Saper disinnescare. Introduzione alla pratica collaborativa. - Divenire Magazine

Saper disinnescare. Introduzione alla pratica collaborativa.

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L’altro giorno mi sono soffermato a pensare che quasi tutte le coppie di miei amici nel tempo si sono separate. Ricordo anni fa, sono stato invitato a pranzo da una di queste coppie. Lui 40 anni, lei 35. Due bambine molto intelligenti. Un bel momento.

Dopo diverso tempo lui viene da me per un consiglio: durante una discussione lui le ha scaraventato addosso una sedia. Lei, tentando di impedirgli di uscire di casa, gli ha fratturato una caviglia nella porta d’ingresso.

Il conflitto è una condizione naturale. Ma conflitto e antagonismo non sono la stessa cosa. E’ pur vero che il nostro diritto di famiglia è strutturato in maniera avversariale, antagonista. C’è una parte e c’è il suo avversario, si lotta per detenere la ragione e per scrollarsi di dosso il torto, e c’è qualcuno che alla fine deciderà a chi attribuire l’una o l’altro, con il giusto peso. Mi immagino che arriverà finalmente il mio riscatto, un riconoscimento e che finalmente l’altro pagherà.

Purtroppo però ci si rende presto conto che la realtà ha un sapore molto diverso. Questo terzo decisore non mi sembra così illuminato come credevo, non sembra così giusto come avrei voluto, mi dico che forse non ha capito bene…. E poi, a volte, c’è qualcuno che abbiamo perso di vista: il figlio. Perché comincia a stare male, ad andare male a scuola, è arrabbiato e soffre, visibilmente.

E allora, forse, vivere un conflitto in maniera antagonista non funziona così bene. Alla fine mi rendo conto che ho dato in mano un pezzo della mia vita, della mia storia, ad altri che non sanno niente di me e che però decidono per me e sulla mia pelle. Però senza di me. E senza i miei figli. E sulla loro pelle.

Ma forse ci sono altri modi per affrontare tutto questo in ambito giuridico.

C’è la grande categoria delle separazioni consensuali con, ad esempio, la mediazione e la negoziazione assistita. L’una però non prevede la presenza dei legali, l’altra si basa su principi condivisibili ma senza una procedura definita.

La pratica collaborativa è un metodo alternativo di gestire le controversie in materia di diritto di famiglia. Propone un approccio diverso al conflitto: non riparare ad un fallimento, ma costruire un nuovo modo di rapportarsi, con la convinzione che la famiglia ha ancora la possibilità di dire qualcosa di fondamentale. E’ un progettare in maniera costruttiva all’interno di uno stato conflittuale, in cui è possibile parlare dei propri interessi e degli interessi comuni. Si costituisce un team di lavoro con soggetti esperti (gli avvocati, il facilitatore della comunicazione, l’esperto dell’età evolutiva, l’esperto finanziario) e formati anche a gestire gli stati emozionali difficili che emergono durante le fasi critiche, con l’obiettivo di guidare le parti verso un accordo, il “loro” accordo. Per questo sarà solido. La tutela degli avvocati resta: è comunque difensore e fornisce tutti i rimedi giuridici e consigli pratici utili alla propria parte. Si costruisce una squadra, in un contesto protetto, con un obiettivo comune e con le parti come protagoniste.

“Però una cosa importante l’ho imparata”

“Cosa?”

“Saper disinnescare.”

“Cioé?”

“Non trasformare ogni discussione in una lotta di supremazia. Non credo che sia debole chi è disposto a cedere, anzi, è pure saggio. Le uniche coppie che vedo durare sono quelle dove uno dei due, non importa chi, riesce a fare un passo indietro. E invece sta un passo avanti.”

Dal film Perfetti sconosciuti

Credo che tutto ciò valga anche per le separazioni.

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