Tondo con affresco romano, del 50 circa, di donna con libro e stilo (cosiddetta "Saffo") proveniente da Pompei (Napoli, Museo archeologico nazionale) - Perché scrivere di sé

Perché scrivere di sé

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Non ti mettere seduto con l’intenzione di scrivere un libro, inizia semplicemente a buttare giù qualcosa. Metti il materiale che hai su carta. Vedrai che qualcosa uscirà fuori, poi ti chiederà di essere raccontato e tu, allora, inizierai a farlo.

 

Frank McCourt, da “Come si scrive un’autobiografia”, Omero editore 2013

 

L’autobiografia tra ricerca di senso e spazio creativo

Il bisogno di lasciare una traccia del proprio passaggio sembra profondamente connaturato con lo sviluppo della cultura umana, già i nostri più antichi progenitori , quelli vissuti alle soglie della Storia, avevano trovato il modo di riempire i loro rifugi (le grotte e le caverne) con i segni dipinti delle loro vicende umane.

Tondo con affresco romano, del 50 circa, di donna con libro e stilo (cosiddetta "Saffo") proveniente da Pompei (Napoli, Museo archeologico nazionale)
Tondo con affresco romano, del 50 circa, di donna con libro e stilo (cosiddetta “Saffo”) proveniente da Pompei (Napoli, Museo archeologico nazionale)

La scrittura (e la lettura) è stata poi, per molti secoli, esclusivo appannaggio di pochi ma, se si compie un lungo salto temporale per colmare le distanze che si frappongono tra le prime comunità umane e la nascita della stampa e tra i caratteri mobili di Guttenberg e l’e-book, non si può fare a meno di osservare che non si è mai scritto così tanto. Ciò è dovuto da un lato, ad una maggiore e più capillare alfabetizzazione e, dall’altro, a quanto la scrittura permei la tecnologia che sta cambiando le vite di tutti, basti citare la diffusione incredibile di internet e dei social network.

Le forme sono mutate e sono in continua trasformazione ma è pur sempre con forme nuove di una tecnica antica che abbiamo a che fare. In qualche modo, ci dobbiamo confrontare con questi modelli che cambiano e che sono profondamente diversi da quelli con cui siamo cresciuti.

La scrittura autobiografica è lontanissima dalla velocità e dalla frammentarietà semplificativa dei social network, richiede infatti un lavoro lento, sommesso e intimo che va alla ricerca del senso più profondo dell’esistenza ma è importante scardinare e mettere in crisi il modello alto, aulico, che molti di noi hanno rispetto alla scrittura e insistere piuttosto su quel bisogno antico che accompagna da sempre la nostra storia e la nostra civiltà.

Il nucleo della pratica autobiografica trova infatti i suoi fondamenti da un lato nel bisogno antico dell’uomo di lasciare una traccia, di raccontare la sua storia attraverso codici comuni e interpretabili dai suoi simili e, dall’altro, nel recupero di modelli popolari – non banali – che “riducono” la scrittura al suo rango iniziale, una tecnologia, uno strumento al servizio di tutti – e non solo di quelli con il talento letterario- per ricostruire reti sociali alternative e soddisfare quel bisogno di essere “individualmente insieme”, per usare la parole di Bauman.

 

La metodologia autobiografica

Sgombriamo subito il campo da possibili equivoci: i percorsi di scrittura autobiografica non hanno alcuna velleità letteraria e non sono fatti per gli aspiranti scrittori; non ci occupa infatti di stili o di tecniche narrative perché non sono finalizzati a promuovere o a lanciare nuovi autori. Anche se può accadere che, iniziando a lavorare con la scrittura, si manifesti un talento inaspettato per la narrazione, quello non è certo lo scopo principale dei percorsi formativi in questione.

Tutti – anche coloro che non si sentono, ancora, a loro agio con la scrittura – possono frequentare i corsi di scrittura autobiografica, a patto che condividano il desiderio di ricerca su se stessi e sulla propria storia. Infatti, nei laboratori di scrittura autobiografica si cerca una voce che dia forma al pensiero autobiografico: cioè quell’insieme di riflessioni e di ricordi sulla e della propria vita passata che ci coglie ad un certo punto della vita e che a volte si trasforma in un bisogno, prima confuso e poi sempre più definito, di raccontare la propria storia. (Demetrio)[1]

Se si ascolta quel desiderio di rievocazione e lo si trasforma attraverso la scrittura, immediatamente si scopre come tale ricerca produca benessere, conoscenza di sé e cura della memoria.

La scrittura autobiografica è soprattutto un fare, una pratica che, spesso, prende inizio da un interrogarsi sul senso dell’esistenza per poi diventare un progetto sul sé e un fecondo percorso di crescita individuale e collettiva, a patto di saper cogliere la sfida, evitando le cadute nel solipsismo e rendendo gli spazi di ricerca individuale comunicabili attraverso la condivisione e la co-costruzione con gli altri.

In tale ottica, la pratica autobiografica acquista una funzione meta riflessiva che può avviare processi di trasformazione in età adulta, trasformando in questo divenire anche le idee presenti perché fornisce strumenti di comprensione e interpretazione della realtà odierna che non è più immediatamente comprensibile ma appare sempre più come molteplice, incerta e sfumata, generando spesso per questi motivi malessere e senso di inadeguatezza (Batini)[2]

Quando si inizia a raccontare la propria storia, si è sollecitati a ritrovare ciò che ha dato forma a quella storia e questo consente al narratore, anche autore e protagonista della narrazione, di comprendere quanto la sua storia abbia ancora da insegnargli. Ecco perché la metodologia autobiografica è sempre più riconosciuta come “tecnologia del sé”. Scrivere di sé diventa così uno strumento, creativo, per valorizzare l’esperienza individuale e per promuovere e sostenere percorsi di autoapprendimento e di autoformazione.

L’esperienza narrativo-autobiografica viene raffigurata spesso con la metafora del viaggio. Raccontando l’itinerario e i differenti incroci delle strade intraprese, le fermate, gli incontri, gli avvenimenti più significativi o i molti dettagli che li compongono, il “viaggiatore” non solo può riuscire a localizzarsi qui e ora, ma anche a comprendere quali siano state le sue esperienze più significative. In altre parole, “andare all’incontro di sé” significa comprendere che viaggio e viaggiatore coincidono. (Josso)[3] e (Demetrio)[4]

 

Note

[1] Raccontarsi – L’autobiografia come cura di sé. Duccio Demetrio. Raffaello Cortina, 1995

[2] Narrazione e invenzione – Manuale di lettura e scrittura creativa. Centro Studi Erickson, 2007

[3] Cheminer vers soi, Christine Josso, L’Age d’Homme, 1991

[4] op. cit, Duccio Demetrio