Di madre in figlia. Dentro le sabbie mobili della relazione più difficile che ci sia.

Ogni donna contiene in sé
La propria madre e la propria figlia.
Jung

Mi hai detto che di te non so niente.

Anzi no, mi hai detto che di te non so un cazzo e quindi non posso capire. Me lo hai detto urlando e in quell’urlo ho sentito la mia e la tua disperazione messe insieme.

Perché è così difficile raggiungersi?

Da una parte la mia storia di figlia, e dall’altro il rapporto con te, figlia mia.

Mi sento schiacciata dentro un baratro di impotenza: non raggiungo l’una, né l’altra.

Ogni volta è un lavoro trovarti, una fatica non perderti.

E più mi sforzo di raggiungerti e più mi sfuggi.

Sembra di stare in quei sogni, quelli dove c’è un’emergenza, ma le gambe si muovono al rallentatore e le dita sulla tastiera del telefono digitano continuamente il numero sbagliato.

E’ nell’impotenza che mi muovo, come dentro sabbie mobili.

L’impotenza di sbagliare ogni volta. Sbagliare il tempo, sbagliare la frase, lo sguardo, l’espressione del viso.

Così mi controllo, cerco di essere ciò che mi dà la parvenza di poterti andare bene.

Una specie di illusione, dentro uno sforzo di abnegazione, di poter trovare una collocazione. Un posto sicuro dentro il nostro spazio sempre incerto.

Così o sono trattenuta, o perdo il controllo. In entrambi i casi, non riesco ad essere me stessa. O sono vittima, o sono persecutore.

Così mi sento catapultata fuori. Sistematicamente.

E mi ritrovo in un baratro. Una vertigine mi attraversa il corpo, e sembra spaccarmi il cuore. Così mi arrabbio e ti assalgo, perché è questo che faccio quando non riesco più a contenere la paura.

E’ un circolo vizioso, ed ogni volta mi dico mai più. Ma poi ci ricasco, come un alcolista o un giocatore d’azzardo.

Se mi guardo attraverso i tuoi occhi mi sento una donna malvagia. Una di cui non ci si può fidare, perché appena molli la presa ti tradisce: ti assale con le sue critiche, le sue frasi a sproposito, il suo sguardo gelido e indignato.

Allora una parte di me pensa che fai bene a reagire come reagisci. Perché tu sei la me di quando avevo la tua età.

Quando in te vedo me, quando vedo la mia ostilità per la madre di allora, che un po’ è anche quella di adesso, mi paralizzo e mi sento sprofondare nella vergogna.

E la paura aumenta. E con lei le mie urla.

Così mi allontano. Cioè, il mio corpo è lì, magari sta ancora espellendo parole, ma io non sono più lì.

E sono sicura che una parte di te se ne accorge, e si sente tremendamente in colpa.

E’ un continuo rimbalzare il nostro. Tra la paura e la colpa.

In questo girone infernale del sentirsi inadeguate, ci sentiamo sole, abbandonate, estranee, nemiche.

Le mani stese, di fronte quel seno, che imploriamo ma non ci offriamo.

Vorrei che quelle mani, per qualche misterioso motivo, per un colpo di fortuna, si sfiorassero.

Come quando da piccola stavo per ore davanti allo specchio, a cercare un’immagine buona di me, uno sguardo complice che non trovavo in nessuno.

Poter alzare gli occhi oltre le dita e vedere che poco più in là.

Non c’è un fantasma.

Ma la versione migliore di me.

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Un commento in “Di madre in figlia. Dentro le sabbie mobili della relazione più difficile che ci sia.

  1. Condivido ogni parola….ogni singola parola e mi rivedo…sento addosso ognuno dei sentimenti descritti….grazie Anna Firinu