Il piacere di non aver piacere. Disturbi alimentari e sessualità.

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Ogni volta che alimentiamo l’anima,
è garantita una crescita.
Estés Pinkola

“Dovrei fare a pezzi la suora che c’è in me. In adolescenza avevo chiesto alle suore se facevo peccato a fare sesso. Poi ho avuto una bella pensata: facciamo che io non sento il mio corpo, così tu provi piacere ed io anche nel non provarlo. In più non faccio peccato”, riflette Giorgia ad alta voce, una paziente che soffre di anoressia.

Le connessioni tra cibo e sesso sono sotto gli occhi di tutti: basti pensare al famoso slogan pubblicitario “fate l’amore con il sapore” di una nota marca di yogurt (i cibi bianchi e cremosi sono tra i preferiti nelle donne che soffrono di Disturbi del Comportamento Alimentare), o all’espressione “avere l’acquolina in bocca”, che si può riferire alla fame così come alla lubrificazione degli organi genitali, per non parlare del “consumare il matrimonio”, e così via.

Se pensiamo, quindi, che per una donna esprimere fame in pubblico è quasi l’equivalente dell’esprimere una certa “facilità di costumi”, possiamo capire perché molte divorino in totale solitudine i cibi cosiddetti proibiti, proprio come si fa con le pratiche autoerotiche, oppure li evitino completamente.

Fu lo stesso Freud a tracciare un paragone fra i genitali femminili e la bocca chiusa di una donna, che nel passato era considerato elemento di virtù e grazia, come nel parallelismo tra digiuno ascetico e anoressico di Vandereycken e Van Deth, riportando un certo sgomento di fronte al silenzio in cui alcune pazienti si rinchiudevano.

Massimo Recalcati, nel suo “Clinica del Vuoto”, ci mostra come il desiderio di un’anoressica sia il desiderio di niente, nel senso che ella non desidera l’Altro ma domanda qualcosa all’Altro. Il rifiuto del cibo e del piacere sessuale, sarebbe un modo, quindi, per mettere sullo sfondo il bisogno di cose e in figura il desiderio per l’Altro.

La prima Anoressica della storia fu proprio la ninfa Eco, come ci ricorda Anzieu, che rifiutata da Narciso, di cui era innamorata, si ritirò in solitudine, perse l’appetito e morì. Spesso le donne anoressiche hanno avuto un padre Narciso con il quale non hanno potuto sperimentare una vera relazione amorosa. Come Eco, preferiscono spegnersi anziché rinunciare ad un segno d’amore del padre.

Se nell’anoressica esiste una sorta di equazione simbolica cibo=pene, dove il piacere consisterebbe nell’assaporare e ingerire il cibo, nelle abbuffate bulimiche, in cui l’obbiettivo non è gustare ma trangugiare il cibo fino a sentire le pareti dello stomaco tese, l’ingestione del cibo sarebbe maggiormente un equivalente della penetrazione. La dinamica stessa del vomito, di un entrare ed uscire del cibo, se inserita nell’ottica dell’equazione cibo/bocca=pene/vagina, avrebbe un ulteriore rimando alla dimensione penetrativa della sessualità.

La paura di ingrassare, in questo senso, avrebbe a che vedere con il timore di attrarre sessualmente l’altro, più che con l’inseguimento delle mode. In altre parole, come sostiene Infransca nel suo “Anoressia e conflitto sessuale”, il cibo verrebbe vissuto come “agente sessualizzante”. Comprendiamo allora il senso della sua eliminazione, per il tramite del vomito, dei lassativi o dell’ipermotricità, come modalità illusoria di ritrovare un corpo puro, quell’ io purificato a cui si riferisce Freud nel suo “Al di là del principio del piacere”.

Se per le persone con DCA, mangiare è come aver un rapporto sessuale, possiamo capire come per molte sia qualcosa di terribile e di umiliante farlo pubblicamente, o che anche il semplice parlarne possa risultare imbarazzante.

Il percorso di terapia ha lo scopo principale di spostare la dimensione dell’alimentazione dall’asse istintuale per avvicinarlo alla dimensione erotica vera e propria, che altro non è che il piacere di aprirsi e di godere della presenza dell’Altro. Il rapporto dell’Anoressica o della Bulimica con il cibo, ci parla di come quella bambina, ora adolescente o adulta, sia rimasta agganciata a fasi precoci di sviluppo. L’attenzione al discorso implicito, che ognuna fa in modi diversi, permette di di sbloccare la narrativa rimasta bloccata all’infanzia. Ripristinando quelle condizioni che sottendono allo sviluppo dell’identità, grazie ad una buona relazione terapeutica, le parole mute del discorso alimentare si fanno discorso e poi racconto.

Il primo passo in questa direzione avviene quando la paziente accetta di fare esperienze nuove, di riattivare le sue competenze ludiche, di divertirsi e di ridere grazie ad un “terapeuta-fratello”, che come indica Kohut, non appare come autorità ma come persona partecipe alla situazione.

“Si dai, giochiamo a facciam-fuori-la-Suora!”. Commento con entusiasmo.

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