Stare zitti. Sulla difficoltà di proporsi, promuoversi, esprimersi. - Divenire Magazine

Stare zitti. Sulla difficoltà di proporsi, promuoversi, esprimersi.

Ecco il trucco, la magia:
non chiudere, apri.
Non nasconderti, mostrati.
Non tacere, esprimiti.
Se hai paura, chiedi aiuto.

 

Simona Vinci

Quando devo propormi per un lavoro è un disastro. Mi blocco e non riesco a parlare. In adolescenza ero un chiacchierone, adesso sono invidioso di chi riesce a promuoversi anche dicendo quattro cavolate e riuscendo a mettersi sotto i riflettori.

Quando hai smesso di parlare? Cosa ha fatto sì che ti interrompessi e perdessi le “gambe psichiche” per continuare a camminare?

Penso che tutto sia iniziato quando da ragazzino avrei voluto dire la mia. La mia famiglia non era un posto in cui potevo parlare. Sai come si vive da queste parti, tutto gira intorno al lavoro.

Cosa ti dicevano per metterti a tacere?

Meglio che stai zitto, vai a lavorare invece che fare questi discorsi che non servono a niente. Sono tutte cazzate. Cresci invece di stare a pensare sul tuo letto, cosa avrai da pensare poi. Ma cosa pretendi dalla vita, cara grazia che ti fanno lavorare come imbianchino.

E tu cosa hai fatto?

Sono stato zitto e ho fatto l’imbianchino per vent’anni fino a quando non ce l’ho più fatta e ho iniziato a fare corsi per diventare massaggiatore.

Prova a rilassarti sul divano e ad ascoltare le registrazioni di quelle voci. Prova a fare attenzione a cosa ti accade mentre le ascolti, quali immagini e ricordi ti arrivano. Prova a lasciarli scorrere come se fossero dei treni e dimmi se ce ne è qualcuna che ritorna con insistenza, che non se ne va.

Il ricordo di me che torno da scuola.

Quanti anni hai in questo ricordo, parlane come se accadesse ora.

Sono alle medie. Credo di avere dodici o tredici anni. Dato che arrivo a casa verso l’una e mezza, il resto della famiglia ha già mangiato. C’è mia mamma al lavello che fa i piatti e che senza girarsi bofonchia un “ah sei arrivato”. C’è mio padre seduto al tavolo con tv e sigaretta accese, il giornale aperto sulla pagina finanziaria che crea una parete divisoria tra me e lui. Legge il giornale e fa come se non ci fossi.

Di questo ricordo prova a fare un fermo immagine sul momento peggiore per te. Cosa osservi?

Il momento in cui mi siedo a tavola, guardo il piatto davanti a me e sento un grande peso qui sul petto.

Se ti concentri su questo peso, che cosa senti?

Sento nausea insieme a tristezza.

Cosa ti dà nausea?

L’odore del fumo della sigaretta di mio padre che mi arriva addosso. E poi… ora sento rabbia, rabbia perché mio padre non si preoccupa minimamente del fatto che il fumo mi possa dar fastidio. Ho una fame da lupi, ma il fumo mi fa chiudere lo stomaco. Anche mia madre non sembra accorgersi di questo mio disagio. Vede che non mangio e mi dice di mangiare alla svelta che vuole riassettare che deve andare dalla parrucchiera.

Ora cosa noti?

Mi sento un macigno qui, alla base della gola.

Chi ce lo ha messo?

Io, credo.

A cosa ti serve ora, non sei più un bambino e non vivi più con loro.

Si (dice commosso), ma è come se quel bambino fosse rimasto là, imprigionato in quella cucina di merda.

Cosa ti impedisce di andare a riprendertelo?

Questa tua domanda mi fa venire in mente i piagnistei di mia madre quando a vent’anni sono uscito di casa. Mi lasciava penosi messaggi in segreteria dicendomi che le mancavo. Ora che ci penso, mi rendo conto che i miei si sono separati quando sono andato via.

Li tenevi insieme in qualche modo…

Me ne rendo conto solo ora.

Della funzione indispensabile che avevi?

Caspita avevo un ruolo in quella cazzo di famiglia… e io che ho sempre pensato di non essere nessuno.

E adesso? chi senti di essere?

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