L'ansia di non sentirsi mai abbastanza - Divenire Magazine

L’ansia di non sentirsi mai abbastanza.

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Filippo mi chiede un aiuto perché ultimamente ha degli attacchi di forte ansia, gli manca il fiato, dorme molto male. “Ho problemi al lavoro che non mi fanno più andare avanti, la mia responsabile mi stressa, mi riempie di lavoro, ma poi alcune cose non le condivide e mi fa fare brutta figura alle riunioni. Ormai, ogni volta che mi affida dei compiti vado in black-out”. Filippo mi racconta che lavora 12 ore al giorno, sembra impossibile per lui non raggiungere risultati eccellenti ogni giorno.

Come la fa sentire la sua responsabile? “Mi fa sentire sempre inadeguato, criticato, inutile, incapace”. Chi è che la faceva sentire così a casa sua? “Mmmm, non ci ho mai pensato…mia madre! Non ricordo un momento in cui sia stata affettuosa con me, mi ha sempre criticato, io non andavo mai bene, al contrario di mia sorella, per lei era sempre tutto più facile”.

Con l’andare degli incontri, scopro che la mamma di Filippo ha perso una bambina prima del suo arrivo e ipotizzo che mentre con la sua nascita, non sia riuscita a sciogliere quel dolore, ancora troppo vivo, con la nascita della sorella, abbia rivisto la piccola Giorgia, morta in culla, riversando su di lei quell’affetto trattenuto per cinque lunghi anni. “Filippo, sua mamma l’ha avuta in momento di forte fragilità emotiva e sembra non aver avuto il supporto dei familiari, nemmeno di suo padre, che dopo la morte di Giorgia si è concentrato sul lavoro per non sentire la sofferenza. Credo che sua mamma abbia dovuto trattenere il suo dolore, per prendersi cura di lei nel miglior modo possibile, tuttavia, la paura di perdere un altro figlio sarà stata così forte da tenerla a debita distanza, privandola di quell’affetto e riconoscimento che tutt’ora lei ricerca”. Filippo si commuove: “non avevo mai pensato alla fatica di mia mamma per tirarmi su da solo, dopo aver perso una figlia…”.

Negli incontri successivi utilizzo la tecnica EMDR per sciogliere questo senso d’inadeguatezza connesso alle critiche materne, sensazione che si riattiva puntualmente al lavoro e lo manda in tilt: “vedo due strade, una è sbarrata, l’altra è libera, c’è una luce, ma io voglio prendere quella sbarrata, non voglio arrendermi” (si commuove). “Sento rabbia, tristezza… non succederà mai, non mi riconoscerà, non si può tornare indietro!”. Filippo, chi nella vita l’ha fatto sentire competente e adeguato? “Un mio vecchio capo, con lui potevo confrontarmi, mi incoraggiava sempre, anche nei momenti in cui sbagliavo”. Cosa le direbbe ora? “Che devo seguire quella luce, fare quello che mi fa stare bene”. Dopo alcune sedute, Filippo mi racconta di aver passato delle giornate di apatia, “ho attraversato il dolore, ho pianto… ho capito che voglio essere me stesso, non pensare più al giudizio degli altri, fare fin dove arrivo perché vado bene così!”.

Filippo è molto più tranquillo, mi racconta di essersi goduto un week-end di svago, non ha più attacchi di ansia e dorme serenamente. Ha deciso di cambiare lavoro e sta cercando altre offerte, “voglio trovare un posto che mi valorizzi e che mi permetta di avere anche una vita al di fuori del lavoro, non esiste solo quello!”.

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