Una gabbia sospesa nel baratro. Il sintomo come posto sicuro.

Di fronte alla scelta del tema d’esordio su questo blog ho pensato che per un debutto ci volesse un “principio”. la mia mente è allora volata al primo concetto importante che mi è stato passato dalla facoltà psicologia. La prima volta che mi son detto “Questo è proprio un aspetto che non avevo mai considerato”. Tra le tante nozioni teoriche e concetti filosofici, una mattina, il docente di psicologia clinica ci racconta del rispetto del sintomo. “Quello che ai vostri occhi è un problema, anche grave, è la soluzione migliore che quella persona ha trovato per sè, va rispettato”. Illuminante. L’ho fatto mio fin da subito e nei successivi passi formativi, anche quelli più recenti, ho trovato continue conferme della bontà di questo concetto.

Recentemente, poi, una mia paziente adolescente mi ha regalato un disegno e una metafora che mi ha stupito e che ho trovato ancor più illuminante di mille parole. Perchè gli adolescenti, anche quelli cupi e vestiti sempre di nero, anche quelli incazzati col mondo, dentro sono brillanti, colorati e sorprendenti.

Lei lo ha regalato a me e io lo regalo a voi. La rappresentazione è molto semplice e potente.

Una gabbia, tenuta da una corda di cui non si vede l’origine, sospesa sopra un mare al cui centro c’è un vortice nero e spaventoso, proprio al di sotto della piccola gabbia. Dentro la stessa una ragazzina, la mia paziente, Alessia.

Al primo impatto un’immagine forse terribile, apparentemente inquietante. Eppure quel disegno e quello che ne è scaturito analizzandolo, ha segnato l’inizio di un proficuo e costante miglioramento della patologia della ragazza. Particolare importante, al momento del disegno Alessia era in una fase molto grave della sua anoressia e in quel periodo passava 5 giorni della settimana in day hospital.

Cos’è quella gabbia? Chi è quella ragazzina rinchiusa? Cosa rappresenta quel vortice?

Lentamente, in un lavoro dinamico, perchè non è un disegno statico, è un’immagine “in divenire”, gli elementi del disegno hanno preso vita nella mente di Alessia.

Ecco che la gabbia diventa l’anoressia, la malattia e la piccola ragazzina rinchiusa là dentro il vero sè, la parte più preziosa della mia paziente. E quella gabbia angusta, sospesa, scomoda, diventa la salvezza, un involucro che protegge qualcosa di importante e sacro da un vortice nero e spaventoso. Il mare è la vita che lei teme di non sapere affrontare, ha paura di non essere adatta al compito. Il vortice il mondo delle relazioni con i pari di cui lei non si sente all’altezza. Unico rifugio l’anoressia.

Quella falla e quel vortice si stanno richiudendo, la gabbia si sta pian piano trasformando in una barca. Questo grazie ad una maggiore fiducia nei curanti e poi in sè stessa, grazie ad una rete amicale in cui si è inserita in modo più pieno e gratificante e alla scoperta, in terapia, di avere molti più strumenti di quanto pensasse per affrontare la futura vita adulta.

Ma non è questo l’aspetto su cui voglio soffermarmi oggi. Mi preme lasciarvi con quell’istantanea iniziale. Quella gabbia sospesa sul baratro.

Uno dei passi fondamentali del cambiamento di Alessia è stato riconoscere l’utilità e la bontà di quella gabbia creata dalla malattia. Fino all’esordio del sintomo Alessia andava a mille, senza sosta. Eccellente a scuola, razionale, preoccupata dal non far stancare una madre presa dal lavoro e dal compito di crescere due figli praticamente da sola, con un padre assente fisicamente dopo la separazione e non supportivo dal punto di vista economico. Aveva investito tutto nella ragione tralasciando sè stessa ed entrando in relazione con l’altro nel terrore di essere giudicata.

Anoressia ha significato “rallenta, fermati, pensa a te stessa!”. Una protezione evidentemente scomoda e piena di sofferenza ma, comunque, una protezione. Riconoscersi questo bisogno, la bontà temporanea di quel rifugio, ha significato per Alessia darsi il permesso di rallentare, di scegliere per sè nel qui ed ora. Lentamente, nel totale rispetto dei suoi tempi, ha aggiunto un po’ alla volta qualche caloria, ha ricontattato le amiche cominciando da quelle più fidate, ha cominciato a scegliere pensando prima al suo benessere e non a cosa avrebbero detto, pensato, fatto gli altri.

Questo è quello che per me oggi vuol dire rispetto del sintomo, domandarsi a cosa serve, a cosa giova quel comportamento doloroso. Solo scoprendo quale è il vero bisogno il paziente può trovare la strada alternativa, meno tortuosa, meno passiva e più diretta per gratificarlo.

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