Rancore e desiderio di vendetta. Come uscire da questo circolo vizioso?

Dato che tutti i posti erano già occupati, ci siamo seduti
Dalla parte del torto.
Bertold Brecht

Francesco arriva al gruppo con un viso grigio e si siede con un atteggiamento di forte distacco.

“Francesco”, dice Rosanna un membro del gruppo di psicoterapia, “sembri arrivare dalla terapia intensiva. Sembri in stato di shock”.

“Per certi versi è così”, risponde Francesco, “sto davvero male. Non dormo da giorni e non faccio altro che pensare ad un modo per vendicarmi”.

Francesco racconta di aver scoperto che la madre ha coperto per anni i debiti di gioco del fratello e che ora la problematica è venuta allo scoperto perché il fratello ha messo a repentaglio l’azienda di famiglia, che rischia il fallimento. Francesco è visibilmente pieno di rabbia e di rancore per il doppio tradimento.

“Perché ho figli”, riprende, “altrimenti credo che sarei già in carcere”, dice stringendo la mascella.

Tutti, me compresa, siamo visibilmente scossi ed empatici con i vissuti di Francesco. Ma una volta terminato di chiedere e comprendere meglio la situazione, nella stanza si crea un silenzio che parla di un sentimento di impotenza.

“Come se ne esce?”, chiedo io rompendo provocatoriamente il ghiaccio.

“Il tema di Francesco, in misura forse minore, mi tocca parecchio”, dice Giacomo, “anche io mi porto dentro un desiderio di vendetta verso un mio collega da anni”.

Spontaneamente ognuno inizia a raccontare le proprie storie di rancore con le conseguenti immagini e desideri di rivincita o di vendetta. Dopo avere dato spazio a questi racconti, decido di aprirne uno che dia una riformulazione teorica a quanto detto: “Quando sentiamo che la nostra dignità viene calpestata, il rancore rappresenta, paradossalmente, una sorta di approdo per chi si trova in mezzo alla tempesta. Esso, culturalmente, rappresenta un’ultima risorsa per ritrovare una dignità calpestata sia a livello individuale che sociale, dice Kancyper, uno psicoanalista argentino studioso del rancore. Questo tipo di “rabbia che si trasmette” di persona in persona, di generazione in generazione come una “memoria infetta”, si trasforma giorno dopo giorno in un vero e proprio sentimento virulento. Il risultato di questo processo è che la persona odiata assume di giorno in giorno sempre più potere su di noi, proprio per il tempo e lo spazio mentale che gli dedichiamo nelle frequenti ruminazioni o nelle fantasie di rivincita. Così osserviamo oltre al danno la beffa: ci sentiamo incatenati a quella persona, quasi posseduti ad un certo punto. Per questo motivo possono emergere fantasie di annientamento dell’altro come misura estrema per liberarsi da questo legame disperante. Mi seguite?”.

Tutti annuiscono, l’attenzione è altissima. “si è tutto chiaro, ma dove vuoi andare a parare?”, dice Francesco incrociando le braccia come a dire “ è tutto inutile, non è possibile pensarla diversamente. Io sono una vittima e loro i persecutori. Io ho ragione e loro torto marcio. Quindi dovranno pagarla molto cara”.

“Ti sto innervosendo?”, chiedo a Francesco.

“In effetti si. C’è qualcosa del tuo discorso che mi irrita”.

“Si lo intuisco Francesco! Ma questo è un gruppo di psicoterapia, non uno studio di avvocati. Il patto è che siamo qui per restare svegli di fronte alle cose che ci accadono, per non farci muovere come delle marionette dagli eventi della vita. E sappiamo quanto in alcuni casi, specie quelli acuti come questi, è difficile restare nella via della consapevolezza e della responsabilità. Fortunatamente questa scoperta avviene ad un buon punto del tuo lavoro personale e nutro sufficiente fiducia nella capacità tua e del gruppo di attraversarla senza finire necessariamente in prigione o in ospedale!”

