Amilcare che aggiusta tutto.

Amilcare aveva una bottega piccola piccola, ma piena piena.

Amilcare, nella sua bottega, aggiustava tutto. E quando si dice tutto, si intende proprio tutto.

E quando si dice AGGIUSTARE si intende proprio AGGIUSTARE.

Cioè, Amilcare prendeva le cose rotte, non le buttava, non le sostituiva e non le metteva in soffitta o in cantina. Lui le prendeva, le osservava, se le girava e rigirava fra le sue mani delicate e poi ci pensava su.

Eh sì, perché si fa in fretta a buttare, basta lanciare quello che è rotto nella spazzatura e non ci pensi più. Al massimo, se il contenitore è lontano ti devi spostare e se vuoi fare la raccolta differenziata devi stare attento qualche secondo al cestino che scegli, ma poi è un attimo … e la cosa rotta è buttata. E tu rimani senza, ma almeno non hai cose rotte in giro e poi magari non ti serviva neanche più così malandata.

Anche sostituire è abbastanza veloce, sebbene un poco più complicato: devi prendere quello che è rotto, metterlo in un sacchetto, trovare lo scontrino e arrivare al negozio. Poi fai la faccia un po’ arrabbiata, dici che quella cosa non la vuoi più così rotta e ne pretendi una nuova. Però, se il commesso è bravo, afferra la cosa al volo, la mette da parte e te ne da’ subito una diversa, ancora incartata, che diventa tua. Fino a che non si rompe ancora.

Se poi vuoi mettere in cantina o in soffitta la cosa rotta è meglio che ne accumuli un po’, così fai un viaggio solo. Prendi le chiavi, metti tutto in un sacchetto o in una scatola, anche quelli che non li vuoi più, e butti il pacco sopra uno scaffale. Poi spegni la luce, lasci tutto lì al buio e proprio te ne scordi. In questo caso le cose rotte le hai ancora, anche il sacchetto e la scatola in realtà, ma non lo sai più e, se mai, se proprio ti serviranno ancora, dopo mesi non te lo ricorderai che sono lì al buio in cantina o in soffitta e penserai che devi andarne a comprane di nuovi.

Amilcare però le cose rotte non le buttava, né le sostituiva e nemmeno le chiudeva al buio.

Lui le prendeva e le aggiustava. Poi anche lui non aveva più niente di rotto, ma non aveva neppure nulla di nuovo identico a ciò che aveva prima che si rompesse : aveva qualcosa un poco diverso, rappezzato, magari non proprio perfetto, ma che era ancora la sua cosa di prima.
Se per esempio trovava una sedia con una gamba spezzata, se la metteva fra le ginocchia ,toglieva un pezzetto di legno dalle tre rimaste intere, incollava ogni pezzetto a quella zoppa e si trovava la stessa sedia di prima, certamente un po’ più bassa, perché le quattro gambe si erano accorciate, ma era la sua sedia e andava benissimo così.

Se la tazza della colazione era caduta ed era in tanti pezzi, lui raccoglieva tutto, ma sapeva che qualcosa si era sbriciolato e che i frammenti non sarebbero stati sufficienti. Allora la metteva da parte, ma non in soffitta o in cantina: sapeva che prima o poi se ne sarebbe rotta un’altra. E quando accadeva metteva tutti i cocci sul tavolo, li incollava con pazienza e alla fine aveva ancora le sue due tazze, una grande e una piccola, non proprio con lo stesso colore e lo stesso disegno di prima . Erano due tazze “mischiate” che contenevano l’una dei pezzi dell’altra, ma erano comunque le sue tazze e se prendeva la grande vedeva anche un po’ della piccola o viceversa.

Amilcare aveva divani con cuscini rossi e poggia braccia blu, aveva un tavolo di cristallo con in mezzo un pezzo di vetro della finestra e la porta con la maniglia somigliante molto alla manopola dell’armadio. Aveva un copriletto composto con tutti i calzini spaiati e il lampadario fatto con un colabrodo di rame. I suoi maglioni diminuivano progressivamente mano a mano che usava le toppe dell’uno per coprire il buco di un altro, ma gli tenevano comunque un bel caldino, senza contare che così colorati si abbinavano sempre di più ai pantaloni che possedeva e poteva indossarli in ogni occasione.

Amilcare aggiustava ogni cosa e lo faceva anche per gli altri.

La gente, non molta per la verità, gli portava una cosa rotta, che non voleva buttare, sostituire o mettere al buio, lui la osservava un po’ e poi la aggiustava.

La sua bottega era piccola piccola, ma piena piena.

Per questo Ester era andata da Amilcare.

Lui aggiustava le cose e lei aveva qualcosa di rotto.

Entrò dalla porta della bottega con un po’ di fatica, dato che aveva le braccia che sostenevano quello che si era rotto. Entrò una sera, dopo aver fatto i compiti e Amilcare non la vide, nascosta dietro quella cosa rotta.

