Come il sole a mezzogiorno. Donne senza ombra e narcisismo femminile. - Divenire Magazine

Come il sole a mezzogiorno. Donne senza ombra e narcisismo femminile.

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Non c’è ombra o riflesso
Solo dove la luce non incontra niente
Che produca il suo oscuro ma umano
Umanissimo riverbero.

 

Carla Stroppa

 

Forse abbiamo sentito parlare delle donne senz’anima, grazie alla famosa canzone di Riccardo Cocciante, ma senz’ombra, credo mai, se non qualcuno appassionato di opere liriche: La donna senza ombra è un’opera lirica di Richard Strauss, che narra della sterilità di colei che ha perduto il simbolo creatore della propria vita e con esso ogni possibilità di pienezza, sintesi e felicità. (cit.)

Quando Anna entra nel mio studio ho la sensazione che sia entrato un raggio di sole: grande sorriso, occhi espressivi, pelle luminosa, corpo sinuoso e accogliente. Il suo modo di fare è affabile e tutti i suoi pori sembrano dirti: “tutto d’ora in poi andrà bene!”. La sensazione di piacevolezza mi arriva come una sorta di effetto ipnotico a cui è difficile resistere.

Anna fa la pubblicitaria ed è una donna che ha saputo negli anni creare un’azienda di prestigio: “I miei clienti mi adorano: dicono che sono molto materna e premurosa e che hanno la sensazione che la loro azienda sia la prima in cima alle mie preoccupazioni”. In effetti lo slogan “La tua impresa è nel nostro cuore”, con cui pubblicizza la sua agenzia, corrisponde al suo modo di porsi: a chi non verrebbe voglia di affidarsi?

Anna colleziona successi da quando era piccola: prima della classe, diploma con menzione, laurea a pieni voti, carriera ineccepibile, marito da copertina, figli, 3, uno dopo l’altro, corpo da modella, lavoratrice instancabile, madre e padrona di casa perfetta.

Come il sole a mezzogiorno, per citare Jovanotti, Anna è una donna senza ombre, l’apparente incarnazione dei miti delle principesse di Walt Disney: gentili, disponibili, affabili, belle, eleganti, amorevoli, capaci….

Con i suoi grandi occhioni ed il suo bel sorriso Anna mi guarda con lo sguardo di un Bambi e sembra aspettarsi qualcosa da me, quindi le chiedo: “Cosa posso fare per Lei?”.

La mia domanda quasi banale ha subito un forte impatto. Anna sembra toccata da questa semplice domanda e commossa risponde: “Non avrei mai pensato di ritrovarmi da uno psicologo, perché nella mia vita va tutto straordinariamente bene”.

“Se non fosse che…”, aggiungo io.

“Se non fosse che ultimamente ho problemi di insonnia dovuti, credo, alla paura di certi incubi che ormai sono ricorrenti”.

Anna racconta che quasi tutte le notti sogna qualcuno che la vuole uccidere e fa alcuni esempi.

Dopo alcune sedute propongo ad Anna di esplorare in maniera più esperienziale uno dei sogni che le danno tanta angoscia e le propongo: “Se la sentirebbe di immaginare ad alta voce, qui con me, cosa accadrebbe se il sogno non si interrompesse?”.

“Non saprei, forse chiamerei qualcuno, anche se in certi sogni l’ho fatto e non mi sentiva nessuno..”.

“Allora serve fare qualcosa di nuovo, anche di strano o pazzo, senza censurarselo”.

“Prenderei un coltello”.

“Bene, e poi, cosa immagina accadrebbe?”.

Anna immagina una colluttazione e, con il mio sostegno, di provare a fronteggiare il suo persecutore ma poi arriva ad un punto morto.

“Se la sente di provare ad esplorare il sogno ancora un po’?”. Anna è abituata al lavoro duro e non è certo il tipo da mollare. “Ora le chiedo di immaginare di essere il suo persecutore: perché vuole uccidere Anna? Provi a descriversi”.

“Sono molto cattiva, sono tremenda, sono molta violenta e voglio far fuori Anna perché è una persona vuota e inutile, del tutto falsa e ipocrita. La sua presenza fa sentire tutti inferiori, il suo essere brava in tutto è nauseante.”

“Anna, l’assassino del suo sogno altro non è che una parte di Lei; le va di renderla più consapevole ripetendo a voce alta qualche volta: “Voglio uccidere Anna”?

Insieme esploriamo il desiderio di annientamento che Anna ha per sé stessa. Ad ogni “Voglio uccidere Anna”, suggerisco alla donna di dire perché, raccontando magari fatti della propria vita. Ci diamo il permesso di esplorare tutto l’odio che Anna ha per sé stessa: “chi ti credi di essere? Smettila di metterti in mostra, di essere solo tu quella brava. Ti faccio a pezzi così tutti vedranno finalmente chi sei veramente, solo una piccola, ottusa idiota, piena di sé come un pallone gonfiato.”

