Di mamma non ce n’è una sola. Accogliere le ombre della maternità al tempo dell’insicurezza.

TEMPO DI LETTURA: 5 MINUTI
Quando mio figlio diventa la mia ragione di vita significa che ho abbandonato la ragione invisibile della mia vita.

 

J. Hillmann

 

Una madre che riconosce, accetta e contiene le proprie ombre, non sarà pericolosa, rinuncerà più facilmente a impossibili perfezioni sue e dei suoi figli e, non avendo confuso il senso della vita con il ruolo materno, sarà capace di accettare serenamente che i figli se ne vadano via, quando sarà tempo.

 

Marina Valcarenghi

“Ricordati che di mamma ce n’è una sola!”, era il monito che mi lanciava mia madre da piccola e che usava come arma letale, quando esausta dalle discussioni con me adolescente irrequieta, cercava di fare appello ai miei sensi di colpa e di inadeguatezza per mollare la presa.

La maternità è qualcosa sul quale mi interrogo da tutta la vita: prima come figlia e poi come madre di due figli con 14 anni di distanza e due padri differenti.

I conti con la mia inadeguatezza, da una parte, e le aspettative legate al ruolo materno e professionale, dall’altra, mi hanno spinto, per sopravvivenza direi, a ricercare continuamente risposte alle tante istanze che si muovevano dentro di me. Una mamma psicologa, nell’immaginario comune, dovrebbe essere il non-plus-ultra: se non è perfetta lei che ha studiato e lavorato tanto su di sé chi potrebbe esserlo?

La seduzione della perfezione è uno dei grandi draghi con cui tutte le donne fanno prima o poi i conti, questo lo sappiamo. Con il cercare di soddisfare tutti gli standard che vanno dal corpo, alla tenuta della casa, al vestiario, alla relazione con figli, partner, genitori, amici e colleghi, crediamo di mettere a tacere tutti i dubbi sul nostro valore. In questa gabbia, in cui più tendiamo alla perfezione e più ci svuotiamo di senso, come reperire il permesso di essere madri a modo nostro?

Ad essere sincera solo quando ho raccolto intorno a me donne evolute, che avevano a loro volta attraversato con sincerità i temi della propria identità, ho potuto sentirmi legittimata a cercare la mia strada.

La prima sorpresa è stata scoprire che la maternità ha molto a che fare con il tipo di femminilità che ci abita.

Ho scoperto che prima di interrogarmi su come essere madre, prima di giudicarmi – cosa che a noi donne viene estremamente facile -dovevo interrogarmi su chi fossi come donna.

Ho trovato il coraggio di osservare i miei desideri, le mie fantasie vergognose, le mie invidie. E’ proprio guardando tutti quegli aspetti di me, spesso suscitati dall’interazione con i miei figli o con altre madri, e che cercavo di nascondere e di controllare, che ho iniziato ad intuire quale senso potesse avere dentro la mia vita la maternità e soprattutto che tipo di madre sentivo di poter essere.

In generale ho sempre rifuggito i modelli materni offerti dalle donne che ho conosciuto nella mia infanzia: tutte avevano in comune una vita impoverita e tendenzialmente infelice. Tutte mi passavano il messaggio che una volta madre la mia vita sarebbe finita, la mia energia vitale compressa dentro un’unica direzione.

Per fortuna ho scoperto che questa via, in cui mi sentivo data alle tenebre più che alla luce, non solo non era l’unica forma di maternità possibile, ma che nemmeno fosse una maternità equilibrata.

Gli antichi greci, attraverso le Dee, ci hanno mostrato che dentro ogni donna esistono modelli interni di femminilità e che noi siamo in grado di attivarne le infinite risorse in diversi momenti della nostra vita se non addirittura in diversi momenti della giornata.

Ho scoperto, ad esempio, che esistono femminili come la Dea Atena e la Dea Artemide, che hanno come spinta vitale essenziale della propria vita, lo sviluppo dei propri talenti e che non si sentono quasi mai realizzate dalla maternità. Esse sanno comprendere e accettare molto poco le richieste di fusionalità e dipendenza dei figli e per questo motivo spesso patiscono i primi anni di vita dei figli e rinascono quando possono iniziare ad avere un rapporto più intellettuale e distante, perché i figli sono diventati nel frattempo più autonomi. Se queste donne sono costrette a fare unicamente le madri, tendono inconsciamente, non potendo realizzare la propria vita, a far fallire quelle dei loro figli. Se frustrate, tendono ad attaccare e demolire sistematicamente i figli, sottraendo loro fiducia e slancio vitale. Anziché darli alla luce, queste madri che non hanno saputo onorare le proprie nature Atenaiche o Artemidiche, li danno al buio.

