La paura di attuare il cambiamento: soldati giapponesi e prigioni invisibili.

Sara ha un passato difficile, un’infanzia trascorsa con una madre severa e autoritaria e un padre assente. Sposata con un uomo che non ama da anni e con il quale non comunica quasi più, fatta eccezione per quelle “comunicazioni di servizio” che riguardano l’organizzazione dei compiti quotidiani e la gestione dei figli.

– Ho acquisito molta consapevolezza riguardo ciò che desidero ma mi sento completamente incapace di cambiare davvero … mi sento … prigioniera! Vorrei separarmi, cominciare una nuova vita, ma non ne sono capace” – inizia Sara appena accomodata sulla poltrona.

– In che senso non ne sei capace? – chiedo io.

– Nel senso che la paura mi paralizza e alla fine non cambia mai nulla, mi sento bloccata.”

La paura del cambiamento è una paura comune: quante volte ci adagiamo nella nostra zona di confort per non correre il rischio delle possibili conseguenze negative di una scelta diversa? Quante volte preferiamo tenerci la nostra sofferenza conosciuta piuttosto che andare alla ricerca di una sconosciuta felicità? Ne avevamo parlato tante volte io e Sara nel corso delle precedenti sedute.

“Sai una volta ho letto una notizia davvero interessante – le rispondo con l’aria di chi sta per dire qualcosa di molto importante, quasi solenne – la storia vera di un soldato giapponese che ha trascorso quasi trent’anni nascosto nella giungla delle Filippine in totale isolamento, ignorando che la II Guerra Mondiale era finita da un pezzo e che il suo Paese aveva firmato la resa. Si è nutrito di frutta, radici e delle rare prede che riusciva a catturare, sfuggendo sistematicamente alle pattuglie della polizia e persino alle spedizioni giapponesi mandate a cercarlo, che scambiava per nemiche. Tanto che alla fine era stato escogitato l’espediente di farlo avvicinare da un suo antico superiore il quale gli annunciò finalmente che la guerra era finita e che poteva uscire allo scoperto.

Chissà che sollievo – mi risponde Sara.

– Già, dopo tanto tempo di nuovo nel mondo, di nuovo libero, dopo essere stato prigioniero di sé stesso così a lungo – concludo.

La paura di Sara era talmente intensa che la sua zona di confort si era trasformata nella sua giungla personale, una vera e propria prigione dalla quale sembrava impossibile uscire, soprattutto perché faceva fatica a ricordare come aveva fatto a entrarci, ormai tanto tempo fa, quando era ancora una bambina che cercava un posto sicuro dove rifugiarsi da un mondo esterno causa di profonde sofferenze e privazioni.

In molti casi dietro la paura di cambiare si nasconde l’incapacità di fare luce sulla nostra prigione. Quando l’abbiamo costruita? Siamo davvero più al sicuro dentro che fuori?

A volte per evolvere bisogna rischiare, bisogna imparare a tollerare quel grado di incertezza che ogni scelta porta necessariamente con sé.