Sono psicosomatico? Il dono inaspettato dei sintomi.

Non muovere mai l’anima senza il corpo, né il corpo senza l’anima, affinché difendendosi l’uno con l’altra, queste due parti mantengano il loro equilibrio e la loro salute.
Platone

Entro in seduta visibilmente raffreddata, con l’immancabile fazzolettino al mio fianco. È stata una settimana intensa e il mio senso del dovere mi ha portato a rispettare tutti gli impegni presi, confidando nel fine settimana per riposarmi e occuparmi meglio di me.

Erica mi osserva e subito si dipinge sul suo volto un’aria stranita “Allora anche tu ti ammali!” mi dice quasi in tono accusatorio. Erica spesso ha il bisogno di controllare tutto per sedare l’ansia, per tutto ciò che la circonda crea etichette del tipo o tutto bianco o tutto nero ed anche i piccoli cambiamenti possono metterla in allarme.

Io le sorrido e rispondo “Sai com’è, sono umana anch’io!”. Noto un velo di preoccupazione e sconcerto nel suo sguardo.

A volte le persone che vanno in terapia tendono a idealizzare il proprio terapeuta quasi fosse un modello ineccepibile di virtù, equilibrio e perfezione. Inizialmente può essere necessaria questa visione idealizzata, perché può rendere più facile affidarsi all’altro, ma è altrettanto importante, ad un certo punto, lasciarla andare. Così si può iniziare a comprendere che il terapeuta è semplicemente una persona che ha già iniziato quel viaggio di esplorazione di sé e per questo conosce già parte del percorso, tanto da accompagnarci qualcun’altro.

Occupandomi di psicosomatica, spesso vedo persone che soffrono anche di evidenti disturbi fisici. Alcuni, dopo avere appreso che le somatizzazioni, i sintomi, sono spesso la risposta a dei conflitti emotivi, maturano l’idealizzazione che il terapeuta non si ammali mai di niente. Per alcuni il sintomo può diventare lo stigma di qualcosa che non va e, come nel caso di Erica, addirittura la testimonianza di un proprio fallimento. Questo tema è dunque sempre un importante elemento di consapevolezza da affrontare.

“Sai Erica, somatizzare non è sinonimo di male. Chiunque abbia un corpo somatizza e questo è assolutamente naturale. Il problema non è quindi la somatizzazione di per sè, ma il livello o gravità della somatizzazione.

Immagina che tutto il carico e la bellezza della vita noi la sentiamo attraverso tutto ciò che siamo, anima, psiche e corpo.

Il corpo ci aiuta a sentire cosa accade dentro e fuori di noi attraverso le emozioni, ci permette di esprimerci e infine ci aiuta anche a ‘scaricare’ i nostri pesi, come fosse una valvola di sfogo. Alleggerisce il compito della psiche che quindi non ha da sobbarcarsi da sola tutta la fatica o la sofferenza emotiva che dobbiamo affrontare.

A volte i pesi possono essere leggeri o transitori e quindi lo sfogo corporeo, il sintomo, è lieve e transitorio a sua volta. A volte invece diventano più gravi e cronici e di conseguenza lo diviene anche il sintomo. Ad ogni modo è sempre importante cogliere e leggere i messaggi del nostro corpo per meglio prenderci cura di noi stessi”.

“Quindi se ho capito bene – dice Erica- se mi viene un raffreddore, un po’ di mal di gola o qualcosa che mi da fastidio, ma dura due o tre giorni e non mi fa star così male, posso pensare che c’è qualcosa che non va, ma che non sia così grave. Potrebbe indicare semplicemente che sono parecchio stanca e dovrei fermarmi un po’ o che c’è qualcosa che mi irrita. Altro è invece se il malessere ‘mi taglia le gambe’, come si suol dire, o se è costante”

“Esattamente. In psicosomatica ci sono molti aspetti da considerare per valutare il significato e la gravità di una somatizzazione: quale funzione corporea è stata colpita, in quale modo, con quale frequenza (se è ciclica, cronica o saltuaria) ed altri ancora. Sarebbe comunque bene non trascurare i piccoli malesseri, se sappiamo coglierli possiamo evitare che peggiorino!

Come linea generale, se vuoi iniziare a comprendere il messaggio che il tuo corpo ti sta mandando, è importante considerare sempre cosa stava accadendo nella tua vita quando il malessere è cominciato, di solito il corpo risponde a quanto stiamo vivendo.

Inoltre per approfondire puoi sempre porti due domande:

Questo sintomo, cosa mi fa fare che altrimenti non farei? Oppure cosa non mi fa fare che altrimenti farei?”

Erica mi guarda con uno sguardo sereno. Aver colto il senso di quanto ci siamo dette è stato importante per non cadere nell’errore di estremizzare in assoluti quanto ci accade, ma cercare nuove chiavi di lettura per imparare ad ascoltarsi e comprenderne il significato più profondo.

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