Sopravvivere ai genitori HH. L’ultimo libera tutti.

Ci sono genitori con storie di gravi carenze affettive, traumi, lutti irrisolti che in maniera del tutto inconsapevole maltrattano i propri piccoli, per i quali essi, rappresentano al tempo stesso l’origine e la soluzione dei propri sentimenti di paura.

Ruth era venuta in terapia appena scoperta una gravidanza non programmata. Nonostante la condizione depressiva, la donna sentiva di non voler rinunciare alla gravidanza anche se sentiva una profonda angoscia. Ruth ricordava molto poco della propria infanzia e tutti i ricordi erano prevalentemente di natura traumatica. Osservando il tipo di relazione che si instaurava tra di noi di seduta in seduta, mi resi subito conto di quanto fosse difficile per la donna potersi affidare a me. Al di là dei pochi ricordi penosi, la sua storia traumatica fatta di persone che la spaventavano e la manipolavano, era lì da vedere in ciò che succedeva tra di noi.

“Ruth, ci stiamo vedendo da qualche mese ormai, e noto che ancora entri nello studio con circospezione”, le dissi una volta.

E lei con fare imbarazzato: “si vede così tanto?”.

“Si, sento che ancora non ti senti a tuo agio qui con me. La cosa non mi sorprende, anzi è comprensibile data la tua infanzia così faticosa e traumatica. So che ci vuole tempo. Credo però che i tempi siano maturi per approfondire questo aspetto della nostra relazione. Vorrei comprendere come fare insieme a te per rendere questo luogo un posto più sicuro e prevedibile”.

HH deriva da due parole inglesi che sono Helpless (impotente, bisognoso di aiuto) e Hostile. Questo perché le modalità prevalenti con cui questi adulti si mettono in relazione con i propri figli sono dapprima di apparire come bisognosi di aiuto e poi di essere punitivi qualora i figli non soddisfino adeguatamente le loro aspettative. Nel tempo, questa modalità, diventa una forma caratteriale anche per il bambino stesso che a sua volte applica lo stesso modello d’interazione con gli altri. Il circuito che si crea è una sorta di girone infernale della paura dove si alternano continuamente comportamenti spaventanti e vissuti di spavento.

A turno il genitore o il bambino passano dal sentirsi vittima, persecutore o salvatore. Si tratta del cosiddetto Triangolo Drammatico di Karpmann.

Tra i comportamenti spaventati e spaventanti dei genitori, Main ed Hesse hanno identificato:

  1. Comportamenti predatori e minacciosi, come inseguire in modo aggressivo il piccolo
  2. Comportamenti spaventati o inibiti, come allontanarsi dal piccolo come se fosse un predatore
  3. Comportamenti dissociati, come cadere in stati simili a quelli di trance o muoversi come un robot
  4. Comportamenti erotizzati, come accarezzare il piccolo in modo sessuale o baciarlo a fondo

Di fronte a questa paradosso per cui fonte e soluzione della sensazione di paura e sofferenza coincidono con la stessa persona, il bambino non riuscirebbe a costruire una strategia organizzata per gestire paura ed ansia.

Una volta diventate adulte, queste persone raccontano spesso di aver adottato nell’infanzia un ruolo protettivo nei confronti del genitore, ma manifestano anche una forte aggressività, che trapela, ad esempio dall’utilizzo del cinismo e del sarcasmo quando, ad esempio, raccontano di eventi traumatici che gli sono accaduti anche nell’attualità, ridendo.

Nel rapporto con me, Ruth si mostrava spesso piena di timori, evitante ed inibita. Raramente prendeva l’iniziativa portandomi un tema, difficilmente mi dimostrava il desiderio di un contatto emotivo profondo.

“Io non so nemmeno dove sta di casa la sicurezza”, commenta Ruth con il solito sarcasmo.

“Si lo so Ruth. Persone che hanno avuto l’infanzia che hai avuto tu sono stati completamente immersi in un tessuto relazionale sottilmente ma continuamente traumatizzante derivante dall’indisponibilità dei tuoi genitori e dalla disregolazione che ne derivava costantemente. Per questo motivo è facile che si aspettino che anche gli altri facciano prima o poi lo stesso con loro”.

