Il cantiere della psicoterapia e i peggioramenti necessari.

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Quando affermiamo la nostra integrità
L’altro riceve un messaggio chiaro,
sa dove siamo e può fidarsi di noi.
Krishnananda

“Non si direbbe che sei una psicologa, anzi, a me sembra che sei una abituata ai cantieri!”, così si complimenta Gianmario, il muratore che ha lavorato al cantiere della nuova succursale del Divenire.

“In effetti è proprio così”, rispondo, “fare la psicoterapeuta è un po’ come frequentare cantieri!”.

Gianmario mi guarda con aria perplessa: i nostri mondi sembrano così lontani!

“Cosa ti ha colpito di me?”, gli domando.

“Intanto che non ti fa schifo muoverti tra il casino e la polvere, e poi che quando ti spiego come verranno le cose, le capisci, si vede che riesci ad immaginartele e soprattutto….”

“Soprattutto?”, incalzo.

“Soprattutto non vai in ansia quando spacchiamo qualcosa e lo lasciamo lì rotto”.

Credo che la capacità di tollerare il disordine sia una delle caratteristiche più importanti di un buon psicoterapeuta: un paziente arriva spesso con un senso di grande caos interno e si sente subito tranquillizzato dal fatto che la persona che gli siede di fronte sa guardarci dentro, muovercisi con un caldo interesse.

Per questo motivo la diagnosi è il primo atto terapeutico importante. Quando comunichiamo ad una persona un’ipotesi dell’origine del suo malessere, diamo forma a qualcosa che prima non l’aveva e questo “dare forma” dona solitamente un senso di sollievo perché per il nostro cervello ciò che ha forma è affrontabile, ciò che ha senso è digeribile, acquisibile, dunque integrabile.

Quando poi si inizia il percorso terapeutico, esattamente come per un progetto di ristrutturazione di una casa, si ha la percezione di mettere in disordine: si svuota l’edificio, si eliminano cose che non servono più, si abbattono muri, si demoliscono parti della costruzione, si scava. Il tutto è accompagnato da polvere e rumori assordanti. Insomma, se uno non sapesse che sta ristrutturando casa, che fa tutto questo casino per avere un edificio più bello e confortevole, e guardasse la situazione attuale della propria casa, sarebbe il minimo che si disperasse.

Uso spesso questa metafora per sostenere i pazienti in alcuni passaggi difficili della psicoterapia, quando arrivano in studio dicendo: “a me sembra di peggiorare”, o quando propongo esercizi di scarico vocale, più assordanti di un martello pneumatico.

Cosa rende possibile attraversare il “disordine” indotto dal lavoro di “ristrutturazione” psichico che chiamiamo, per l’appunto, psicoterapia? La fiducia.

La fiducia nel fatto di aver scelto un buon capocantiere, cioè volevo dire un buon psicoterapeuta (ops!)

Scherzi a parte. Egli, parimenti al capocantiere, sostiene il cliente nell’intravvedere i risultati finali che la demolizione o la costruzione di pareti o la messa in posa di materiali, per restare nella metafora, comporteranno.

In termini psicologici a cosa ci riferiamo più concretamente?

Facciamo un esempio di “demolizione” sul piano del mondo interiore.

“Dottoressa non tocchi i miei genitori, non faccia come gli psicologi della televisione. Sono dell’idea che ognuno deve prendersi le sue responsabilità e che se le cose tra me e mio marito vanno come vanno, i miei genitori non c’entrano. Loro hanno fatto del loro meglio e con questo non vorrei più tornare sull’argomento”. Dice Alice guardando il muro.

Ecco, questa attitudine di Alice verso il lavoro terapeutico, è un muro.

E’ un muro che pone nei miei confronti, perché è come se mi dicesse: “non mi fido di te e della tua competenza, devi fare quello che io voglio. Puoi muoverti solo negli angusti spazi che definisco io”.

E’ un muro verso i suoi genitori, perché non dimostra anche solo un po’ di interesse nel provare a guardarli con uno sguardo adulto che prevede dubbi, interrogativi, capacità di cogliere le sfumature.