Ho scoperto che esistono femminili più emotivi e vulnerabili, come quelli della dee Demetra, Persefone ed Era. Tradizionalmente queste dee impersonano i ruoli tradizionali di madre, figlia e moglie. In comune hanno il fatto di essere orientate al rapporto: esse, in poche parole, trovano identità e benessere solo all’interno di rapporti significativi. Per Era è importante essere compagna, Per Demetra accudire e per Persefone dipendere. Per questi motivi, queste donne hanno spesso la sensazione di essere vittime di qualcuno. Ognuna di loro, però, vive la maternità in modo molto diverso.

Era, ad esempio, fa figli perché fanno parte del matrimonio. Anche se è moglie e madre a tempo pieno i figli sentono una certa distanza e un certo abbandono emotivo di fronte ad un padre spesso irragionevole e intrattabile. Sono donne che utilizzano i figli per ricattare il proprio compagno e che possono arrivare ad ucciderli, come nel mito di Medea, per punirlo.

Demetra è la donna che si realizza nella vita esclusivamente attraverso la maternità. Per questo motivo è in grado di portare avanti lotte incredibili quando è in gioco il benessere dei figli. Quando questo lato è ben integrato e si esprime positivamente, i figli ne traggono sostegno fisico, emotivo e spirituale, ma quando le persone le esprimono desiderio di autonomia si sente minacciata e tende a diventare eccessivamente controllante e ad infantilizzare i figli, che non crescendo, tenderanno a non allontanarsi mai definitivamente da lei.

Persefone è figlia di Demetra, e con una mamma simile, non poteva che essere una figlia che soffre di un senso di eterna inferiorità nei confronti dell’ideale espresso dalla madre. Per questo motivo, Persefone, chiamata anche “donna anima”, sarà una madre che tende ad affidare se non ad abbandonare i figli alla madre, sentendosi ulteriormente incapace di costruire un rapporto con loro. Non conoscendo il proprio ruolo ed il proprio potere, la madre Persefone, tende ad adultizzare precocemente i figli che si prenderanno cura di lei oppure la tiranneggeranno, rendendole la vita un inferno, luogo dove è finita nel mito, quando Ade, dio del sottosuolo, l’ha rapita. Per le donne Persefone, infatti, il matrimonio “accade”, non è mai il frutto di una scelta consapevole.

La dea Afrodite è chiamata la dea alchemica perché rappresenta il potere di trasformazione e di creazione proprio dell’Amore. E’ un femminile che attribuisce maggior valore all’esperienza emotiva che al legame o all’indipendenza. Quando diventa madre, tende ad incantare i figli e a farli sentire speciali senza curarsi del bisogno che possono avere di sicurezza emotiva e di stabilità. Queste donne, infatti, tendono a fare figli con molti partner diversi. L’attenzione volubile e intensa condiziona i rapporti futuri con i partner, in particolare dei figli maschi: il figlio si sente in competizione con gli uomini che passano nella vita della madre dove lui è regolarmente perdente.

Nel rapporto quotidiano con i miei figli, penso di aver scoperto più cose su di me come donna che come madre. A volte mi chiedo che madre sono per loro, ma poi ci rinuncio perché penso che la visione che i miei figli hanno di me è qualcosa di talmente intimo e personale, che è giusto che se lo tengano per loro. Chissà, magari, un giorno, riuscirò a scucire qualche informazione dal loro analista!

Mi faccio accompagnare da questa frase di Hillman, Mai in nessun tempo e in nessun luogo questo è stato il fine che i genitori si sono proposti. I genitori sono caduti nella trappola di dover fornire, insieme alle scarpe, ai libri di scuola, alle vacanze con il bagagliaio carico da scoppiare, anche la felicità. Ma chi è infelice può produrre felicità?, Per ricordarmi che io non posso essere responsabile della loro felicità, ma solo della mia.

Lascia un commento

Un commento in “Di mamma non ce n’è una sola. Accogliere le ombre della maternità al tempo dell’insicurezza.

  1. Davvero un articolo illuminante! Ci sarebbe da discuterne ed anslizzarsi per poter essere donne e madri migliori, ma soprattutto felici e appagate.