“E’ quello che ho paura che accada con la mia bambina”, dice Ruth guardando verso il basso e congelandosi un po’.

“te la senti di dire qualcosa di più a questo proposito?”, commento dopo qualche minuto di silenzio. Sento che Ruth mi sta consegnando un peso, sta correndo un rischio nella nostra relazione.

Ruth resta in silenzio e dopo un lungo lasso di tempo dalla mia domanda, solleva il viso e con uno sguardo molto duro mi dice prezzante: “perché dovrei?”.

“Ruth, tu credi che ti faccia questa domanda perché mi interessa di te o perché io abbia qualche altro fine?”

“Perché me lo chiedi?”, incalza.

“Perché ho avuto la sensazione che la mia empatia costituisca una minaccia per te, visto la tua reazione provocatoria”.

“Non me ne ero accorta”, dice abbassando di nuovo gli occhi. Sul collo sono apparse delle grandi chiazze rosse, “Mi dispiace, scusami”.

Ruth è passata molto velocemente da un vissuto di ostilità a quello di impotenza. E’ evidente che sta sentendo molta vergogna.

“Hai sentito le mie parole come giudizio?”, le chiedo dolcemente.

“Si…”

“ ed ora ti senti sbagliata”, dico avvicinando la sedia di qualche centimetro al divano, “è così?”.

“si è così”, dice con una voce quasi impercettibile.

“ Ruth”, le dico con calma,” posso avvicinarmi?”

Ruth fa si con il capo. Io mi siedo accanto a lei.

“Ruth”, le dico sottovoce, “quanti anni ti senti in questo momento?”

Ruth sta tremando e con la mano mostra che ne ha 5.

“Ruth, sento e vedo tutta la tua paura ed il tuo blocco. Vedo che da una parte desideri una vicinanza e che allo stesso tempo la mia vicinanza ti fa paura. E’ così?”.

Ruth fa si con il capo.

“C’è solo un modo per rassicurarti del fatto che io non mi comporterò come ha fatto la tua mamma con te quando eri piccola”.

Ruth mi guarda con aria interrogativa ed io continuo.

“Puoi decidere di regolare la distanza. Puoi dirmi lontano o vicino, fino a stabilire tu dove è meglio per te che io stia. Puoi dirmi vai via, ed io mi allontanerò senza che questo abbia alcuna conseguenza nel nostro rapporto”.

“non mi terrai il muso se lo faccio?”.

“Certo che no, e perché dovrei?”

“Perché non ti ho fatto contenta”.

“Eh questa è una grande differenza tra quello che succedeva tra te e la tua mamma e quello che può succedere tra me e te. Tu non sei qui per farmi contenta. Ci puoi credere?”.

“A dire il vero no. Faccio fatica”.

“è sincero quello che dici?”

“si”

“e come ti sembra che io stia reagendo alla tua sincerità?”.

Ruth fa un grande sospiro di sollievo.

Con pazienti di questo tipo occorre essere molto sintonizzati e accettare di fare passi microscopici. Io li chiamo “atti terapeutici omeopatici”. Come le pilloline di questi farmaci, basta davvero poco per attivare nuove sequenze comportamentali. La delicatezza e la pazienza sono le attitudini che sono loro mancati nell’infanzia, ed hanno un effetto dirompente sul loro fragile cuore di bambini abusati.

“Dottoressa posso farle una domanda?” mi chiede Ruth tornando seduta comoda e rilassata sul divano.

“Si certo”.

“crede che ce la farò ad essere una brava mamma?”

“tu sei già una brava mamma”, le rispondo.

“ma se non è nemmeno nata”, dice lei col il solito sarcasmo

“ti stai prendendo cura di te e della tua storia. Te ne stai assumendo la responsabilità. E’ qualcosa che nessuno ha fatto prima di te nella tua famiglia. Non credi che questo stia facendo bene alla tua bambina?”

“lo spero tanto, dottoressa”, dice accarezzandosi il pancione.

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