Il silenzio e le parole. Il tempo giusto per raccontare.

Porta con te un po’ di tempo da farci star dentro il nostro silenzio
che sappia accudire i nostri racconti
e non li disperda tra i rumori del mondo
Angelo Andreotti, “La faretra di Zenone”

Ho incontro Adele durante il primo incontro di un laboratorio narrativo che vuole sollecitare la produzione di storie e di testimonianze di malattia e di cura di pazienti e dei loro familiari. È una proposta innovativa, svolta in un reparto ospedaliero di riabilitazione che amplia un progetto già esistente e che prevede l’integrazione della scrittura e del racconto in un calendario di incontri informativi e relazionali tra gli operatori del reparto (medici, infermieri, fisioterapisti e altre figure di cura, come la mia) e i pazienti e le loro famiglie. Mentre racconto della mia esperienza personale e di come raccontare anche della propria storia di malattia e di cura possa portare sollievo, avverto in modo netto l’ostilità di Adele. Si trattiene, è educata e si maschera dietro un sorriso tirato, ma il suo disagio è così evidente che mi viene la tentazione di interrompere la presentazione per liberarla dall’obbligo della presenza, ma anche per liberarmene. Invece, faccio un bel respiro e proseguo, lei e tutti gli altri sono liberi, possono alzarsi e andarsene quando lo ritengono, lo abbiamo ribadito più volte. Il resto del gruppo sta seguendo e poi ci sarà tempo per esprimere il proprio disagio e anche eventuali critiche.

Io e gli operatori coinvolti siamo consapevoli delle potenzialità ma anche delle criticità che tale proposta può creare e fra queste ultime, la più importante è quella che riguarda il tempo del silenzio e della narrazione. L’evento traumatico, in questo caso la malattia, propria o di un familiare, può generare bisogno di raccontare ma anche un bisogno di chiusura verso l’esterno e personali forme di riserbo.

Lo scopo del laboratorio è quello di creare un luogo protetto per la messa in condivisione dei vissuti perché, anche questo, può contribuire ad attivare le risorse per fare fronte a ciò che è accaduto. Quando si scopre di non essere da soli e ci si sente compresi dal gruppo, l’ansia e le preoccupazioni diminuiscono e la qualità della relazione di cura aumenta. Tuttavia, il tempo di reazione, la personalità e il carattere sono variabili fondamentali e devono essere considerate: non crediamo che sia vincente forzare o insistere, Concordiamo sull’importanza di accogliere le istanze del singolo: non c’è una via buona o una cattiva per affrontare la malattia e la cura, ce ne sono molte e diverse. Per questo, siamo pronti ad accogliere ciò che c’è in ogni gruppo, proviamo a sospendere il giudizio e a stare con quello che accade ogni volta

Al termine della mia presentazione, io e gli operatori sollecitiamo un giro di parola tra i partecipanti per raccogliere indicazioni, critiche e suggestioni sulla proposta fatta.

-Io sono molto preoccupata per mio padre ma…il fatto di sentire che non sono da sola già mi fa stare un pochino meglio… Credo che parteciperò al laboratorio narrativo – dice Maria

– Abbiamo parlato di temi molto importanti e anche a me piacerebbe continuare però non so cosa succederò quando mia madre tornerà a casa…. Io non voglio che vada in una casa di riposo, voglio occuparmi di lei ma non so se ci riuscirò…aggiunge Luigi

– Io non lo so, non ci avevo mai pensato, non scrivo da quando ho finito le scuole superiori, non so se sono all’altezza – afferma Mario

Guardo negli occhi Adele e sollecito anche una sua restituzione, insisto sul fatto che le critiche sono importanti per noi, per rimodulare i percorsi

Non fa per me, ho ben altri problemi, come farò con due bambini ancora piccoli e con mio padre in quelle condizioni? Ma cosa c’è da raccontare? Sbotta Adele che si alza, saluta tutti e dice che ora deve andare da suo padre.

Passano i mesi, il laboratorio narrativo inizia, incontro molte persone, a volte è più facile far fluire il racconto, altre volte è difficile ma per quanto breve, cerchiamo di fare in modo che quell’incontro sia autentico e significativo. Poi, un giorno, la fisioterapista mi consegna una piccola busta con il mio nome:

Si ricorda di me? Sono Adele, ci siamo incontrate qui mesi fa. È stato difficile ma in qualche modo ce l’ho fatta e ora è il momento giusto. Ho tanto da dire e voglio condividere la mia esperienza con altre persone, senza l’aiuto degli altri non ce l’avrei mai fatta. È arrivato il momento: questo è il tempo giusto per raccontare