Ferire il corpo. Soffrire sul corpo per non soffrire nella mente.

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La scrittura come antidoto ai gesti autolesivi in adolescenza.

Adolescenza, dal latino adolescere, ovvero crescere inteso come sforzo di appropriarsi di corpo, pulsioni e pensieri. I concetti di corpo/pulsionalità ed adolescenza sono connotati da una particolare assonanza, al punto da apparire reciprocamente imprescindibili: da qui la pregnanza del fenomeno dell’autolesionismo e dell’attacco al corpo in adolescenza.

Francois Ladame (1991), psichiatra e psicoanalista francese, ci insegna che ciò che connota le forme più gravi di autolesionismo in adolescenza è il concetto di dipendenza, intesa come schiavitù ed asservimento nei confronti di un comportamento distruttivo: siamo di fronte alla psicopatologia dunque quando l’adolescente agisce senza averne il controllo, senza poterne fare a meno, senza possibilità di scelta, con la sensazione di non riuscire a fermarsi. I ragazzi che attaccano il proprio corpo sono portatori di un’immagine di sé deteriorata e frammentata, il cui vuoto identitario raggiunge livelli tali da rendere intollerabile la sofferenza psichica: l’atto autolesivo diventa dunque un modo per patire sul corpo un dolore che non può essere accolto nella mente, rendendolo visibile e tangibile, come sforzo per sentirsi reali, per sentire di esistere.

Secondo le autorevoli parole di Mauro Ferrara (2008), psichiatra e psicoanalista dell’adolescenza, tagliarsi, ferirsi e bruciarsi si configurano come strategie che alcuni adolescenti portatori di dolori emotivi lancinanti utilizzano per rendere questi stessi dolori meno forti e meno intensi. Il male fisico, in quanto forma di sensorialità esasperata ed estrema, sembra attutire, rendendolo sordo, il suono fastidioso e caotico di emozioni troppo difficili da tollerare, quali, ad esempio, esperienze di abbandono e rifiuto, ma anche vitali, di creatività e ricerca dell’altro, quale una “sessualità debordante e passionale”. In tutto ciò grande assente è il pensiero: i ragazzi autolesionisti non sanno rispondere se interrogati circa i pensieri che accompagnano il loro gesto, in alcuni casi parlano di una sensazione di “vuoto”, in altri addirittura di sollievo. La condotta autolesiva, oltre che come forma di agito per calmarsi e prendersi cura di sé, si configura dunque come strategia per sopprimere o comunicare i pensieri.

Esito imprescindibile di uno sviluppo emotivo armonico è la capacità di esprimere i pensieri e le emozioni con le parole: obiettivo del lavoro terapeutico con gli adolescenti con condotte autolesive diventa dunque quello di favorire forme meno distruttive di comunicazione; fondamentale con loro è incentivare, accogliere e valorizzare il desiderio di scrivere. La coincidenza o la successione dell’autolesionismo con la pratica della scrittura è un dato frequentemente osservato da chi si occupa della sofferenza adolescenziale: occorre passare dalla scrittura sul corpo alla scrittura sulla carta, come strategia per autoraccontarsi, per trovare un filo storico e narrativo, oltre che unificatore, della propria identità. Allo stesso modo mettere l’intensità delle proprie emozioni su un foglio bianco diventa canale per guardarle da una prospettiva diversa, di maggiore distanza: non una distanza che isola e che nega, ma una distanza che favorisce una maggior chiarezza e comprensione, che aiuta ad osservare meglio. Riprendendo ancora una volta il pensiero di Ferrara, il desiderio di scrivere diventa pregnante in adolescenza, ed i ragazzi che scrivono sul corpo vogliono lasciare una traccia: dare loro la possibilità di lasciare tale traccia su un foglio bianco e non più sul corpo significa garantirgli la certezza di essere letti.

 

Bibliografia

Ferrara, M. (2008), Scritto sul corpo. Condotte autolesive in adolescenza. AeP Adolescenza e Psicoanalisi. Adolescenze inquiete, N. 2 novembre 2008;

Ladame, F. (1991), Adolescence end the repetition compulsion. Int. J. Psychoanal, 72, 253-273

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