Il Pammo e la MoM-Zone. Una variante del padre assente.

Lei vuole denunciare una nascita? Mi dica, il padre è lei e nessun altro?
TOTO’

Se un essere di sesso maschile si occupa dei propri figli è un padre? La risposta è “dipende in che modo lo fa”. Siamo in tanti ad avere le idee poco chiare su cosa contraddistingue la funzione genitoriale materna da quella paterna.

Tendenzialmente, sono molti gli uomini che svolgono una funzione materna nei confronti dei figli pensando di “fare il padre”. Come dei replicanti, accade però che essi si limitano spesso a riproporre una copia mal riuscita dell’offerta materna in termini di accudimento, spesso di tipo ansioso. Sostanzialmente agiscono come dei “sostituti materni”, nel senso letterale di sostituire le cure della madre quando lei non c’è, cercando di esserne una copia fedele.

Così vediamo papà cambiare pannolini, mettere creme solari, gestire i ritmi sonno veglia, cucinare e soprattutto sorvegliare i giochi dei figli perché non si facciano male o a riprenderli se “si comportano male”. Ma cosa propongono di diverso da ciò che fanno le madri? Si permettono questi padri di strutturare esperienze che aumentino l’expertise dei figli? Sanno spingere i figli nell’area del Non-conosciuto, dell’Extra-abitudinario, dell’Avventura e della Sfida? O aspettano che siano gli stessi figli a togliere le rotelle dalla bicicletta a diciotto anni, quando le madri saranno pronte ad accettare i graffi delle prime cadute? Si permettono, insomma, di valicare la MoM-zone, l’area di libero movimento definita dalla madre?

Già immagino le obiezioni di molte madri: “avercene uno così, il mio nemmeno alza la testa dalla gazzetta”.

Se da una parte è certamente un bene che un sempre maggior numero di uomini si cimentino con l’accudimento dei propri figli, specie se nei primi mesi di vita, dall’altro è interessante osservare come gli stessi si limitino ad agire come “madri sostitute accuditrici” dentro zone delimitate dalle stesse, che occupano sempre di più il ruolo di REFERENTI-PROGETTO-FIGLI, anche quando i figli sono già grandicelli e vanno alle scuole elementari o alle medie, per non parlare di quando sono adolescenti e giovani adulti.

Per questo motivo ho pensato ad un neologismo, il Pammo.

Mi sovviene una battuta di Woody Allen, nel Film La dea dell’Amore, “In famiglia comando io, tua madre prende solo le decisioni”. Essa ben sintetizza il degrado della figura paterna ad una sorta di sottoposto della madre, che prima di lasciarlo solo con i figli dà indicazioni specifiche su ciò che deve fare con loro, cosa deve dargli da mangiare, a quale attività deve accompagnarli e quando rientra interroga per vedere se ha svolto i compiti assegnati. Un po’ deresponsabilizzato questo genitore, no? La ricaduta di questo ipercontrollo materno è altissimo, non solo per i figli, ma anche per la madri che registrano livelli di stress altissimi anche solo per un senso di eccessiva responsabilità e in ultima analisi di solitudine nell’educazione dei figli.

Immagino la vostra spontanea obiezione: “Perché cosa dovrebbe fare di diverso un papà?” che dice di gran lunga quanto sia assente anche solo un quadro di riferimento su questo ruolo.

Tanto per cominciare il padre dovrebbe godere dello stesso peso nell’educazione e nella “presa in carico” del figlio. Se questo viene previsto e garantito dalla legge, nella pratica, questo assunto sembra tristemente rimanere su un piano teorico.

Cosa vuol dire “presa in carico” al 50% ? Significa che egli, come la madre, ha in mente un progetto educativo, che è in grado di portare autonomamente un punto di vista sul figlio nella coppia e di negoziarlo con la madre, anche ricorrendo a dei sani conflitti se necessario, per ampliare le aree di libero movimento e di conoscenza di sé del figlio, al fine di sviluppare quella necessaria autostima per affrontare le difficoltà e, in ultima istanza, diventando un individuo capace di prendersi la responsabilità di chi è.

Può suonare complicato, e certamente ambizioso, ma un esempio vi chiarirà le idee.

Mario è una bambino di undici anni che vorrebbe partecipare alla gita organizzata dal campeggio ad un’area naturale protetta nelle vicinanze. Tutti i nuovi amichetti parteciperanno ma la mamma esclude che Mario possa farlo perché ogni volta che va in macchina vomita. L’assunto di base della madre, quasi un diktat, recita: “non si fanno le cose che fanno stare male”, ed infatti il padre non pensa nemmeno lontanamente di metterlo in discussione. E se invece lo facesse? La risposta materna, a copertura della propria angoscia, potrebbe essere aggressiva e ricattatoria del tipo “poi però lo pulisci tu e gestisci tu le lavatrici con i cambi sporchi”. Il padre per evitare tutte le “conseguenze a suo carico” preferisce girare al largo e lasciare che suo figlio viva un’esperienza dolorosa, umiliante ed escludente che avrà un peso ben maggiore sulla sua autostima di un vomito in auto. Senza contare il fatto che questo problema, non venendo affrontato, preso come “dato incontrovertibile”, né approfondito nella sua valenza emotiva, è destinato a prendere via via significati sempre più patologici.

