6) Usata. Invidia materna e rapporto col maschile - Divenire Magazine

6) Usata. Invidia materna e rapporto col maschile.

Titolo originale: Buona per poco.

Non riesco proprio a immaginare che sguardo avesse mio padre, mentre mi toccava.

Non riesco proprio a immaginare lo sguardo di mia madre, mentre spiava di nascosto i nostri gesti.

Invidiosa di me e gelosa di lui.

Pentita, alla fine, di avermi messa al mondo per fare un dono proprio a lui.

Mi ha messa al mondo apposta per lui. Un regalo, per farlo contento, mi ha confidato un giorno, ecco!

Io ho imparato a lasciar fare, a sorridere con gli occhi e promettere condiscendenza.

Agli uomini piace lasciarli fare, io lo so da sempre.

L’ho imparato molto presto.

Mi piaceva e lo cercavo, era il mio papà che mi stava amando, he, he, he, togliendomi dall’indifferenza di mia madre. Mi voleva per sé e solo per sé, ero la sua principessa da accarezzare.

Non cercavo altro, anzi ne ero fiera, ma il mio, allora, era solo bisogno d’amore, che ne sapevo del resto!

Io ho imparato a vincere sugli uomini e a farli impazzire.

E dominarli, leggiadra, lasciandoli fare.

Mi lasciavo conquistare facilmente, e scopare, e poi legare, schiaffeggiare, pisciare addosso, umiliare, prendere e lasciare.

Me la ridevo trionfante, adoravo sentirmi una preda desiderata e conquistata, tanto non ero di nessuno mai, nascosta com’ero sotto una coltre di eccitazione e civetteria.

Ho sempre riso troppo, anche ora, ma senza gioia.

E’ la risata sulla forca, di chi si lascia impiccare, tutto contento perché lo stanno a guardare.

Tutta un’apparenza la mia vita, ingannavo anche me, io che mi credevo così furba e vittoriosa.

Volevo essere voluta, ma io non volevo nessuno, l’ho capito tardi che era mia madre che avrei dovuto desiderare.

Mio padre e tutti gli uomini erano solo la mia rivalsa, il vuoto colmato del primo e più tragico rifiuto.

Era lei che mi doveva consacrare alla vita.

Bisogna essere stati amati al principio, per desiderare di amare.

E saperlo fare attivamente, scegliendo senza paura.

A fare sesso si sta sul sicuro.

Come potevo sapere cosa stavo facendo all’inizio, se anch’io lo volevo?

Come facevo a rifiutarlo, se mi piaceva e mi colmava?

Non era colpa mia, se mia madre, per non contrariarlo taceva, e poi, irritata dalla mia bellezza, mi disprezzava, e verso di lui, così, di nuovo, mi ricacciava.

Mi sentivo grande e seducente, e certo più di lei, che lui neanche guardava più.

Ero anche temuta, perché capivo bene che si doveva tacere.

Sì, quella bambina, per qualche strano pensiero, lo sapeva che non era da fare.

Sono rimasta sola e segreta, in tutte le mie vittorie, distante da tutti, anche da me, come se non volessi far sapere neanche a me chi fossi davvero.

Confusa e allegra, ho taciuto per cinquant’anni, vincendo spesso, perdendo sempre.

Finché non si è spenta la luce una mattina.

L’hanno chiamata depressione.

Mi ha sfiancata nel letto e impedito di uscire, mi ha messo a tacere e spento il sorriso.

Ha chiesto aiuto in vece mia, col silenzio e il rifiuto di vivere.

Mi ci sono voluti anni perché riuscissi a spegnere i riflettori su questa commedia degli errori e guardarmi dentro nel buio delle persiane abbassate.

Ho dovuto spegnere tutte le luminarie e smettere di truccarmi da seduttrice per vedere.

Solo allora mi sono apparsi il dolore e la solitudine del mio cuore.

