Ho paura di perderti, figlia mia. Crisi di coppia e genitorialità. - Divenire Magazine

Ho paura di perderti, figlia mia. Crisi di coppia e genitorialità.

La realtà è una.
La connessione c’è, malgrado tutto
Quello che succede.

 

Sergio Mazzei

“Dottoressa non so più a che santo votarmi”, dice Santina appena si siede sul divano, “non reggo più gli scoppi di rabbia di mia figlia”.

“Hai un’idea a cosa siano dovuti?”, le chiedo passandole la scatola dei fazzoletti.

“All’inizio ho pensato che fossero dovuti all’età, una specie di adolescenza anticipata, ma poi visto il persistere mi è venuto il dubbio che lei ce l’abbia con me”.

“Mi sembra una buona pista. E Perché dovrebbe avercela con te? Cosa le avresti fatto di male?”.

“Questo è il punto. Io l’ho sempre messa al centro della mia vita, lei è il mio primo pensiero alla mattina e l’ultimo alla sera”.

“E suo marito, lo sa?”, dico ironicamente.

“Cosa c’entra, mi scusi?”. Risponde un po’ stizzita.

“Era un modo con cui sottolineare l’eccesso d’amore che ha nei confronti della sua figliola. Di solito è all’amante che dedichiamo il nostro primo e ultimo pensiero del giorno”.

“Mi sta dicendo che sto confondendo?”.

“Ho semplicemente fatto un’osservazione. Ed ora è lei che fa questa associazione.”

“Pensa che possa c’entrare qualcosa con gli scatti d’ira di sua figlia?”.

“Non ci ho mai pensato. Mi sta dicendo che l’amo troppo?”.

“O forse che sta facendo un po’ di confusione, sembra amarla come si ama un compagno di vita e non un figlio…”

“Insomma, la soffocherei?”

“Questo può dirlo solo sua figlia. Ha mai provato a chiederglielo?”

Santina mi guarda attonita, come se le avessi chiesto di andare a rubare in chiesa o di farsi il pediluvio in una fogna.

“Dice sul serio?”

“Perché, cosa le sto proponendo di tanto strano?”.

Spesso abbiamo la strana idea che curare i nostri figli significhi stare INTORNO, anziché ENTRARE in relazione con loro. Così ci preoccupiamo che non MANCHI NULLA, nel senso che ci attiviamo per dare loro cibo, cure fisiche, confort, sostegno nello studio, mancando completamente di offrire un po’ di noi, di come ci sentiamo, di come reagiamo di fronte alle loro provocazioni. Insomma, facciamo mancare un po’ di verità.

Ci nascondiamo dietro la tipica presunzione di noi adulti che “loro sono piccoli” per evitare di mostrare che siamo in difficoltà.

Così passiamo il tempo a dare consigli e a dire cosa “debbano fare”, e ci stupiamo quando ci accorgiamo che fanno fatica a diventare adulti perché non sanno chi sono.

“Ma non è troppo piccola?”, incalza Santina
“Troppo piccola per?”, esploro con lei il suo vissuto, offrendole un po’ di rispecchiamento.

“Per sapere che mi sento in colpa!”, dice Santina esplodendo in un pianto.

“Continui, mi dica di più di questo sentimento di colpa che ha nei confronti di sua figlia”.

“Si”, dice calmandosi a fatica, “Mi sembra di non fare mai abbastanza per lei”.

“Un mio maestro diceva che la colpa è un’inibizione della rabbia: preferiamo sentirci in colpa che esprimere la nostra frustrazione arrabbiandoci. Aveva ragione? C’entra qualcosa con lei?”.

“Non saprei”, dice ricomponendosi, “forse si, forse aveva ragione”.

“Eh, quel Mazzei ne sa una più del diavolo!”, dico per stemperare un po’ la tensione.

Il riso successivo alla battuta sembra aver sgombrato il campo e aperto alla possibilità di esplorare la rabbia che Santina non si permette di sentire nei confronti della figlia. Noi genitori temiamo che sentirci arrabbiati
significa rifiutare i nostri figli e, così facendo, di perderli definitivamente. Ecco perché facciamo di tutto per impedirci di diventare consapevoli delle nostre frustrazioni.

“Allora Santina, le propongo un esperimento. Immagini che sua figlia sia qui, seduta di fronte a lei. Provi a sperimentarsi nel permesso di dirle cosa sente per lei quando reagisce con quegli scatti d’ira”.

“Che mi sento morire, perché, ho paura, tantissima paura”.

“Paura di?”, le dico appoggiandole una mano a livello della scapola sinistra, quella in corrispondenza del cuore.

“Paura di perderla… e di restare sola”, sussurra nelle lacrime.

Poi alzando gli occhi dalla sedia vuota, che rappresenta sua figlia, mi dice con determinazione: “Credo sia arrivato il momento di parlare di me e di mio marito”.

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