Il piccolo principe e l’anima in ostaggio: gli uomini e la perdita del contatto con l’innocenza primordiale.

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-Se qualcuno ama un fiore di cui non esiste che un solo esemplare tra milioni e milioni di stelle, per essere felice basta che le guardi e si dica: “il mio fiore è lì, da qualche parte”. Ma se la pecora mangia il fiore, per lui è come se da un momento all’altro tutte le stelle si spegnessero! E questo non è importante?”. Non riuscì ad aggiungere altro. All’improvviso scoppiò in singhiozzi. Era scesa la notte. Avevo messo via gli attrezzi. Non mi importava nulla del martello, del bullone, della sete e della morte. Su una stella, o meglio su un pianeta, il mio pianeta, la Terra, c’era un piccolo principe da consolare! Lo presi tra le braccia e lo cullai. Gli dicevo: “Il fiore che ami non è in pericolo….disegnerò una museruola per la tua pecora…disegnerò un’armatura per il tuo fiore…Io…”. Non sapevo bene cosa dire. Mi sentivo maldestro. Non sapevo come arrivare fino a lui, in che luogo raggiungerlo…E’ talmente misterioso il paese delle lacrime! –

 

Antoine De Saint-Exupéry

“Hai visto Dario?”, commento alla fine dello scambio affettuoso tra Dario ed il resto del gruppo sulla faticosa confrontazione di Dicembre, “le orchidee che mi hai regalato più di un anno fa sono in piena fioritura”. “Eh, già”, commenta sorridente lui, “si vede che ci hai tenuto!”.

Il prendersi cura di sé è un tema centrale nel percorso di crescita degli uomini. Quella sera, occupandoci a lungo del blocco alla scrittura di Federico e poi dell’esperienza dolorosa di Giulio, alle prese con un forte shock dovuto ad un incidente automobilistico, ho avuto la forte sensazione che stessimo lavorando sullo stesso tema, anche se occupandoci di cose apparentemente distanti.

Delle tre storie mi arrivava un comune sentimento di una mancanza, quasi di una nostalgia. Nostalgia di cosa? Mi sono domandata. Nostalgia dell’infanzia, mi sono risposta.

Sembrava di stare in una sorta di sala d’attesa: “quando vengono i miei genitori? Io ho paura e non so come fare”.

Nelle fatiche di Federico e Giulio, nella posizione coriacea di Dario, sentivo lo stesso comune denominatore: offrire a se stessi e agli altri in maniera reiterata ciò che avevano vissuto da piccoli.

Così Federico evitava di avere dal gruppo quell’apprezzamento che non ha mai ricevuto da suo padre evitando di scrivere il suo racconto, Dario comunicava che il lavoro era più importante del fare esperienza insieme al week end che il gruppo stava organizzando, esattamente come i suoi genitori gli dimostravano quotidianamente lasciandolo interi pomeriggi da solo a casa a fare i compiti, e Giulio si sentiva completamente invaso da un senso di inadeguatezza, come accadeva da piccolo quando lo lasciavano da solo a gestire i fratelli più piccoli.

Se da una parte queste persone ci mostravano il pessimo modo con cui erano stati trattati e la scelta di continuarlo a fare ora che erano adulti, dall’altra ero ammirata dalla delicatezza offerta dalla qualità della presenza e dell’ascolto del resto del gruppo di uomini.

Ognuno a modo loro, i tre ci offrivano un’immagine di sé deformata, che dimostrava che in fondo fosse giusto non sentirsi meritevoli di supporto, apprezzamento e in un’ultima analisi di amore.

Il clima che si respirava nel gruppo raccontava, però, di quanto fosse comunque importante farsi testimoni del racconto di persone in ostaggio di un passato che si faceva presente. Uomini orfani del reale, come direbbe Grotstein, perché rassegnati al crollo della fiducia in sé e negli altri e quindi dediti ad un certa trascuratezza.

Che ne è stato del loro carattere sensibile e altamente sintonico? Credo sia rimasto sotto il peso delle loro famiglie emotivamente insensibili e quasi per nulla sintonizzate con i loro bisogni primari.

In quel momento ho pensato alla storia famosa del Piccolo Principe, che racconta proprio del ritiro di un bambino nel proprio mondo interiore, in un altro pianeta, e di tutte le difese che lo proteggono da questo mondo per evitargli il rischio di un’ennesima ritraumatizzazione. La storia ci racconta, però, di come queste difese, i baobab, mettono a rischio la stessa sopravvivenza del bambino sul suo pianeta, che quindi è obbligato a scendere sul nostro in cerca di aiuto: una pecora che possa mangiare le radici dei baobab.

Il personaggio del Pilota, nella storia, rappresenta il sé adulto, operativo, si direbbe adattivo di un individuo. Il Pilota è quella parte di noi che vive soltanto nel mondo pratico, reale, ed infatti sa volare, ovvero ottenere dei risultati esterni concreti, un diploma, un lavoro, ma che ha perduto il contatto con la parte più viva di sé, con la magia dell’infanzia, con la realtà nascosta delle cose, con il segreto sacro al centro del proprio cuore.

Non è un caso che il Pilota incontri il Piccolo Principe proprio nel momento in cui fa un incidente e si trova bloccato nel deserto.

Ora mi appare più chiaro il cambiamento che sta avvenendo nel gruppo, quel cambio di clima: il gruppo, con la sua qualità di ascolto accogliente e priva di giudizio offre a chi desidera portare se stesso la possibilità di ripatire il proprio dolore alla presenza di altri a testimoniarlo.

Assito commossa alla nascita di questo spazio potenziale, che crea un ponte tra il mondo del Pilota e quello del Piccolo Principe, un ponte che aiuta a sperare e a sognare di nuovo.

E mi lascio piacevolmente contagiare.

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