Una risata collettiva sembra riportare l’energia ad un livello di maggiore apertura. Francesco ha ripreso un po’ di colore sulle guance e sento che mi riconosce come un alleato e non come un nemico in questo campo di battaglia.

“Permettetemi di continuare con la mia lezioncina, perché avere un piccolo inquadramento teorico è utile per comprendere la proposta che vorrei farvi successivamente”.

Le persone annuiscono, ed io mi sento confortata.

“Certi livelli di rancore possono portarci a pensare che non sia importante cosa può succederci, è necessario e vitale che avvenga prima o poi l’annientamento del rivale. E’ un’esperienza che avete avuto?”.

Tutti annuiscono.

“Bene, allora siamo sulla stessa barca! Questo tipo di assetto mentale, dai oggi e dai domani, ci trasforma in invidiosi. Gli invidiosi sono quelle persone che non solo vogliono male agli altri ma anche a sé stessi, poiché nella loro sofferenza non riescono a godere di ciò che hanno. Tutto ruota intorno a quella o quelle persone. Vi riconoscete? Avete avuto esperienze simili?”.

Io non posso fare a meno di pensare a quanto siano stati falsi con me. Rivivo tutti i momenti del passato e li rileggo alla luce di quello che ho scoperto e provo solo un grande disgusto e poi, si, penso che vorrei vendicarmi. Anzi penso che li vorrei vedere morti”.

“Rancore deriva dal latino rancor che vuol dire rancido, dal sapore velenoso. Quindi non mi sorprende che tu percepisca una sensazione di disgusto. Concentrarsi sull’insincerità e sulla falsità è il modo con cui alimentiamo il circolo vizioso del rancore, che può passare anche di generazione in generazione fino a provocare delle vere e proprie guerre, come la storia ci racconta.”

“ok, ok, tutto bello in teoria, ma in pratica?”, sbotta Francesco visibilmente spazientito.

“in pratica, non possiamo che fare un’esperienza. Sei disponibile? Anzi siete disponibili?”

“Beh, non abbiamo nulla da perdere”, commenta Alice, alzandosi in piedi, tirando su Rosanna e invitando il resto del gruppo a sgranchirsi per la stanza ed entrare in un’attitudine più attiva. Questo gruppo di psicoterapia lavora con me da anni e conosce molto bene le tecniche che utilizzo e sa che un preliminare ancoraggio al corpo è molto utile prima di immergersi in un’esperienza esplorativa di un vissuto.

“Bene, vi invito a scegliere tanti cuscini quante sono le persone verso cui sentite di nutrire del rancore. Vi sedete di fronte ad essi. Ora vi lascerò circa trenta minuti durante i quali vi chiedo di sputare tutto il veleno che sentite nei confronti di queste persone. Cercate di andare subito al punto e di dire cosa vi ha ferito di più e cosa proprio non potete mandare giù. Non abbiate mezzi termini, vuotate il sacco.”

Al termine di questa prima parte di esperienza chiedo: “come è andata? Come vi sentite?”.

“Io mi sento un po’ meglio”, dice Rosanna, “è diverso fare questi sfoghi nella testa e farli attivamente, ad alta voce”.

“Questa fase ci è servita per rendere più reali questi pensieri, per trasformarli in vissuti qui e ora. Stiamo trasformando qualcosa di ripetitivo e sterile in qualcosa di vivo, presente e incarnato. Il rancore, infatti, è un sentimento che ha lo scopo di impedire l’espressione della ferita. Non potendo esprimerla, essa non può essere ricomposta e si irrancidisce come dice l’etimo della parola stessa. Una ferita inguaribile è destinata a ripetersi all’infinito tenendo bloccato l’individuo dentro un’unica definizione di Sé: IO SONO UNA VITTIMA. Questa prima parte dell’esercizio ha avuto proprio l’obiettivo di muovere dalla posizione di blocco espressivo. Sta accadendo qualcosa di nuovo ed ora dobbiamo rinforzare questo nuovo percorso intrapreso, così ora vi chiedo di sedervi su uno dei cuscini, quello che rappresenta la persona verso la quale sentite più attivazione in questo momento. Quando sarete seduti su quel cuscino provate a diventare quella persona e a risentire ciò che le avete appena detto. Ascoltate che effetto vi fa. Prendetevi qualche minuto per fare questo esercizio. Come vi sentite? Cosa provate per la persona che avete di fronte?”

