Se il tuo pene parlasse, cosa direbbe? - Divenire Magazine

Se il tuo pene parlasse, cosa direbbe?

Il mito del pene a comando e l’impotenza maschile. Una via per creare un ponte tra istinto, mente e cuore.

Aiutare qualcuno non significa dargli conforto,
ma aiutarlo ad attivare le proprie risorse per uscire dalla sua tragedia.

 

Sergio Mazzei

“Io ho delle preoccupazioni che tu non ascolti, perchè non sono una cosa che scatta al tuo comando. Per questo, quando mi obblighi a stare con qualcuno che non mi va mi ritiro e non partecipo al festino che hai in mente”.

Queste sono le parole con cui esordisce il Pene di Giorgio.

Impersonare le diverse parti di noi, dandone voce, è una tecnica fondamentale nella Terapia della Gestalt. Si tratta della cosiddetta “tecnica della sedia vuota o sedia calda” in cui il paziente esterna un dialogo interno per ampliare la consapevolezza delle dinamiche interiori. A volte il dialogo avviene tra il paziente e la parte di sé collocata sulla sedia, come in questo caso, altre volte, la parte di sé sulla sedia parla direttamente al terapeuta, altre volte ancora si costellano dei veri e propri gruppi, in cui le diverse parti interagiscono tra di loro in presenza del terapeuta che fa da agevolatore.

L’obiettivo di questi interventi è sempre lo stesso, ovvero portare in figura un sentire che finora si è espresso attraverso scelte comportamentali disfunzionali, o più in generale, in sintomi.

“Ma di cosa hai paura? Ti porto a trombare, mica a faticare!”, ribatte Giorgio mettendosi a ridere e cercando complicità con me come forse farebbe con un uomo se fosse al bar.

“Se mi parli in questo modo mi viene voglia di chiudermi. Mi tratti come se fossi il tuo schiavo, ma ti dimentichi che sei tu che dipendi da me. Io sono il manico del coltello, cretino!”.

“Cosa fai, ti incazzi ora?”, riprende Giorgio con il suo atteggiamento provocatorio e spocchioso. Poi si rivolge a me e dice ridendo a crepapelle: “Bella questa Doc, il cazzo che si incazza…..muoro!”.

“Osservo che fai fatica a prendere sul serio questo esercizio Giorgio, il che è comprensibile: anche io mi sentivo imbarazzata le prime volte che provavo ad esplorare le diverse parti di me con cui mi sentivo in conflitto. Non ti voglio nascondere, però, la mia irritazione per l’atteggiamento da bullo con cui tratti una parte di te così significativa per la tua felicità”, commento io.

Giorgio si ricompone.

“Direi che la tua impotenza selettiva è una faccenda che merita un approccio rispettoso e serio, sei d’accordo?”, continuo cercando di recuperare un’alleanza.

Giorgio annuisce. E’ evidente che si sente desolato e la sua ritrovata compostezza permette di continuare l’esplorazione.

“Qualcuno ti ha mai trattato in questo modo Giorgio? Intendo con l’atteggiamento che avevi tu poco fa con il tuo pene”, domando.

“Più che qualcuno direi che questo atteggiamento è tipico per noi maschi. Il pene è un attrezzo per darci piacere, nemmeno per darlo, se devo dirla tutta”.

“Insomma, mi stai dicendo, che sei cresciuto in una cultura di separati in casa: tu e il tuo pene non vi conoscete perché non vi siete mai parlati pur essendo indispensabili l’uno all’altro. Che ne dici di continuare il dialogo allora?”.

Giorgio torna ad occupare la sedia vuota, quella sulla quale abbiamo deciso di far sedere il suo pene e mi guarda.

“Preferisco parlare con lei che con lui, dottoressa, posso?”.

“D’accordo, capisco che l’esordio di prima non abbia facilitato la tua apertura al dialogo.” Rispondo io.

“Io sono sempre più arrabbiato con Giorgio. La sua ottusità da maschio da bar mi è diventata insopportabile. Soprattutto alla luce del fatto che Giorgio non è così come mostra di essere”.

“E com’è?”, chiedo io.

“E’ una persona estremamente sensibile, che ha una fottutissima paura di soffrire e continuerà a farlo perché non c’è verso di farglielo capire”.

“Fargli capire cosa?”, domando.

“Che le donne che ha scelto finora sono donne sbagliate. Donne che non sono veramente interessate o innamorate di lui. Io me ne accorgo e decido di fare sciopero per metterlo in allerta. Perché quando mi sento autenticamente accettato e desiderato dalle donne, quando mi sento accolto nel vero senso della parola, io funziono e alla grande. Insomma partecipo!”.
“Che effetto ti fanno queste parole Giorgio?” formulo questa domanda chiedendo a Giorgio di sedere sulla sedia opposta, quella in cui è seduto Giorgio nella sua interezza.
“Non mi sono mai soffermato a guardare la faccenda da questo punto di vista. Mi sono sempre sentito io nel ruolo del tradito e del fallito, di quello che per colpa sua era diventato tremendamente insicuro con le donne e timido, mai in quello del traditore.” Commenta Giorgio cambiando subito il posto e riprendendo quello del Pene.
“Mi hai fatto sentire un guastafeste, mi sono sentito giudicato un buon a nulla. Mi hai fatto sentire una grandissima responsabilità di come andava la tua vita. Ma cosa c’entravo io se non eri capace di risolvere i tuoi problemi con le donne? Facile prendertela con i più piccoli, codardo!”. Giorgio nelle parti del proprio pene sembra esprimere con la rabbia, e contemporaneamente con il dolore, una supplica.
“A chi del tuo passato sta dicendo questo il tuo Pene, Giorgio?”, intervengo.
“A mio padre.” Giorgio si reclina su di sé e diventa silenzioso.
Questo silenzio sembra creare uno spazio di solennità. Ho la sensazione di essere entrata in uno spazio separato, sacro appunto, dove in pochissimi hanno il diritto di accesso.

