Bisogno di libertà: una crisi d’identità a 50 anni. - Divenire Magazine

Bisogno di libertà: una crisi d’identità a 50 anni.

Niente come l’abitudine ti addormenta,
manda in fumo i tuoi sogni di un tempo e ti fa credere
di esserti già giocato tutto, quando invece la vita
è piena di novità e sorprese.
A saper guardare.
Bjoern Larsson

Credo di averla fatta grossa.

In che senso, scusi?

Che ne ho combinata una delle mie più grosse delle precedenti.

Continuo a non capire, che cosa è concretamente successo?

Ho finanziato in buona parte l’acquisto di una barca a vela.

Ed è finito sul lastrico?

No, perché?

E allora qual è il problema?

Il problema è che mi sento in ansia. Una vocina mi dice che non sono cose da fare

Acquistare una barca a vela è qualcosa che non si fa? Continuo a non capire. Parla come se avesse fatto qualcosa di immorale

Si appunto!

E cosa c’è di immorale nell’acquisto di una barca se è fatto legalmente?

E’immorale per me

Perché la sua bibbia interna cosa recita?

Che uno alla mia età, con la posizione professionale che ha, non dovrebbe investire soldi in un sogno

A me sembra meraviglioso invece: è il bello di essere grandi!

Io non riesco a gioire del fatto che mi sono finalmente comprato il giocattolo che ho desiderato per tutta la vita, anzi mi sento come se avessi commesso un furto.

E a chi l’avrebbe rubata?

Mi viene in mente che una volta da piccolo l’ho fatto per davvero. Ho rubato una barchetta dalla cartoleria del paese. Mi salgono ancora le lacrime ripensando a quell’episodio.

Mi racconti cosa è successo, credo sia importante.

Avevo sei o sette anni, credo. Chiedevo a mio padre di comprarmela ogni volta che passavamo di là. E lui rispondeva che avevo abbastanza giochi e che la barca potevo costruirmela da solo. Mi diceva che ero nato tra le montagne e che avrei dovuto applicarmi di più nelle camminate che ogni domenica facevamo verso i rifugi anziché sognare il mare. “Sei un alpino, ricordati, non un marinaio!”, mi diceva. “A te serve fune, ramponi e piccozza, altro che cime e vele”. Non so bene da dove mi derivasse tutta questa attrazione per il mare perché l’ho visto che avevo dieci anni durante una gita dell’oratorio: in vacanza si andava solo ed esclusivamente alla baita del padre di mio padre per tutta l’estate.

Sta lacrimando!

Mi scusi dottoressa, ma il ricordo della prima volta in cui ho visto il mare, di come mi sono sentito è uno dei momenti più indelebili della mia esistenza.

Si posso intuire il tripudio di emozioni che deve aver provato.

Quando l’ho visto mi sono detto: “io voglio vivere qui, nel mare, questa è la mia vita”.

Ma le cose non sono andate così.

Ovviamente no. Non ho potuto entrare nella marina per problemi legati alla mia salute fisica, un problemino cardiaco che ho dalla nascita e al tempo la mia famiglia non si sarebbe potuta permettere di finanziarmi dei corsi. Così ho ripiegato su quel percorso che mio padre giudicava come più sicuro: mi sono laureato in giurisprudenza e poi ho fatto il concorso per diventare un notaio.

Lo dice con tristezza.

Sono grato al mio lavoro, soprattutto per le sicurezze economiche che mi ha dato e alcune opportunità che ho trovato interessanti, come alcune collaborazioni con Banche di un certo rilievo.

Ma?

Ma ora che ho quasi cinquant’anni mi sento in colpa per sentire di averne abbastanza del mio lavoro

Ora il quadro mi è più chiaro. Manca solo un pezzo. Il più importante direi.

Ah sì?

