Scegliere uno spazio per sé, scegliersi. La sindrome del colon irritabile.

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“Noi soffriamo per i sogni. Noi guariamo con i sogni”.
G. Bachelard

Giovedì ore 9.30. Luce.

Si siede sulla poltrona bianca. Estrae come ogni settimana lunghi appunti di sogni dalla borsetta.

“ Sto andando dalla dottoressa, entro nel suo studio, che è un po’diverso dal reale, molto grande, con la porta d’ingresso che conduce in un salotto nel quale vi è un divano e altri due più piccoli ai lati, a formare un ferro di cavallo, un tavolo di vetro al centro e sotto un tappeto caldo, persiano. Quel giorno la terapia si svolge sul divano del salotto e mi trovo seduta accanto ai miei genitori che mi dicono che avrebbero assistito anche loro al mio colloquio. Rimango un po’ così… non mi avevano chiesto nemmeno il permesso e la cosa non mi piace molto. Inizio a parlare con la terapeuta cercando di non pensare al fatto che ci siano anche loro. Ma dopo la prima mezz’ora mi accorgo di non essere rilassata e che la loro presenza non mi va, mi dà parecchio fastidio. Allora dico loro di andarsene, mia mamma fa storie e in quel momento arrivano anche tutti gli altri miei parenti. Tutti vogliono assistere alla mia ora con lei. È la goccia che fa traboccare il vaso, esplode tutta la rabbia e il nervoso che avevo dentro. Ne dico di tutti i colori e li mando via con fatica perché non se ne vogliono andare. Perdo quasi tutta l’ora, mi scuso con lei, sono dispiaciuta di non avere il mio spazio con lei”. Mi racconta il sogno.

“Cosa è successo?” Chiedo sorridendo.

“Credo di aver finalmente accettato e addirittura desiderato che loro fossero più distanti da me. Credo di aver iniziato a sentirmi separata”, mi confessa.

“ Intendi che adesso che hai uno spazio di ascolto, relazione, scelto solo da te, vuoi che nessuno lo occupi, che nessuno rubi il tuo tempo”?

“Esatto. Non possono permettersi di intromettersi nelle mie cose, nei miei spazi vitali. Ma nessuno. Basta, li ho mandati via. Ci sono anche io! E questa è la mia ora. Il mio momento. Perché devo rinunciare? Perché lo devo condividere?” Si sfoga.

Continua. “La scorsa settimana ho fatto un corso di formazione, mi è piaciuto moltissimo. Ho sentito che sarebbe bello riprendere in mano i miei interessi, confrontarmi con il mondo, arricchirmi un po’. Da anni faccio la madre e la moglie. Lo faccio con tutto l’entusiasmo e la gioia ma ho altri desideri.” Confessa soddisfatta.

Luce, donna di 32 anni laureata in biologia, insegnante, appassionata di natura, di ricerca, con una marcata sensibilità da qualche anno soffre di colon irritabile. Una sindrome che si riconosce dalla presenza di disturbi addominali, che coinvolgono soprattutto la parte finale dell’intestino (il colon) e compromettono la regolarità delle principali funzioni intestinali. Chi soffre di sindrome del colon irritabile presenta problemi intestinali quali stitichezza, stipsi, diarrea, gonfiori addominali, alterazione della frequenza delle evacuazioni.

“Stai iniziando a pensare al fatto che avere degli spazi di crescita tuoi, soltanto tuoi, nonostante spesso marito e famiglia cercando di impedirli, è qualcosa a cui non vuoi rinunciare?” chiedo.

“Ho lavorato come biologa in un azienda ma poi sono rimasta incinta e sono stata a casa. Ora faccio l’insegnante, un compromesso per la famiglia. Quando volevo andare a fare shopping mi sentivo in colpa perché mio figlio poteva aver bisogno, mio marito non mi alleggeriva e sceglievo di rimanere a casa. Facevo ginnastica una volta alla settimana la sera ma poi dovevo lasciare il piccolo con mio marito stanco dal lavoro, e ho smesso. Ma anche quando il giovedì vengo qui, se dovevo chiedere a qualcuno di tenerlo ho sempre preferito evitare. Rinunciavo io”.

