Io mi evito. L’uso del cibo per non sentire

Una grande forma di perdono consiste nello smettere di escludere l’altro, soprattutto quando l’altro, siamo noi stessi.

Clarissa Pinkola Estés

“Quando dismetto tutti i miei ruoli e mi ritrovo a tu per tu con la mia parte più vera, mi angoscio terribilmente e svuoto l’armadietto delle porcherie. È come se fossi nell’imbarazzo di incontrarmi, di stare da sola con me stessa.”

“Francesca, ti va di esplorare quel momento in cui tutto questo accade?”.

Io e Francesca lavoriamo insieme da circa un anno e i tempi sono maturi per addentrarci nei suoi vissuti più profondi e traumatici. L’alleanza terapeutica ha avuto il tempo di consolidarsi ed ora sappiamo che ogni seduta è un po’ un appuntamento con la discesa nelle proprie profondità. A volte si tratta di incontrare i propri inferni, altre volte di incontrare stati emotivi insospettati, veri e propri laghi sotterranei, spazi dove provare un senso di pace e di vastità mai conosciuti prima.

Francesca si mette comoda sul divano e chiude gli occhi mentre io l’accompagno ad esplorare, come in un sonno da svegli, il momento esatto dell’ultima volta in cui si è sentita così, ovvero del giorno prima.

“Sono da sola in cucina, con l’anta dell’armadietto aperto e sono agitatissima”.

“Prova a portare l’attenzione a questa agitazione. Dove la senti in questo momento nel corpo?”

“Nelle gambe”

“Cosa vorrebbero fare le tue gambe?”

“vorrebbero scappare…”

“da cosa vorresti scappare?” (con questa domanda provo ad aiutare Francesca ad assumersi la responsabilità di una parte di sé che si esprime per il tramite di una parte del corpo che in questo momento vive come se non fosse una parte di sè).

“Non lo so” dice angosciata Francesca.

“Francesca, è ok per te se continuiamo questa esplorazione? Possiamo fermarci quando vuoi, ti ricordo che basta fare un cenno con la mano ed io capisco che per te è troppo. E’ importante esplorare sensazioni mantenendole dentro una soglia di sopportabilità altrimenti è inutile e non avviene alcun processo terapeutico ma una ritraumatizzazione”. Francesca annuisce e accenna un sorriso come a dire:” lo so che tu pensi alla mia tutela ed io mi fido di te”.

“D’accordo. Allora proseguiamo. Ti chiedo di concentrarti su questa sensazione alle gambe. Lasciati trasportare, come se fosse un mezzo in grado di connetterti con un’esperienza del passato recente o remoto in cui hai provato qualcosa di simile. Qualsiasi cosa associ va bene.”

Francesca si reclina su stessa e si stringe nelle braccia. Il viso inizia a congestionarsi.

“Sento paura”.

Francesca respira a fatica. “la sento nelle gambe e poi…sento lo stomaco che si stringe e che mi sta venendo da vomitare”.

“Francesca stiamo entrando nell’esperienza traumatica ed il corpo sta ricordando le sensazioni anche se ancora la mente non ricorda e le parole non arrivano. Io sono qui con te e ti accompagno attraverso questa esperienza per fare in modo che non resti più archiviata solo nelle tue memorie corporee e tu viva il il tuo corpo come un luogo da cui scappare o da silenziare riempiendolo di cibo”

Francesca annuisce come per dire che riesce a tollerare la situazione e che vuole procedere.

“Mi sento soffocare”

“In quale altro momento della tua vita ti sei sentita soffocare?”, le domando con estrema delicatezza.

Francesca ha una sorta di conato.

“Sembra che tu voglia vomitare qualcosa, come se qualcosa ti stesse avvelenando, o fosse di troppo”.

“C’è qualcosa qui che mi soffoca ed io non riesco a liberarmi”, dice Francesca mettendo la mano sulla gola.

“Si, bene, prova a vedere cosa accade se ti permetti di massaggiare quella zona dove senti la cosa che ti soffoca”.

Francesca inizia a piangere e a fare grandi sospiri: “Ho paura”, dice.

“Proviamo a guardare insieme ciò di cui hai paura. Prova ad aprire gli occhi”.

Francesca si rilassa repentinamente. La decisione di aprire gli occhi è stata molto potente perché le ha permesso di uscire dall’isolamento in cui stava e di prendere contatto con la mia presenza nella stanza.

“Mi è passato tutto”, dice con un sospiro di sollievo.

“Hai un’idea di cosa abbia permesso di farti passare la paura e farti stare meglio?”

“Credo di non aver mai fatto l’esperienza di avere accanto qualcuno come hai fatto tu. Da piccola non avrei potuto raccontare a nessuno una cosa del genere. E nemmeno ora, a dire il vero. Non potrei mostrarmi a nessuno quando sono in queste condizioni di così grande angoscia.”

Kohut, uno psicoanalista che ampliato la visione psicoanalitica classica con una teoria del Se’, ha dimostrato che alla base di molti disturbi c’è un Sé indebolito e tendente alla frammentazione. Esso è la conseguenza di risposte empatiche assenti o gravemente disturbate da parte dei genitori. Questo sé, che il grande psicoanalista chiama Sé Nucleare, perché forma il settore centrale della personalità individuale, è indebolito dalla privazione di un sé-materno- che svolga la funzione di rispecchiamento empatico. Egli sostiene che gran parte della terapia consista proprio nell’offrire al paziente un’esperienza terapeutica riparativa, una sorta di “riparazione funzionale” che permetta il consolidamento del Sé Nucleare che riacquista, in questo modo, la capacità di funzionare in maniera integrata.

“Francesca, posso intuire a cosa ti riferisci, e non posso fare a meno di notare che ora hai entrambe le mani nella zona del tuo stomaco, come se comprimessero qualcosa che sta lì…cosa ti fa venire mente tutto questo?”

“Che ho paura a farlo uscire…”

“se lo fai uscire cosa può succedere? Ammazzi qualcuno, offendi, sputi, vomiti, urli, dici qualcosa di inappropriato…cosa immagini che può succedere se lo lasci uscire?” Ora che Francesca è più integrata può aprirsi ad un’esperienza nuova e considerare parti di sé inaccessibili prima della stabilizzazione. Ora  può permettersi di addentrarsi nelle sue convinzioni negative profonde che le impediscono di essere se stessa e di vivere la sua vita.

“No, non credo che ammazzerei qualcuno, ho paura del contrario semmai”

“che qualcuno ti ammazzi?”

“Si”, dice commuovendosi, io non mi sono mai arrabbiata in vita mia, e se lo faccio, cosa mi succederà?”