A me gli occhi! Cos’è davvero l’ipnosi? Tra falsi miti e pratica clinica.

La prima volta che ho proposto a Stefania di provare a utilizzare l’ipnosi in terapia mi ha risposto:

“Dottoressa, non so se me la sento e se poi dico o faccio cose che non voglio fare? E poi io non credo di essere una persona ipnotizzabile, come sa sono molto razionale, non perdo facilmente il controllo.”

Le paure manifestate da Stefania celano alcuni dei pregiudizi più diffusi in cui mi imbatto ogni giorno nella mia pratica clinica, alimentati da quel tipo di ipnosi da palcoscenico che ancora oggi vediamo in televisione.

In realtà, come ci spiega Milton Erickson, psichiatra americano del 1900, da cui prende il nome il tipo di ipnosi che utilizzo in terapia, quest’ultima non coincide affatto con uno stato di assoggettamento in cui viene richiesto al paziente di fare o di dire qualcosa, ma è piuttosto un processo di collaborazione attiva basato su una relazione di fiducia e rispetto reciproco tra paziente e terapeuta. La volontà non viene annientata in alcun modo. Celebre in questo senso è l’esempio di Charcot, neurologo francese dei primi dell’ottocento, che dopo aver ipnotizzato alcune suore e avere indotto in loro un certo grado di anestesia ipnotica (al punto da farle maneggiare senza dolore alcuni carboni semi-roventi) le invitò a sollevarsi le vesti. Tutte le suore a questa richiesta uscirono immediatamente dallo stato di trance ipnotica. La coscienza non è infatti completamente assente durante l’ipnosi ma si trova semplicemente in uno stato simile a quello del dormiveglia, rendendo di fatto possibile comunicare più facilmente con la mente inconscia.

Per tornare alla seconda obiezione di Stefania occorre sapere che tutti possono essere ipnotizzati e che l’ipnosi è uno stato modificato di coscienza che si manifesta spontaneamente più volte al giorno. Avete presente quando siete alla guida della vostra auto e poi ad un certo punto … siete semplicemente arrivati a destinazione?! Magari è trascorsa mezz’ora e nemmeno ve ne siete accorti, perché mentre il vostro corpo guidava in modo automatico, la vostra mente era assorta in altri tempi e luoghi (cosa potrei cucinare stasera? Quasi quasi preparo un bel risotto alla zucca.. poi mi fermo a comprarla, ma non prima di aver richiamato Marina, accidenti mi era proprio passato di mente!).

Certamente esistono persone per cui è più semplice sviluppare uno stato di trance profonda, ma non bisogna dimenticare che la profondità della trance non è collegata direttamente al successo terapeutico e che non è affatto detto che le persone generalmente piuttosto razionali e controllate non possano lasciarsi andare ad una piacevole esperienza ipnotica.

“Va bene dottoressa proviamo, mi dica cosa devo fare.”

“Trova semplicemente una posizione comoda … tu sai che questo è il tempo e lo spazio che dedichi a te stessa … in cui puoi limitarti a osservare semplicemente … lo scorrere dei tuoi pensieri … come se non ti appartenessero … come se appartenessero a qualcun altro … mentre il tuo respiro si fa sempre più lento e profondo … ritmico e rilassato … un po’ come quando sei in riva al mare … magari al tramonto … in quel posto che ti piace tanto … e lascia che questa avventura abbia inizio ….”.

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