Cosa manca quindi?

Svolgere la funzione paterna (e parlare in questi termini significa non appiccicare questa funzione necessariamente ad un uomo ma svincolarla perché sia una donna che un uomo possano svolgerla nella danza educativa del figlio), significa dare quel supporto necessario perché il figlio possa affrontare la sua difficoltà.

Cosa sarebbe bene che facesse il padre di Mario quindi? In prima istanza, discutere con la madre le motivazioni vere che la spingono a trattenere il figlio e ad usare la problematica del vomito come un alibi per non affrontare ben altre questioni che riguardano sia il mondo emotivo del figlio che della madre, come la paura di perdere il controllo sul figlio o la difficoltà a relazionarsi in gruppo di entrambi (FUNZIONE DI SEPARAZIONE DELLA SIMBIOSI MADRE-FIGLIO). In seconda, offrire supporto alla moglie per contenere la sua ansia dicendo che andrà lui con il figlio alla gita (RIPRISTINO DI UNA GIUSTA DISTANZA TRA IL FIGLIO E I GENITORI e RIDUZIONE DELL’ONNIPOTENZA MATERNA, perché la madre apparirà come un essere umano con i suoi limiti ), che sarà importante continuare a parlarne fino a chiedere un supporto esterno se necessario (OFFERTA DI SUPPORTO SUL PIANO DELLA COPPIA), ed in quarta, parlare con il figlio dicendo qualcosa che potrebbe suonare più o meno in questo modo: “Tesoro, è più importante partecipare alla gita e iniziare ad affrontare questo problema. Delle paure della mamma me ne occuperò io. La felicità di stare con i tuoi amici e fare questa bella esperienza insieme è più importante di un vomito in auto che sapremo gestire al meglio.” (SEGNO D’AMORE, ALIMENTAZIONE DELL’AUTOSTIMA)

Fantascienza? Probabilmente per molti di voi si, ma se non iniziamo ad immaginare e a legittimare risposte diverse non possiamo nemmeno considerare delle ipotesi di cambiamento, no?

Nella mia esperienza clinica non è poi così vero che i padri non sanno che è questo che dovrebbero fare, il punto è che sanno anche che svincolare il figlio o la figlia da certi aspetti simbiotici del rapporto con la madre ha un costo perché significa rendersi disponibili a mettersi in gioco non solo sul piano della genitorialità ma soprattutto della coppia.

In altra parole significa affrontare la propria compagna e ammettere che si sta alimentando una problematica del figlio, bloccando la sua crescita, per evitare di affrontare problematiche personali o della relazione di coppia. E qui casca l’Asino, perché l’area dello scambio intimo di parola è la più faticosa per gli uomini, essendo poco educati a frequentarla!

Uno dei motivi per cui conduco un cerchio di consapevolezza con gli Uomini da diversi anni, è proprio perché ho capito che è necessario offrire spazi dentro i quali gli uomini stessi possano sviluppare un sostegno reciproco nell’apprendere la difficile arte di dare voce al proprio dentro.

Quel dentro che spesso non sono in grado di portare alla propria compagna e che per evitare esperienze di vergogna, rifuggono.

Una paternità che recupera valore ha inevitabilmente a che fare con una maschilità che si eleva al di fuori degli spazi angusti in cui si è rinchiusa e per questo occorre tanto coraggio e supporto reciproco, tra uomini e donne ma anche e soprattutto tra gli uomini con gli uomini.

I nostri figli prima che genitori hanno bisogno di confrontarsi con persone reali, che non si nascondano dietro le maschere dei loro ruoli. Le fatiche dei nostri figli ci chiamano in causa non solo come genitori ma soprattutto come esseri umani: abbiamo affrontato e risolto il problema che i nostri figli hanno? Sappiamo ammettere che forse abbiamo ancora della strada da fare o preferiamo simulare di essere arrivati, compiuti e risolti?

I nostri figli ci ricordano che siamo tutti inseriti nel fiume in Divenire dell’esistenza, e che ognuno di noi è in continuo confronto con la difficile arte di crescere ed evolvere. Il richiamo può spaventare, ma vi ricordo che è previsto dal contratto implicito della scelta di diventare genitore, ovvero colui che genera e si RIGENERA. Giorno per giorno.