Non mi ha raccontato tutta la storia del furto della barchetta

Dopo alcune settimane, ho temuto che qualcuno comprasse la mia barca e così l’ho rubata. E’ stato semplice: sono andato in cartoleria quando la gente usciva dalla messa della domenica. Ho approfittato del solito trambusto. Ricordo ancora il cuore che batteva e le mani che tremavano. Ricordo la sensazione di avere quella barca sotto il mio giubbotto, appoggiata sul cuore. L’abbracciavo come poi avrei abbracciato le mie amate. Non avendo né una stanza per me, né uno spazio se non il cassetto dei vestiti (non ci mancava niente ma essendo in cinque con un unico stipendio può immaginare che non navigavamo nell’oro), la nascosi sotto il mio letto. Un giorno, giocando a nascondino, Giorgio, il mio fratello più piccolo la trovò e la mostrò entusiasta a mia madre. Il resto glielo lascio immaginare.

Preferirei che me lo raccontasse nel dettaglio.

No è troppo umiliante.

Immagini di avere il DVD di quel momento. Se proprio non vuole raccontarmi come è andata, mi descriva unicamente la scena più dolorosa.

Quella in cui mio padre prende il martello e la rompe in mille pezzi davanti a tutta la famiglia. Riesco ancora a sentire il rumore. E’come se quella martellata l’avesse data a me mandandomi in mille frantumi.

Che giudizio le è arrivato da suo padre e dalla sua famiglia in quel momento? E’ come se le avessero detto “tu sei….”?

Tu…Tu sei sbagliato!

Cosa sente nel suo corpo in questo momento?

Tanta tensione alla nuca, come se avessi un ferro piantato nel collo che scende giù nel torace. Faccio fatica a respirare.

Se ora da adulto immaginasse di entrare in quella scena e dicesse qualcosa a qualcuno, a chi parlerebbe?

Sono indeciso se parlare a mio padre o a me piccolo.

Si prenda il tempo di immaginarsi la scena, magari distendendosi sul divano se la facilita.

Immagino di avvicinarmi al me piccolo. Mi commuove molto questa scena.

E’ importante che me la descriva. Mi renda partecipe!

Mi avvicino e mi inginocchio come ho sempre fatto con i miei figli. Bisbiglio nell’orecchio di quel bambino mentre lo abbraccio con delicatezza. Gli dico che la barca gliela compro io e che l’unico che dovrebbe vergognarsi qui è suo padre.

Che effetto fanno queste parole al lei-bambino?

Nessuno, vedo che il bambino continua a guardare per terra.

Ha idea di cosa stia provando?

Sì. Credo che si senta una nullità. E’completamente convinto delle parole del padre.

Che effetto le fa?

Mi crea moltissima rabbia e impotenza al tempo stesso. Vorrei prendere una sedia e sfracassarla sulla testa di quell’idiota.

Si dia il permesso di immaginarlo.

No non riesco, mi sento ridicolo.

Capisco. Cosa crede che le direbbe il bambino se potesse essere qui in seduta con noi?

Non saprei…

Si prenda il tempo di respirare e di lasciar emergere una fantasia.

Il bambino pensa che se anche io che sono grande obbedisco al padre allora significa che per lui non c’è scampo. Lo sbagliato è lui! Solamente lui..

Cosa nota nel suo corpo ora?

Che sono tesissimo.

Come se?

Come se mi stessi ritraendo, mi viene da puntare i piedi e inarcarmi all’indietro.

Lo faccia pure, esplori questo movimento spontaneo del corpo e mi dica cosa le fa venire in mente.

Vedo mio padre che mi stringe ed io che mi dimeno e mi voglio liberare

Sì, permetta al suo corpo di esprimere questo movimento

Via, vai via…Via, VAI VIA…..VIAAAAAAAAAA

Come si sente ora?

Sento tanta stanchezza.

La stanchezza di aver trattenuto questo movimento di fuga per quarant’anni.

Sì, credo proprio di sì.

Ed ora?

Mi sento decisamente meglio. Mi sento più libero.

Libero di?

Libero di dire la verità.

Perché non prova a farlo ora con me, per vedere che effetto le fa.

Gloria, io sono io e non c’è più nulla che devo giustificare. A nessuno.

Che effetto le fa?

Qualcosa di simile a quello che sento quando mi sveglio all’alba nella cabina della mia barca. Come dice uno dei miei autori preferiti, Larsson: “la libertà è essere ormeggiati in un porto e sapere di poter partire in qualsiasi momento per qualsiasi meta. La libertà è dover fare solo quello che si è deciso di voler fare. La libertà è un diario con sole pagine bianche, un racconto senza punto fermo.”

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