“Basta! Io esisto”. Afferma sicura. Con una sicurezza che non ho mai sentito in lei.

“ Senti il bisogno di fare scelte tue? Senza ascoltare sempre i bisogni degli altri prima?” proseguo.

“ Esatto. Voglio esserci per gli altri ma voglio esserci anche per me”. Conclude.

Penso alla somatizzazione del colon irritabile di cui mi ha parlato all’inizio del nostro percorso e mi domando quando il suo intestino stia iniziando ad alleggerirsi dal dispendioso ruolo di scegliere per lei.

L’intestino distingue il buono che deve essere assorbito dal cattivo che deve essere eliminato, dalle sue scelte dipende il rifornimento al nostro corpo delle sostanze necessarie alle attività vitali. L’intestino tenue diventa quindi il luogo della scelta tra ciò che può entrare nel sangue venendo in contatto con la nostra identità biologica per essere assimilato, e ciò che deve rimanere fuori proseguendo il cammino che porterà all’espulsione.

L’intestino si comporta come una sorta di cervello viscerale che porta a compimento l’analisi del cibo e poi opera le sue scelte.

Il materiale da espellere sotto forma di feci giunge così nel retto e attraverso l’ano eliminato all’esterno.

Qui si gioca la partita se essere alimentati o intossicati ed è la stessa partita che si gioca sul piano psico-relazionale tra un bimbo e le figure genitoriali.

Crescere un figlio nel rispetto della sua natura e delle sue attitudini significa renderlo capace di scegliere ciò che per lui è buono nelle varie situazioni della vita e allora ci si potrà attendere che il suo intestino non sarà chiamato a denunciare conflitti psichici attraverso le sue sofferenze.

Per evitare un sovraccarico da parte del nostro intestino dovremmo essere capaci di fare delle scelte giuste per noi, ad esempio, a partire dalla scelta dei cibi giusti, nutrienti, buoni, evitando quelli cattivi, tossici.

Questo vale anche sul piano psicologico, è importante chiedersi quanto siamo in grado di capire e scegliere ciò che ci fa bene da ciò che ci fa male, se sappiamo scegliere le persone giuste, il giusto compromesso e allontanarci da ciò che ci avvelena.

L’irritabilità intestinale esprime l’ambivalenza tra apertura e chiusura, dare e trattenere, esprimere e aspettare, affermarsi e tirarsi indietro, agire e non agire, legittimare i propri bisogni e negarli, arrabbiarsi e nascondere la rabbia. L’alternanza esprime una specie di “grande dubbio” riguardo alla possibilità di esprimersi e la paura a farlo.

Mi chiedo se Luce stia, attraverso il lavoro psicoterapico e la presa di coscienza attraverso il sogno, iniziando a legittimarsi di ascoltare i propri bisogni, a fare le scelte giuste e buone per stessa anche arrabbiandosi se questo non può verificarsi.

Nel sogno l’ora di terapia è la rappresentazione di uno spazio di fatica e crescita che Luce ha voluto prendersi con impegno e sacrificio e non permette a nessuno di rubarlo. Uno spazio di accoglienza con un morbido tappeto. Uno spazio da cui partire per comprendere la necessità di avere altri spazi, lavorativi, formativi, sportivi. Senza trattenere il desiderio ma lasciandolo andare. E arrabbiandosi se questo serve a farsi spazio.

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Un commento in “Scegliere uno spazio per sé, scegliersi. La sindrome del colon irritabile.

  1. Io penso che siano i sensi di colpa alla fonte di diversi disagi interiori ed esteriori. Per la maggior parte originati da persone anche care che vivono accanto a noi.