Nemmeno un dito dietro il quale nascondermi

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Mannaggia a quando ho accettato di entrare in una terapia di gruppo!

Sospettavo io che ci fosse un trabocchetto.

Io che pensavo di potermi rilassare mentre a lavorare con la terapeuta è un altro paziente!

Il mio inconscio esultava: bene, forse stasera la passiamo liscia e si torna a casa senza spargimenti di lacrime.

Macché!

Puntualmente, io e i miei neuroni a specchio finiamo travolti a tradimento dalle emozioni del compagno, risuoniamo come cembali, detoniamo come petardi, frulliamo come trottole, smottiamo zuppi di lacrime sullo schienale della poltrona.

In altre parole, con un abile gioco di sponda, le mie resistenze inconsce sono raggirate e rase al suolo; diventano un bel prato all’inglese su cui spuntano le mie paure come crocus, il mio dolore e la mia rabbia sbocciano a mazzetti.

Insomma, non c’è scampo.

Ci sono in media una dozzina di occhi attenti, circa 7 cuori che battono insieme, e di solito almeno una decina di mani accoglienti, ma mai, mai nemmeno un dito dietro cui nascondersi.

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