Il transfert

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A un certo punto, lo ricordo bene, la terapeuta mi appare bellissima.

Letteralmente.

Non c’è parte di lei che non lo sia: le mani, le gambe, la voce, le collane che cambia, gli abiti, i piedi.

Gli occhi poi, quelli meglio non guardarli troppo.

E davanti a lei mi sento brutta, insignificante, scialba ed emaciata.

Oh quanto vorrei essere come lei! Chissà dove compra i vestiti? E quell’anello delizioso!

Va in piscina: dovrei farlo anche io!

Un po’ delusa scopro però che anche questo travolgente fenomeno non è affatto personale. Accade alla maggior parte dei suoi pazienti. Cavolo!

Il fenomeno ha persino un nome: ‘transfert’.

E non solo è quasi inevitabile, ma pare sia addirittura funzionale al percorso terapeutico.

In poche parole, si vede nel terapeuta qualcuno che si è amato tanto, tipo un genitore (tanto per cambiare) o anche una parte riflessa di noi stessi, andata persa o dimenticata.

Ok, me ne voglio fare una ragione.

Anche perché allora vuol dire che sono una bella gnocca, solo che non lo so ancora!