Quello che nessuno mi aveva insegnato a guardare è comparso d’improvviso nel mio letto da sola, dove ho avuto il coraggio, finalmente, di fermarmi e lasciarmi finalmente soffrire.

Ho dovuto chiudere gli occhi, fare buio e silenzio, per poter vedere e sentire.

Ho visto una bambina che per sua mamma era stata una merce di scambio, buona solo per poco.

Non mi voleva per lei, ma per lui. Non era per me il suo amore.

Ma io, io, non sono mai stata una poco di buono.

Solo una buona per poco.

Provo ad amarmi ora e forse posso ancora imparare, perché mamma sono diventata anch’io.

Come una fanciulla madre imprevista, mi ritrovo adulta d’improvviso, gravida di responsabilità, anche verso me stessa.

Ora ho smesso di giocare, faccio sul serio, mi cambio i vestiti, mi spoglio del riso. Racconto la trappola, svelo la colpa, sono io adesso a spiare lo sguardo desolato di mia madre, è ancora lo stesso di allora, lei voleva mio padre, di me non sapeva che farsene, lo vedo bene adesso, ora lo riesco a immaginare.

Così d’improvviso mi sono ricordata mio padre quando si faceva accompagnare a tradire mia madre, ho capito cosa ci facevo, lì da sola in qualche stanza, per ore ad aspettarlo in quei suoi appuntamenti, la sera, in qualche casa del lungomare.

Mi portava spesso con sé, ma ero solo una scusa per uscire, altro che la sua principessa da accarezzare. Eppure allora, tornando a casa con lui, ero sempre ridente, come una stella rimasta lucente anche se è morta da anni.

No, non è depressione, ma che depressione!

Viveteci voi tutti quegli anni a fare moine e gentilezze, viveteci voi a guadagnarvi la vita compiacendo col corpo e la mente, viveteci voi senza sentirvi mai voluti per quello che siete.

Viveteci voi senza l’innocenza di essere me.

Ma mia figlia l’ho amata, l’ho amata, l’ho amata e l’amo davvero, e so che ha ragione quando mi prende in giro e si diverte a scimmiottare il mio fare quando, ogni tanto, è ancora da bambolina.

Quando mi invita ad allungare le gonne e a truccarmi di meno.

Quando mi guarda dritto negli occhi e mi vuole più ferma e più vera che mai.

Adesso, a vent’anni, mi vuole ancora più mamma, e ha proprio ragione.

Con lei sto imparando a sentire prima di sorridere, a pensare prima di capire, a parlare da adulta, e, finalmente, proprio con lei, a dire sempre la verità.

Con me si deve poter confidare sempre e sentirsi voluta.

Solo una cosa non le dirò mai.

E non m’importa se ancora oggi qualche volta mi rimprovera di non averla mai voluta lasciare sola coi nonni, d’estate, in campagna.

Lei che da bambina tanto li amava.


La riflessione dell’autore: Soffrire

Ma che depressione e depressione, che farmaci volete dare a chi soffre così?
Il dolore è l’annuncio che c’è una vita desolata e contaminata da liberare. Una vita subita. Si deve sempre sentire.
La prima salvezza viene dal sentire, altro che attenuare o farsene una ragione.
Cosa patisce dentro di me? C’è una risposta da dare.
Cos’è successo alla mia anima pura per averla ridotta a vivere così?
La vita è una benedizione all’inizio, donata a ciascuno per la gioia di tanti. Come si può trasformare in tale tormento?
Il dolore è la prova che la grazia è stata violata, è l’urlo che riscuote l’umanità perduta, dà voce al cuore assetato, svela la bellezza oscurata e la fragilità di ogni bambino in braccio a una madre. E invita alla lotta.
Ti mette in mano una bandiera per la battaglia, con su scritto un motto che è la più nobile ragione di vita: mai più nessuno deve soffrire così!

Estratto dal libro “Canti di grazia e di conversione” di Giorgio Piccinino, ILMIOLIBRO, 2013.

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