Accontentarsi. Farsi contenti di quello che c’è - Divenire Magazine

5) Accontentarsi. Farsi contenti di quello che c’è.

Titolo originale: Il minimo

Non sono mai andato nelle stazioni, neanche da piccolo.

I treni li vedevo solo dall’alto del mio cavalcavia, mi sporgevo dal parapetto e mi passavano sotto, mi entravano dentro si potrebbe dire.

Così non avevo mai notato cosa succede veramente, soprattutto d’inverno.

Stanno chiusi dentro le spalle e aspettano con i baveri alzati, seri e annoiati, sembrano in difesa, come le tartarughe quando ancora immobili si domandano se cominciare ad annaspare e pinneggiare sulla sabbia, per raggiungere il mare.

Guardano con un occhio solo.

Questi uomini girano intorno senza fissare niente, a fari spenti.

Le donne sono poche, ma scollate e gaie, se sono accompagnate.

Chissà come fanno a non avere mai freddo, con quei colli nudi, i seni quasi scoperti, al gelo.

Sembrano vivi davvero solo i portabagagli, loro sferragliano rumorosi, ciarlieri, e anche un po’ minacciosi sopra a quei loro trenini in miniatura.

Così tutti gli fanno ala e gli tributano un grande successo d’attenzione.

Tutta questa umanità in attesa si muove più che altro per il freddo e la noia, ma è un andare spaesato, irrilevante e lento, finché il treno non viene annunciato.

E’ allora che l’uomo tartaruga comincia ad agitarsi, allunga il collo, distende le spalle, espande il respiro.

E gli occhi accendono le luci di posizione.

A guardarlo adesso è più un brucone nervoso che, se pure brancola ancora, ora sembra cercare qualcosa.

Poi finalmente scendono i viaggiatori ed ecco il momento.

Fra i tanti che sfilano via inconsistenti e invisibili, si infiammano alcuni incontri.

Ed è un sobbalzo di cuori e di voci, due corpi che si animano, due facce che si illuminano.

Eccoli ora tutti con i fari abbaglianti in azione.

Si abbracciano e sembrano abeti a Natale, inghirlandati di lumi che s’accendono così intermittenti, al contatto degli sguardi e dei baci.

I visi e gli occhi ora si vedono dentro, questi gruppetti d’uomini che ridono vicini si ritrovano a vociare insieme, forse non si ascoltano neanche, potrebbero cinguettare o grugnire che sarebbe uguale. E poi si toccano continuamente.

Con i sorrisi e le mani sembrano ridarsi la vita.

Così ondeggiando se ne vanno verso le uscite, li trasporta accogliente una bolla d’aria col riscaldamento acceso.

Quella loro privata primavera trasforma ogni bruco, contegnoso e solo, in farfalla felice.

Non importa certo chi sono o cosa capita nel loro mondo, per me il più è fatto, e se è vero che vanno via e si spegne il Natale, sono contento perché tutto questo mi contagia, tutto quel loro tastarsi con gioia. Mi è entrato dentro si potrebbe dire.

Qualche volta torno qui, in questo posto dove gli esseri umani si abbracciano sempre.

Vengo a vedere questo raro spettacolo come fosse un tramonto sul mare, un fenomeno naturale che si ripete ogni tanto, e ogni volta è bellezza vera.

Potrà sembrare poco, ma mi aiuta a sopravvivere nella mia solitudine, mi aiuta a sperare.

Io me la godo davvero questa vista.

E per un po’ m’illumino del minimo.


La riflessione dell’autore: Abbracciare

Non è che ci deve bastare il poco, è che il poco può essere molto, se si parte da zero, o da meno due.
Accontentarsi vuol dire farsi contenti di quello che c’è, non smettere di desiderare e sperare.
Smetti di desiderare se coltivi la delusione e il rammarico, se non ti nutri con le tue piccole gioie.
Appassiamo anche noi, come i fiori, senz’acqua e sole.
Ci dobbiamo innaffiare continuamente.

Estratto dal libro “Canti di grazia e di conversione” di Giorgio Piccinino, ILMIOLIBRO, 2013.

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