Buchi neri. I corto circuiti relazionali e la depressione.

Se si riesce guardarlo senza paura,
l’inaspettato abbandona la sua maschera di estraneità
e si mostra per quello che è.
Carla Stroppa

“Ieri ho detto a mio fratello che ho deciso di provarci seriamente con Francesca e che ho intenzione di licenziarmi. Lui, che conosce il travaglio di questa decisione, perché la storia a distanza va avanti da quasi cinque anni, non mi ha degnato di una parola. Nessun commento. Ha solo cambiato discorso. Io ho continuato con il mio lavoro ma poi, una volta tornato a casa sono crollato. Da una settimana non mangio, non dormo e provo un grande senso di ansia. Penso in continuazione di aver sbagliato tutto. Mi sento paralizzato.”
Giorgio è un uomo sui cinquanta in terapia da circa due anni. E’ arrivato dopo aver fatto altri percorsi ed essere sopravvissuto a tre brutti crolli depressivi che hanno comportato dei ricoveri.
Conquistare la sua fiducia e costruire una buona alleanza terapeutica è stato un lavoro lungo e difficile: la sua fatica ad affidarsi, il suo timore che lo manipolassi, diceva molto del trauma sul piano della relazione e della sua identità.

Il fatto che quella sera, al gruppo, Francesco prendesse con decisione la parola e chiedesse aiuto a me e al gruppo, era già di per sé un ottimo segno di quanto fosse riuscito a permettersi uno spazio alternativo ad una famiglia chiusa e incistata come quella da cui proveniva.

La terapia fatta fino a quel momento lo metteva nella condizione di comprendere chiaramente che i suoi “crolli” non avevano a che vedere con qualcosa di difettoso dentro di sé – cosa che ha sostenuto per anni pur di non vedere il danno provocato dall’ambiente familiare d’origine – bensì con una risposta emotiva ad una condizione attuale.

Francesco intercettava la connessione tra l’episodio con il fratello ed il crollo ma non riusciva a costruire una narrativa: i due eventi apparivano ancora disconnessi.

“Secondo me ti sei sentito in colpa”, commenta Ilario, da tutti considerato l’esperto in colpa, essendo un tema portato con grande frequenza all’attenzione di tutti.

“Non saprei”, commenta Francesco, “mi sono sentito come se qualcuno mi avesse esposto ad una sostanza o ad un campo magnetico che mi ha fatto perdere energia. Se prima sentivo di aver messo la terza, ora andavo in prima, a rilento con tutto e tutti. Non c’è campo della mia vita che sembra salvarsi. Totale passività”.

“E’ interessante tutto questo”, commenta Melissa, “è bastato che tu muovessi un passo e la reazione di tuo fratello, anzi, la non reazione di tuo fratello, ha avuto una capacità straordinaria di bloccarti. Come qualcosa che ti è entrato dentro e che non riesci ad estirpare”.

“Come fanno i buchi neri”, commenta Giada, “li sto giusto studiando in questo periodo per un esame di Filosofia della Scienza. Si tratta di campi gravitazionali così intensi che nulla al loro interno può sfuggire all’esterno, nemmeno la luce”.

“In effetti ho sentito qualcosa del genere, mi sono sentito implodere”, riflette ad alta voce Francesco, grazie alle associazioni libere di alcuni membri del gruppo.

“Ma non ti sei arrabbiato?” chiede Federica

“Ho pensato che lui pensa che io stia facendo una cazzata ma non me l’ha voluto dire. Rabbia si, penso di averla espressa quando dopo tre giorni l’ho incalzato in modo brusco per dirmi qualcosa, visto che la mia decisione inciderà anche sulla sua vita lavorativa, dato che lavoriamo insieme da quasi trent’anni”.

“Te l’ha detto esplicitamente?”, incalza Federica.

“No, mi ha detto di fare come voglio”, risponde Francesco abbassando gli occhi a terra.

“E tu?”, sollecita Federica

“E io niente”.

“Nienteeee?”, commentano sgomenti tutti gli altri.

Francesco cerca il mio sguardo, è chiaro che il gruppo l’ha portato davanti ad una porta che ha il timore ma anche il desiderio di aprire.

“Te la senti di esplorare ciò che sta avvenendo dentro di te in questo momento?”, la domanda risulta rituale perché Francesco ha già aperto la porta, grazie al riverbero del gruppo, e sta sperimentando qualcosa di nuovo. Ha infatti preso un cuscino, come a simboleggiare suo fratello, e l’ha già messo davanti a sè. E’ arrivato il momento di parlarci e di differenziarsi da lui. Ora le parole non dette e trascinate per tutti questi anni, premono per uscire.

“La tua indifferenza mi ha fatto malissimo. Tu, che per me rappresenti la mia famiglia da quando la mamma è morta, tu che sei stato il mio faro, il mio eroe, il mio punto di riferimento, il mio dio. Tu non mi dici nemmeno una parola e mi tratti con freddezza e distacco. Sono così poco importante per te?”dice in maniera composta.

Francesco conosce molto bene il dialogo tra le parti, un esercizio che permette di esplorare i vari punti di vista sedendosi alternativamente sul proprio cuscino e su quello che rappresenta l’altro. Spontaneamente si alza e diventa il fratello. Non appena si siede e si da il tempo di riascoltare dentro di sè le parole appena dette come se fosse l’interlocutore di Francesco, si commuove e cercando il mio sguardo commenta commosso: “non avrei mai pensato che mio fratello fosse così terrorizzato all’idea di perdermi”.

Un commento in “Buchi neri. I corto circuiti relazionali e la depressione.

  1. Di tutto il racconto mi ha colpito questo passaggio “Tu, che per me rappresenti la mia famiglia da quando la mamma è morta, tu che sei stato il mio faro, il mio eroe, il mio punto di riferimento, il mio dio. “e ho pensato che se qualcuno proiettasse su di me tutte queste aspettative e raffigurazioni mi sentirei oppressa e cercherei di allontanarmi il più possibile…chissà se al fratello fa piacere tutto ciò…chiedo scusa se il commento è fuori tema.

I commenti sono chiusi.