Sentirsi ai margini. Uscire dall’ombra e rimettersi al centro della propria vita. - Divenire Magazine

Sentirsi ai margini. Uscire dall’ombra e rimettersi al centro della propria vita.

Si nasce non soltanto per morire,
ma per camminare a lungo,
con i piedi che non conoscono dimora e
vanno oltre ogni montagna.

 

Alda Merini

Al termine di ogni sessione di gruppo sono solita chiedere a tutti i membri: “Avete avuto qualche risonanza personale sui lavori individuali di oggi?”.

“Io mi sento dispiaciuto e anche un po’ preoccupato”, dice subito Carlo. “Le persone che hanno lavorato oggi hanno visibilmente toccato delle emozioni profonde, ma io le ho vissute come dietro ad uno specchio, come se mi scivolassero addosso. Mi sento anestetizzato.”

“Carlo, da quanto tempo ti senti in questa condizione?”, domando.

“Temo da molto”.

“Prova a fare mente locale. Parti da adesso e torna indietro nel tempo, a ieri, l’altro ieri e così via, risalendo il tempo della tua vita all’indietro fino a fermarti a quando, secondo te è iniziato tutto”.

“Credo che tutto sia iniziato due mesi fa, quando abbiamo ricevuto la notizia che la madre del mio compagno stava male.”

“Cosa stai provando”

“Sento un peso sullo stomaco ed il respiro bloccato. Credo sia angoscia”

“Sperimentati nel dire: Francesco, sento una profonda angoscia di fronte a te che ricevi questa notizia al telefono e aggiungi tutte le parole che ti sorgono spontanee”.

“Francesco, mi sento disperato. E’ difficile per me sostenere la tua angoscia. Non so cosa fare, mi sento impotente”.

“Puoi immaginare di toccarlo?”

“Vorrei, ma non posso. Mi sento bloccato”.

“Quale movimento senti di bloccare maggiormente? Quello di avvicinarti o di allontanarti?”.

“Quello di allontanarmi. Avrei voluto scappare sulla luna”.

“Sei abituato a sentire livelli intensi di angoscia?”

“Si penso di si. Io mi sento solo al mondo da sempre. Mi sento ai margini fin da quando ero piccolo. Giocavo poco, mi leggevo le storie da solo, a scuola dicevo che facevo le cose con mia madre a casa, ma non era vero. Mentivo per non sentirmi troppo diverso. Non ho praticamente ricordi di un tempo condiviso con gli altri membri della mia famiglia”.

“Quando è stata l’ultima volta che ti sei reso conto di essere triste?”

“Non saprei dire. Ho più in mente il fatto che provavo di frequente vergogna”.

“Di cosa ti vergognavi?”

“Di tutto. Ero molto timido e mi sentivo continuamente esposto. Sentivo che né mia madre, né mio padre c’erano per me. Che ero invisibile ai loro occhi ed io avevo sempre paura.”

“Hai mai protestato per questa situazione?”

“Non era proprio possibile farlo. Se penso ai miei genitori, li penso che mi danno le spalle, che guardano indaffarati altrove a qualcosa di più interessante o importante o stimolante di me”.

“Eravate una famiglia di sconosciuti.”

“Si proprio così.”

“I tuoi occhi si sono inumiditi…ti senti meno indifferente rispetto all’inizio?”

“Si…mi sento colto da te e questo è qualcosa di inaspettato”

“Tu ti aspetti indifferenza dagli altri, non certo attenzione o importanza, come abbiamo appena visto. Come sarebbe per te provare a dire: Papà, mamma, io non vi conosco e questo mi dà molto dispiacere, soprattutto ora che state invecchiando e il tempo sta per scadere”.

“Papà, mamma….io….io..” (Carlo inizia a tossire).

“Carlo, questa tosse è il segno che qualcosa dentro di te si muove e vuole venire alla superficie. Posso sostenerti in questo passaggio difficile offrendoti un contatto fisico?” (Carlo accetta con un cenno della testa).

“Io…io…mi sento terrorizzato….ho paura, sento paura….non voglio avere paura, ho paura della paura”

“Carlo, ti sostengo aprendoti maggiormente gli occhi nell’affrontare questa paura. Guardiamo insieme mentre tu esprimi con un suono tutta la paura che senti”.

“Ho paura di quello che succederà…”

“Prova a dire: Ho paura di quello che mi succederà se….”

“Ho paura di quello che mi succederà….se….se morirete, quando morirete, quando vi ammalerete. Ho paura di essere risucchiato.”

“C’è una differenza tra l’adulto che sei oggi e il bambino che eri ieri?”

Carlo si calma e ritorna a respirare regolarmente. La sua agitazione sembra essere sparita.

“Si, perché io me ne sono andato”, dice asciugandosi le lacrime, “Mi sono dato da fare. Non ho più bisogno di loro.”

“Di cosa hai bisogno, ora nella tua vita?”

“Di chiudere con questo capitolo di angoscia e di ricominciare”.

“Allora ti suggerisco ti sperimentarti nel dire questo: Papà, mamma, voi siete un buco nero per me. Sono amareggiato del fatto di non avervi conosciuti, di non avervi incontrati davvero. Mi dispiace che sia andata così, ma vi voglio bene e ve ne vorrò sempre”.

“Si, cari genitori, non voglio più essere l’ombra di me stesso.”

“Come ti senti ora?”

“Meglio, molto meglio, mi sento più sveglio, vedo la stanza a colori, prima mi sembrava tutto grigio e uguale.”

“Se ora ripensi al momento della telefonata che ha ricevuto il tuo compagno, cosa provi?”

“Sento più forza, che non voglio più scappare. Sento di potergli stare vicino ora.”

“Cosa immagineresti di potergli dire in questo momento?”

“Io non ho più paura della tua disperazione, posso starti accanto”.

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