Dopo una manciata di minuti decido di interrompere il silenzio e dico: “Giorgio ho come la sensazione di essere entrata in un tempio, in uno spazio speciale e sacro al quale dare molto rispetto”.

“Mio padre è tutto per me. O almeno lo è stato finora. Vederlo sotto questa luce in questo momento mi ha fatto sentire che qualcosa dentro di me moriva”.

“Forse sta morendo l’immagine che avevi di tuo padre da bambino, ma ora sei un adulto e forse vi potete incontrare da uomo a uomo e parlare”. Invito Giorgio a rivolgersi ad un’altra sedia calda dove immaginiamo che ci sia seduto suo padre.

“Cosa non ti sei mai permesso di dire a tuo padre?”, domando.

“Papà, non ti ho mai detto che mi hai lasciato troppo solo, in balia della mamma e delle sue sorelle…”, Giorgio si interrompe e si rivolge a me: “non ce la faccio, non posso”.

“Cosa ti fa pensare di non essere in grado di reggere?” domando con gentile fermezza.

“Ho le mani gelate”, osserva Giorgio dimostrando terrore.

“Significa che stai tenendo la cosa in freezer. Così si conserva, nel senso che la tieni nel tuo presente. Quando siamo traumatizzati mettiamo un’esperienza per noi insostenibile in una parte del cervello che funziona come come un congelatore. Esse possono starci all’infinito ma a volte accade che qualche evento della vita, come una persona che ci lascia o un licenziamento, apre la porta del congelatore permettendo a tutte quelle emozioni di riemergere. Lo “scongelamento” dell’esperienza fa si che riviviamo nell’adesso, come se stesse accadendo in questo momento, ciò che allora non ci siamo permessi. A quel punto dobbiamo prendere una decisione da adulti e non da bambini. Se continui così, a non affrontare quel ricordo che tieni nel freezer sopravvivi e non vieni ferito. Non rischi di riprovare le stesse emozioni. Però il prezzo è molto alto, perché la cosa potrebbe essere uno dei fattori che determinano la tua impotenza selettiva.”

“No, no, io non voglio continuare a vivere così, a metà. Voglio affrontare questa cosa, solo non so come si fa”.

“Comincia col descrivere ciò che osservi ora nel tuo corpo e cosa ti passa nella mente”, incalzo.

“Sento che ho paura e che mi sento paralizzato nelle mani. Sono spaventato perché non riesco a muoverle. Non so come fare a muoverle, è come se fossero spente”.

“Un po’ come quello che succede al tuo pene?” domando.

“Si esatto, solo che lui non si muove e basta, non sento il congelamento come adesso”.

“Per affrontare il gelo bisogna trasformarlo in freddo: quando eravamo piccoli abbiamo sentito freddo psicologicamente ogni volta che abbia sentito la mancanza di amore, come l’indifferenza. Se ora ascolti questa sensazione che hai nelle mani e lasci che questa ti trasporti in un momento del passato dove hai provato qualcosa di simile, cosa ti viene in mente?”

“ Non so bene cosa c’entri, ma mi viene l’immagine di me aggrappato alla finestra”.

“quanti anni hai in questo ricordo?”

“ quattro o cinque, credo.”

“Che emozione ti suscita questa immagine?”

“Mi commuove”

“Cosa ti commuove?”

“Mi commuove vedere l’immagine di me bambino che guarda….”, Giorgio scoppia a piangere e contemporaneamente tira dei pugni nel divano.

“Cosa stai guardando Giorgio?”

“Sto guardando se mio padre arriva, perché stava via intere settimane e non sapevo mai se sarebbe arrivato o no”, dice con tono decisamente più arrabbiato che triste.

“Ora che hai recuperato questo ricordo insieme alle emozioni di rabbia che avevi trattenuto come ti senti?”

“Meglio, molto meglio. Le mani non sono più gelide”.

“Ora ti senti in grado di parlare con tuo padre e vuotare il sacco?”

“Si, è arrivato il momento. Ho la sensazione di essere rimasto alla finestra della mia vita per tutto questo tempo. Sono stanco di aspettare”.

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Un commento in “Se il tuo pene parlasse, cosa direbbe?

  1. Penso anch’io che la mia impotenza attuale risalga in primis al rapporto/concetto che avevo/ ho di mio padre, una fottuta potenza sessuale che sarebbe potuta arrivare a insidiare la mia ex moglie. C’è poi l’aspetto di successive compagne scelte praticamente esclusivamente in base all’aspetto fisico. C’è da ultimo il fattore età