Nel vuoto posso scoprire chi sono. Gli adolescenti e l’individuazione.

Durante i primi colloqui chiedo spesso agli adolescenti: “Ti va di raccontarmi qualcosa di te?”, “Come ti descriveresti?”.

Molti di loro mi guardano con occhi sbarrati come a dire: “Cosa mi stai chiedendo?” “Cosa devo risponderti?”. Effettivamente dietro a questa semplice domanda si celano moltissimi significati. Descrivere e raccontare chi si è non è impresa così semplice e scontata, soprattutto per gli adolescenti che sono alle prese proprio con questo grande compito: l’individuazione.

Questo è quanto accaduto anche con Marco, ragazzo di 16 anni, giunto da me con poca motivazione, obbligato dai genitori a causa delle sue ultime importanti difficoltà scolastiche.

Quando incontro Marco è piuttosto annoiato, mi racconta che nell’ultimo periodo si sente stanco e non sa mai bene cosa fare. Non sa dire cosa gli piaccia e cosa non gli piaccia, tutto sembra appiattito senza alcuna vividità.

Mi rendo conto che Marco è bloccato davanti alla sua crescita, ai suoi compiti di sviluppo. Non riesce a dare risposta a sé e agli altri rispetto al suo mondo interno e alle sue emozioni; anche nei colloqui emergono momenti di silenzio, un silenzio profondo che racconta il vuoto che il ragazzo sta vivendo.

È stato necessario tempo per entrare in contatto, sentire e fare proprio quel vuoto spaventoso che si celava dietro ad un ragazzo all’apparenza bello e curato. Marco faticava a pensare, non riusciva a mettere in parole ciò che si muoveva dentro di lui.

Passo a passo è riuscito a narrare la sua crescita e le esperienze della sua giornata, ciò gli ha permesso di sperimentare le emozioni che si erano raggelate.

Durante le nostre sedute chiedevo: “Marco cosa stai provando ora?”, Marco mi rispondeva spesso “Boh”. Abbiamo proseguito in un lento ma significativo lavoro di riconoscimento emotivo.
Attraverso la relazione terapeutica è stato possibile imparare a riconoscere cosa stava accadendo, a mettere in parole i propri vissuti e a comprendere cosa si muoveva intorno a quel vuoto.

Marco ha scoperto che a 16 anni è necessario separarsi dai propri genitori, iniziare a vederli non più come onnipotenti e unici, ma come persone adulte diverse e separate da sé. Questo processo, che permette di porre le fondamenta per l’individuazione, ovvero per poter dire prima a sé e poi agli altri chi davvero si è, era piuttosto ostacolato da una difficile relazione primaria.

Marco, infatti, pensava che diventare se stesso avrebbe coinciso con il tradire quelle che erano le aspettative genitoriali che lo desideravano uno studente modello. Le aspettative genitoriali erano fondate sul desiderio di voler il meglio per il proprio figlio, ma erano, al contempo, inficiate da quelli che erano i valori individuali dei singoli genitori in difficoltà nel vedere le differenze che il figlio portava. Marco, così, non riusciva ad esprimere la sua passione per il tennis, giudicata superficiale e non importante per la sua crescita.

Il mondo interno di Marco si era riempito di identificazioni proiettive dei genitori, la sua crescita era segnata dal dover diventare uno studente modello, ma era qualcosa che non gli apparteneva. Ecco che, allora, davanti alla domanda “Chi sono?” non era più possibile rispondere, ma emergeva la confusione o l’incapacità di discriminare tra i suoi desideri e quelli altrui, tanto da confonderli e farlo sentire così, vuoto. Andare male a scuola era diventata l’unica modalità in cui sentiva di poter dare voce ad una parte più autentica di sé e a provare in questo modo a separarsi dai genitori.

Divenire consapevole di ciò ha messo in moto un vero e proprio processo trasformativo e ha reso ogni giorno più piena di significato la domanda “Chi sono?” “Chi desidero essere?”. Il vuoto che tanto spaventava è diventato il paesaggio interno da poter far fiorire e colorare a proprio e unico piacimento.