E’ un muro soprattutto verso se stessa: mi arrivano dalle sue parole e soprattutto dalla rigidità della sua postura che ha molti pregiudizi su di sé, delle convinzioni negative che le impediscono di apprezzarsi.

Insomma, Alice non vuole incontrare nessuno. Non vuole incontrare me, i suoi genitori, se stessa.

Questo muro pone grandi limiti alla vita di questa persona ma non pensiate che lo si debba abbattare subito, anzi! Un buon progettista, perché un terapeuta è anche e soprattutto questo, inizia ad osservare e a chiedersi: perché c’è un muro qui? Quale esperienza lo ha reso necessario? A cosa serve? Cosa crollerebbe se lo abbattessimo?

I muri che poniamo sono spesso le nostre risposte automatiche, che chiamiamo carattere, e le nostre difese. Stando nelle metafora, essi possono delimitare spazi che non necessariamente sono angusti ma che sono diventati poco utili per il momento esistenziale in cui ci ritroviamo oppure hanno la funzione di reggere complicate impalcature, diventate obsolete che richiedono manutenzioni costose.

Quando una persona arriva in terapia, ci arriva proprio grazie al suo sintomo. Grazie alla spinta vitale del proprio malessere, che da una parte esprime il desiderio profondo di evadere dagli spazi asfittici in cui si è recluso e al contempo la paura di perdere un luogo che lo ha protetto da pericoli reali o immaginari, la persona è motivata, se non costretta, ad affrontare la fatica di una ristrutturazione.

Come inizia un cantiere? Dai rilievi! Nel caso della psicoterapia si tratta di introdurre il paziente alla pratica dell’autosservazione.

Cosa significa? Così come il Progettista inizia a mettere mano al progetto di ristrutturazione del suo cliente tracciando dei disegni, il terapeuta non affronta direttamente il muro difensivo del paziente, ma inizia a parlarne, a renderlo visibile anche al paziente, in modo da creare una sorta di mappa interna, di disegno della propria conformazione psicologica. Migliore sarà la precisione con cui vengono fatte le osservazioni, maggiore sarà la possibilità di rappresentarli in una sorta di mappatura interna che crea un senso di ordine e quindi di maggior equilibrio, nonostante nella realtà nulla è ancora cambiato.

“Alice, prendo nota della sua prescrizione e cercherò di rispettarla finché lo riterremo utile. Ci sono due cose che mi colpiscono di quello che è appena successo, però. E’ interessata?”

Alice mi osserva e annuisce. Sembra più calma.

“La prima è che aveva lo sguardo rivolto verso il muro e la seconda il suo tono di voce perentorio. Come se mi stesse sgridando in anticipo per qualcosa che non avevo nemmeno intenzione di fare, per lo meno non in questo momento”.

Alice sgrana gli occhi. E’ molto colpita dalle miei parole. Noto che le mani iniziano a tremare. Ora Alice, trattiene il respiro.

Io resto in silenzio. Cerco di toccarla con il mio sguardo.

Sento che sta accadendo qualcosa in Alice, e decido di accompagnarla stando presente e in ascolto del mio respiro. Le offro un respiro profondo, un respiro che in questo momento Alice non si può permettere.

E’ un momento particolarmente vibrante tra noi due. Sento che Alice sta decidendo. Sta decidendo se tenere su il muro oppure no, se abbatterlo e fidarsi di me, di con-fidarsi.

Il tempo della nostra seduta sta per terminare.

Sentiamo entrambe che è bene non aver fretta.

Torneremo in cantiere settimana prossima, e riprenderemo il lavoro.

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Un commento in “Il cantiere della psicoterapia e i peggioramenti necessari.

  1. Bello, molto bello questo paragone, con esso avrei convinto un muratore sbandato della tua valle a venire,alla madre che mi chiedeva un’indicazione lui invece rispose “Da una psicologa donna…mai”
    Gloria ti abbraccio Tino Mantica