Francesco è visibilmente scosso e prende la parola: “nei panni di mio fratello ero felice nel vedermi così arrabbiato e scosso. E ho pensato tra me e me – finalmente mi vedi, finalmente ti provoco qualcosa, non ti sono indifferente –“.

Queste parole commuovono molto Francesco e sembrano aver prodotto un importante insight. “Io sono sempre stato il fratello bravo e mio fratello era una delusione continua. Io e mio padre abbiamo avuto sempre una bella intesa, cosa che mia madre non aveva perché era considerata una persona poco intelligente e utile solo a badare alle cose di casa..”

“Cosa stai sentendo in questo momento Francesco?”

“Sento un po’ di dispiacere…io però non c’entro niente, ma capisco che a qualche livello mia madre e mio fratello abbiano voluto far pagare a me le umiliazioni che mio padre faceva nei loro confronti.…”

C’è sempre una componente di rimorso nel sentimento di rancore. Quando in terapia si riesce a contattarlo, la durezza della posizione inizia a venire meno. Ci si può aprire alle diverse ragioni in campo. Ci apre alla visione dell’altro.

“Sicuro che non c’entri niente?”, gli chiedo provocatoriamente.

“No, non sono innocente, se è questo che intendi. Io un po’ ci godevo nell’essere il preferito di mio padre, anche se questo, come sai, mi ha messo in altri tipi di casini nella vita.”

“E questo che effetto può aver fatto a tuo fratello e a tua madre?”

“Colpito e affondato. Ho capito benissimo cosa mi vuoi far vedere. Si penso che si siano sentiti esclusi e rifiutati da me. Credo anche che si siano sentiti inferiori e inadeguati”.

Scrive Kancyper nel suo Il Risentimento e il Rimorso (1991): “Quando il soggetto sviluppa solo una fissazione rancorosa ai ricordi, cioè quando non riesce a dargli un senso nuovo, si ritrova poi imprigionato nell’immobilismo mortifero del risentimento. Il passato dilaga nel presente e nel futuro. Solo il lento e complesso lavoro di elaborazione del risentimento e del rimorso può dare luogo ad una normale evoluzione del lutto. E solo così il soggetto rancoroso può riuscire a smettere i panni della vittima innocente, che rivendica e poi colpisce, e assumere il senso della propria storia personale responsabilmente ed in modo attivo, non solo più reattivo rispetto a ciò che del passato non si può né perdonare né dimenticare”.

“Ora capisco perché mi sono spesso sentita in questo modo nei tuoi confronti”, commenta Alice, “solo ora mi sento di poterti dire che certi tuoi atteggiamenti mi hanno spesso ferita e fatta sentire inferiore, non all’altezza. Però non te lo dicevo perché temevo che mi avresti fatto sentire ancora peggio”.

Francesco fa dei grandi sospiri. Tutti avvertiamo la forza ed il coraggio nel restare a cuore aperto mentre guarda questi lati di sé.

“E’ pur vero”, si inserisce Giacomo, “che mai come oggi ti sento umano e avvicinabile. Mi sono sempre chiesto perché venivi qui, visto che la maggior parte della volte ti limitavi a dare feedback e non ha mai portato i tuoi problemi e nemmeno i tuoi bisogni. Mi chiedo se c’è qualcosa che possiamo fare per te in questo momento….”

“Ho bisogno di spalle su cui piangere….”, dice con voce commossa e tremolante Francesco, “ho paura e mi vergogno molto”.

“Benvenuto nel club!”, dice Alice mentre allunga il braccio e stringe a sé Francesco con una determinazione insolita.

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