Anche se con momenti di imbarazzo, Anna, si permette questa esplorazione, si apre e si affida ed è commossa dal poterlo fare.

Nonostante tutte le sevizie, i mitragliamenti e le torture possibili, l’Anna-vittima non sembra morire. Qualcosa resiste.

“Non vuole morire”, dice Anna con un misto di spavento e commozione.

“Si concentri sulle sensazioni corporee. Cosa osserva nel corpo mentre dice non vuole morire?”

“Sento che un po’ la voglio uccidere e un po’ no, spero che non muoia”.

“Provi a dire: Anna un po’ voglio farti fuori e un po’ no. Quale parti di Anna vuole tenere e quale no?”

“Voglio uccidere la vanitosa, ma non so cos’altro resta da salvare”.

“Per scoprirlo le propongo di ritornare ad identificarsi con la vittima, ora che hanno provato in tutti i modi di ucciderla”.

In lacrime Anna esprime tutto il suo dolore nel non capire il perché di tanto odio e accanimento: “io faccio di tutto per essere apprezzata, per far felici gli altri. Perché ce l’avete tanto con me? Io non sono cattiva”, dice con disperazione, “non sono cattiva”.

“Ora torni ad essere l’Assassino”.

In pochi attimi Anna assume uno sguardo glaciale ed una postura di durezza. “Anna-assassina, dica alla Anna-vittima le ragioni di tutto il suo odio”, le dico guardandola dritta negli occhi.

“Tu non sei buona, sei una falsa-buona, una falsa generosa. Tu fingi, fingi tutto il tempo. Fingi a tutti e persino a te stessa. Tu non sai nemmeno lontanamente chi sei davvero. Passi il tuo tempo ad apparire gradevole, a non deludere nessuno. Tu non perdi mai la calma, hai sempre tutto sotto controllo. Perché lo fai, dimmi perché lo fai?”

“Lei non sa perché lo fa, ma tu che sei la sua assassina si, spiegale tu perché vuoi ucciderla, perché se lo merita”.

“Tu fai schifo, sei cattiva perché…perché…perché non vuoi bene a tua madre, perché la odi, la rifiuti e non la sopporti. Chi non ama la propria madre è un essere spregevole e merita di soffrire. E anche se fai la buonina, tu meriti l’inferno. Tu sei gelida. Chi non sa amare la propria madre, non sa amare nessuno, nessuno, nessuno”.

Anna ripete nessuno per moltissime volte, dando dei fendenti al cilindro che le metto a disposizione, che serve proprio ad esprimere rabbia, e poi continua: “tu non sei per niente naturale, il tuo comportamento è sempre trattenuto così sembri migliore di tutti. Sei una fottuta presuntuosa, non hai cuore, non hai pancia e nemmeno figa, frigida del cazzo. Mi fai schifo ed io ti riempio di sputi!”

Anna si prende la faccia tra le mani e si chiude in posizione fetale. Mi avvicino e le sussurro piano: “Ora sei l’Anna-vanitosa che è stata tremendamente umiliata. Cosa provi per l’Anna-aggressore-omicida?”.

Anna scuote la testa come a dire che non c’è niente da fare. “Anna, proverò ad immedesimarmi in te in questo momento di così rassegnata disperazione. Dirò delle cose e al termine, se c’è qualcosa di quello che avrò detto che ti appartiene, ti chiederò di ripeterlo. Ti va?”.

Anna annuisce. Ed io inizio: “Mi sento morire di vergogna, ma io non lo faccio apposta. Lo faccio perché ho paura che mi lascino, che si dimentichino di me come faceva mia madre quando ero piccola che mi dimenticava sempre dalle suore e non arrivava mai”. Anna piange silenziosamente.

Le chiedo il permesso di accarezzarle la testa ed Anna accetta.

In quel momento ho la sensazione che Anna oltre a permettersi le mie carezze, si apra a quel desiderio che il sogno le ha mostrato, il desiderio di morte di quella parte di sé troppo preoccupata per la propria immagine e incapace di trovare un significato nella vita che vada al di là di quello di piacere agli altri. L’ammissione del dolore per la mancanza d’amore da parte della madre, per la sua distante freddezza, è un passo fondamentale per aprirsi ad uno sguardo su di sé che permetta l’integrazione della sua ombra, che smetterà nel giro di poco di perseguitarla in sogno.

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Un commento in “Come il sole a mezzogiorno. Donne senza ombra e narcisismo femminile.

  1. …. ancora una madre…
    Dietro la perfezione. Dietro al disagio. Dietro ai disturbi alimentari…
    Posso lavorare su me stessa e sul rapporto con mia madre.
    Ma io sono anche madre e allora mi chiedo: quanto male ho fatto?