Ester superò la porta dalla maniglia con il pomo dell’armadio, spostò la tazza grande che conteneva qualcosa di quella piccola e posò la sua cosa rotta, proprio nel mezzo del tavolo di cristallo, dove c’era il pezzo di vetro. Si arrampicò sulla sedia diventata bassa e disse :” Mi si è rotto il cuore . Lo devi aggiustare. Di certo non lo butto e non lo sostituisco con un altro. Tanto meno lo metto in cantina o in soffitta, che poi me ne scordo. Però lui è rotto, vedi e mi fa male.”

A questo punto ad Ester venne da piangere, si raschiò la gola imbarazzata e decise che era ora di tornare a casa. Scese con un piccolo balzo dalla sedia, una grande idea avere una sedia bassa per i bambini, e si diresse alla porta.

Si voltò un attimo e aggiunse :” Te lo lascio per stanotte e cercherò di fare senza, ma domattina deve essere aggiustato: mica posso stare senza cuore, se no muoio.”

Fece per andarsene ma tornò indietro, squadrò Amilcare e terminò” Bellissimo maglione, complimenti”

E fu così che Amilcare si ritrovò con un piccolo cuore rosso nel centro del suo tavolo, un cuore che aveva un grande buco nel mezzo e che pulsava tutto intorno a quel buco nero nero. Sembrava ci fosse solo il buco e che il resto del cuore si vedesse appena, sembrava che tutto quel nero volesse inghiottire il rosso e che ad ogni battito divenisse più grande.

Amilcare capì che gli era capitata un’impresa difficilissima.

Aggiustare un cuore?

Mica si poteva prendere il pezzo del cuore di un altro e appiccicarlo: si sarebbe fatto male ad un’altra persona e ci si sarebbe trovati da capo.

Neppure si poteva rattoppare con ago e filo : il tessuto del cuore era delicato e ad ogni punto si sarebbe creato un buco in più.

Se avesse messo una toppa con la colla il cuore avrebbe pulsato con fatica e non sarebbe durato molto.

Un pezzo di vetro? Troppo duro.

Schiacciarlo per farlo diventare più piccolo? Ma un cuore piccolo non serve a nulla. Tanto meno ad una bambina.

Le ore passavano, ormai era buio da un po’ e Amilcare ancora non sapeva come aggiustare il cuore con il buco nero.

Girava per la bottega senza pace : prendeva stoffa rossa e a quadretti, ma non sapeva come fissarla, metteva petali di papavero e foglie autunnali imbrunite, ma quando il cuore pulsava volavano via,o finivano inghiottite dal buco.

Era sconfortato : Ester era a casa che cercava di passare la notte senza il suo cuore, ma non sarebbe sopravvissuta a lungo, al mattino sarebbe arrivata da lui e sperava di non vedere più quel brutto buco nero che le faceva così male.

Il sole stava per sorgere e lui provò a mettere il cuore nel congelatore per avere più tempo, ma dovette tirarlo fuori subito: se congeli un cuore quello smette di pulsare e tu non vivi più . Amilcare lo sapeva, ma ci aveva provato lo stesso.

Quando la mattina arrivò e la luce del sole si stagliò sul tavolo di cristallo – vetro, il cuore era ancora come la bambina l’aveva portato.

Amilcare fu quasi tentato di prenderselo lui e dare ad Ester il proprio : bello, grande e perfetto..

Ma capì che non sarebbe stata la stessa cosa : non è che puoi dare un altro il tuo cuore aggiustato e

sperare che lui se lo tenga come fosse il proprio. Gli mancherebbe troppo quello che gli è sempre battuto nel petto.

Così Amilcare si mise a piangere per il dolore che quel cuore rotto gli dava, capì il male che doveva sentire Ester ad avere quel buco nero lì, proprio nel mezzo del rosso e non fece più nulla . Solo si avvicinò e lo abbracciò, senza pensare di doverlo aggiustare. Lo abbracciò perché gli dispiaceva che si fosse rotto e e perché gli voleva bene così com’era, rotto, con quella nuvola nera che sembrava allargarsi. Lo abbracciò perchè chi aggiusta le cose le ama teneramente, anche se non gli appartengono. E lo tenne così, abbracciato, per il resto della notte.

Ester entrò. Era stanca , tutta la notte era stata impegnata a vivere senza cuore e aveva capito che non avrebbe superato altre ore senza di lui. Era disposta a tenerselo rotto, ad accettare di soffrire, ma non lo avrebbe tolto mai più.

Amilcare aprì le braccia desolato.

Ester fece un gran sorriso felice.

Il cuore pulsava dolcemente sul tavolo di vetro-cristallo, finalmente contento di essere stato aggiustato.

Solo una piccola cicatrice nera era rimasta nel mezzo, proprio lì, dove c’era il brutto buco scuro.

Ma si sa, le cose rotte non tornano più come prima e se lne vuoi di nuove le devi buttare, sostituire e metterle al buio in cantina o in soffitta. E comprane delle altre , che però, poi, non sono più le tue.

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