Una vita sulla soglia: diffidenza e paura di vivere - Divenire Magazine

Una vita sulla soglia: diffidenza e paura di vivere.

La fiducia non è una vuota illusione.
Alla lunga, è l’unica che ci può assicurare
che il nostro mondo privato non è
anch’esso un inferno.

 

Hannah Arendt

“Mi rendo conto di quanto la mia costante diffidenza mi condizioni e mi limiti, ma sento che è una forza che faccio fatica a gestire e ad abbandonare. Molto spesso mi manca il coraggio di sollevare il velo della paura e affrontare la vita così come viene, con le situazioni positive e negative che si vengono a creare. Se dovessi descrivere con un’immagine quello che sento, rappresenterei un bambino affacciato ad una porta socchiusa che timidamente porta un piede in avanti e lo ritrae, così in continuazione. Davanti c’è un corridoio buio, fa paura, sul fondo si intravvede della luce, vorrebbe correrci attraverso e raggiungerla, ma non riesce….Lui si sforza, ce la mette tutta, si fa forza, ma la paura di affrontare l’ignoto e di conoscere tutto ciò che c’è fuori lo terrorizzano…. Forse non ha mai avuto il coraggio di farlo o, magari, quelle poche volte che ha cercato di affacciarsi alla porta, è rimasto scottato e la paura lo domina…. Che fatica…”.

Il nostro mondo interiore può essere immaginato come un preziosissimo tempio in cui nascondiamo il nostro tesoro.

Ferdinando resta sulla porta dandogli le spalle e guardando con sospetto verso l’esterno: intuisce quanto sia importante e ricco ciò che ha dietro di sé ma ha grande riluttanza ad entrare e a penetrare nel profondo.

Ferdinando guarda davanti a sé in modo da vigilare, perché possa così difendersi da eventuali attacchi.

Da bambino ha avuto dei genitori molto ambigui: gli raccontavano il mondo e la vita in un certo modo per insegnargli dei valori e degli ideali, ma poi si comportavano in maniera diversa e incoerente rispetto a ciò che avevano predicato. La severità unita al comportamento ipocrita e ambiguo dei genitori, fecero sì che Ferdinando non sentisse la sua casa come l’ambiente protetto che doveva essere perché anzi, proprio lì, si sentiva insicuro.

L’inaffidabilità dei suoi genitori è all’origine del suo grandissimo senso di instabilità e precarietà. In risposta a questo tradimento originario, Ferdinando, ha sviluppato un profondo senso di diffidenza nei confronti del prossimo, di cui spesso interpreta i comportamenti in modo negativo.

Mantenendo un atteggiamento chiuso e pessimista e aspettandosi sempre il peggio da tutte le situazioni Ferdinando si illude in questo modo di poter evitare l’antico dolore e soprattutto di non sbagliare.

Dotato di grande fantasia, Ferdinando immagina in continuazione possibili scenari e spesso finisce per prenderli talmente sul serio da avere fortissimi attacchi di mal di pancia o di mal di schiena.
Ferdinando è diffidente, è ritirato e introverso perché è dominato dalla paura, dalla paura di vivere.

Nel gruppo parla sempre per ultimo: vuole verificare se qualcuno si accorge che lui non ha ancora parlato. E’ un modo che a volte mi solleva tenerezza e altre mi crea una certa irritazione perché mi sento come obbligata a chiamarlo in causa per rassicurarlo che certo che lo vedo e che certo è importante per me.

Non è mai facile capire cosa vuole dire quando Ferdinando parla: il suo corpo tradisce il suo perenne non sentirsi all’altezza, i suoi pensieri complicati generano nel gruppo un senso di confusione e irrequietezza.

Lo sento chiuso dentro un bozzolo di tristezza e paura e non mi è sempre facile sintonizzarmi con il suo sconforto e la sua rassegnazione.

Ma questa volta il suo sguardo è diverso. Qualcosa mi dice che l’uscio è socchiuso. “Ti prego spingi un poco e apri la porta, vienimi a prendere”, sembra voler dire.

“E’ la prima volta che parli in modo così semplice e per me comprensibile”, interviene Tommaso, “a cosa dobbiamo questo miracolo?”.

“Il racconto inventato di Gloria, quello relativo all’ultimo incontro, mi ha messo seriamente in crisi: quella persona, protagonista della storia ero io”, argomenta Ferdinando.

“E che effetto ti ha fatto?”, chiede Ernesto.

“Un gran bell’effetto direi!”, dice Angelo facendoci ridere tutti.

Anche Ferdinando ride, è forse una delle prime volte. Il suo slancio vitale lotta per emergere, si vede che qualcosa da dentro lo percuote. Poi improvvisamente Ferdinando riprende una postura di fredda chiusura, il viso si fa scuro. Il silenzio domina nel gruppo. E’ il segnale che qualcosa di importante sta accadendo.

“Che ti succede ora?”, domanda con delicatezza Angelo.

Ferdinando cerca il mio sguardo e muove in me un profondo senso di tenerezza: vedo un bimbo piccolo incapace di esprimere alcun suono, impedito nella possibilità di vagire e segnalare in questo modo il suo disagio. Tutti noi sentiamo l’angoscia di Ferdinando e la difficoltà a non soffocare lo slancio vitale di prima.

“Qualcuno di voi sa dire cosa Ferdinando sta vivendo in questo momento?”, chiedo al gruppo, “parlate in prima persona come se foste Ferdinando e fatelo sedendovi dietro e mettendo le vostre mani sulle sue spalle”.

“Io mi sento terrorizzato, cosa starete pensando di me ora?”, dice Tommaso.

“Io vorrei esplodere ed urlare, perché sono incazzato nero.”, dice Gianni.

“Io mi sento implodere, mi sento cadere giù in un buco nero”, dice Francesco.

“Io sto morendo di vergogna e vorrei sparire. Mi sento imbarazzato. Cosa vi aspettate da me ora? Vi deluderò senz’altro”, aggiunge Giulio.

La vicinanza fisica ed empatica dei compagni sembra far bene a Ferdinando perché sembra essersi rilassato.

“C’è qualcuno che si è avvicinato al tuo stato d’animo?”, domando.

“Un po’ tutti e ne sono assolutamente sorpreso. Non pensavo che qualcuno potesse anche solo lontanamente intercettare i miei vissuti”, risponde Ferdinando.

“e che effetto ti fa?”

“un po’ mi piace e un po’ mi spaventa”.

“cosa ti spaventa?”

“Mi spaventa sapere che ….”, Ferdinando si commuove, “no, non voglio piangere, non voglio che mi vediate così”, ed esplode in un pianto.

“Ciò che temiamo è ciò che più desideriamo, diceva un mio maestro. Ferdinando forse vuoi essere visto e contemporaneamente ne hai paura. E’ così?”.

Ferdinando annuisce con la testa. Quando si calma solleva lentamente la testa e mi guarda.

“Sei sopravvissuto?”, domando.

“Si”, dice sorridendo, “ho come la sensazione di aver fatto qualche passo verso di voi, di essermi allontanato dalla mia zona di confort.

“E come è andata?”, domando.

“E’ andata che sono ancora qui”, commenta Ferdinando facendo un sospiro di sollievo e togliendosi la felpa madida di sudore.

“E noi anche! E lo saremo ancora se tu ce lo consentirai Ferdinando”, commenta commosso Ernesto, “grazie per aver fatto questo passaggio anche per me. Ti posso abbracciare?”.

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