non con le parole ma solo con i fatti. Freud diceva che quando non possiamo dire delle cose le agiamo. Cosa le sta dicendo suo figlio lasciando la sacca all’ingresso?”.

“Mi sta dicendo che non conto nulla per lui, che non gliene frega niente di me”.

Noto che Rosanna dice queste frasi senza essere arrabbiata. Si vede che è più aperta a comprendere cosa sta succedendo ed è curiosa.

“E perché non gliene fregherebbe più niente di sua madre?”

“Non lo so, questo me lo deve dire lei. Fa come sei io non ci fossi!”

“E chi mette a posto la sacca dei panni del calcio, uno spirito?”

“Macchè spirito, io, IO, IOOOOOOOO, dottoressa”. Rosanna esplode in un pianto disperato.

Mi guardo bene dal consolarla, perché il mio ruolo è accompagnare le persone nel trovare una strada per uscire dalla tragedia in cui sono: attraverso questo pianto Rosanna sta finalmente andando oltre la sua rabbia, che è un’emozione parassitaria che la blocca in una ripetizione sterile di comportamenti.

“Rosanna cosa sta sentendo in questo momento?”, chiedo con gentilezza e abbassando un po’ la voce per farle arrivare la mia empatia.

“Mi sento disperata!”.

“Disperata, e poi? Mi dica di più della sua disperazione”.

“Sono disperata, perché mi manca e perché sento che lo sto perdendo. Per me è importante ed io lo vedo nel baratro. Si fuma le canne, qualcosa lo fa stare male. E poi….”

“E poi?”

“E poi…. e poi mi ricorda terribilmente mio fratello”, dice singhiozzando, “ l’ho perso che avevo quindici anni, in un incidente. Era strafatto”.

“Ha mai detto tutto ciò a suo figlio?”

“No mai”, dice ricomponendosi, “ho sempre pensato che fare la madre significa dire cosa bisogna fare….e tenere per me quello che sentivo veramente”.

“Insomma, mi sta dicendo che non si è mai data il permesso di esistere come persona umana? Deve essere dura per un figlio fare i conti con un fantasma!”, commento.

“Cosa crede che accadrebbe se gli raccontasse qualcosa di quanto emerso oggi? se gli dicesse qualcosa di lei?”.