Quando il bisogno di amore si trasforma in fame d’aria.

Aveva una strana sensazione alla bocca dello stomaco, come quando si sta nuotando e si vuole mettere i piedi su qualcosa di solido, ma l’acqua è più profonda di quanto si pensi e non c’è niente là sotto.

 

Julia Gregson

Vedo per la prima volta Benedetta in un ambulatorio ospedaliero. Mi viene inviata dal medico psichiatra dopo aver lei assegnato una terapia farmacologica per aiutarla “ nei momenti di ansia”.

Entra nello studio e mi sorride.

Una bella ragazza, lunghi capelli biondi, enormi occhi blu. Visibilmente sovrappeso nascosta in larghi abiti neri. Si accomoda, la ascolto.

“ Non so nemmeno da dove partire ma di certo posso partire dal fatto che nel venire qui ho avuto un’altra esperienza terribile, per strada e mi sono dovuta fermare, credevo fosse arrivata la morte. Sudavo, tremavo, il cuore andava a mille, mi hanno chiesto se avevo bisogno di aiuto ma mi sono vergognata e ho rifiutato. Tanto li conosco: sono i miei soliti attacchi di panico.

“Le è già capitato quindi Benedetta?”

“ Si ci convivo da quando ero piccola, sono già stata seguita da una terapeuta ma poi ad un tratto ha smesso perché non poteva più continuare il percorso con me per ragioni sue e a me sono tornati peggio di prima”, sembra arrabbiata.

ll panico è un fulmine a ciel sereno. Coincide con il collasso della propria identità. Il cuore batte forte, la sudorazione è alterata, il respiro si fa affannoso. Improvvisamente e senza ragione ci si sente in pericolo.

La paura prende il sopravvento e impedisce di fare da soli le cose più semplici: uscire da un supermercato, terminare il proprio lavoro, continuare a guidare seguendo la propria strada.
Un attimo prima tutto pareva in ordine, un istante dopo nulla è più come prima. Passata la crisi acuta rimane l’ansia, l’angoscia che la crisi possa tornare.

La sensazione generale di chi vive il panico è di un attacco sconvolgente di paura. La paura è l’emozione che sperimenta ogni organismo animale di fronte alla percezione di un pericolo o di una minaccia e prepara ad affrontare quel pericolo allo scopo di favorire la sopravvivenza e l’adattamento. Come tutte le emozioni, la paura è associata all’emergere di un bisogno fondamentale, attiva un bisogno di protezione a cui l’organismo risponde con una reazione di attacco o fuga rispetto al pericolo e con la ricerca di vicinanza ad una figura di attaccamento e protezione.

Il livello aumentato di richiesta percepita porta l’individuo a alla necessità di farvi fronte; si attiva un accresciuto bisogno di energia, quindi un aumentato apporto di ossigeno garantito da un aumento della frequenza respiratoria: il correlato soggettivo è la sensazione di fame d’aria e di soffocamento.

Mi domando quali spazi vitali sente soffocati attualmente? Quali relazioni sono soffocanti per lei oggi? Dove sta finendo incastrata Benedetta? E mi domando anche se questo suo peso ponderale importante corrispondesse ad un tentativo di placare questa fame d’aria quando l’aria ossigenata rappresenta l’unico nutrimento per il sistema respiratorio e cardio circolatorio.

Resto in silenzio e ascolto le sue lacrime che sgorgano mentre racconta la sua storia.

Le aumentate necessità di ossigeno dell’attacco-fuga attivano il funzionamento del cuore pompare il sangue con maggiore frequenza e intensità per garantire un afflusso significativo dell’ossigeno ai distretti corporei interessati al maggior fabbisogno, in particolare i muscoli periferici per essere pronti alla competizione e il cervello per governare adeguatamente il comportamento: il correlato fisiologico di questo lavoro extra del cuore è la sensazione di tachicardia, le palpitazioni.

In che cosa e da che cosa Benedetta si sente oppressa e costretta? Cosa vorrebbe uscire e non riesce ad uscire? Perché il cuore di Benedetta deve simulare la vita in questo modo così potente?

E seguendo le vie simboliche dei sintomi del panico: in che modo sta perdendo contatto con la realtà? In che modo tutto questo sconquassa il suo senso d’identità? In che modo stanno traballando le sue certezze? Con chi deve “combattere”? Da chi e da cosa deve “fuggire”?

E accogliendo il suo senso di dolore e solitudine profonda, sento che tutte queste domande devono rimanere in me. Benedetta cerca una guida, che la orienti nella sua vita ma cerca con maggiore forza cerca una relazione, una cura, un’attenzione che nessuno mai è riuscito a farle sentire forte, forte quanto lei necessita. Si sente impaurita e sola.

Piange e prima di uscire dalla stanza mi dice: “ io voglio venire ancora qui, anche se non so se mi potrai aiutare. Sento però che tu mi sei simpatica”.

Passa improvvisamente al tu, dichiara il suo bisogno di vicinanza e di affetto e come spesso succede comprendo e ricordo una cosa fondamentale: tra le mille domande che scorrono veloci nella mente del terapeuta mentre la persona è seduta davanti, capisco che è lei a guidarmi verso i suoi bisogni e spesso nel sintomo, spesso nelle parole, mi illumina il sentiero che dovrò percorrere con lei.

“ Non so se ne uscirò mai da questo dolore, ma tu mi prometti che non mi lascerai?” chiede con il viso di una bambina che sembra voler sapere sulla porta della scuola materna ogni giorno se all’uscita mi troverà.

Nel suo riferimento agli abbandoni terapeutici comprendo l’immenso dolore e le ferite affettive che Benedetta nella sua lunga e faticosa storia ha vissuto e reiterato e comprendo che la necessità fondamentale dell’essere umano e in particolare di chi riporta una sintomatologia che simula la morte è la presenza di un legame vero e profondo, nutriente che combatta la paura estrema, pervasiva, drammatica che è l’angoscia della perdita improvvisa.

“ Farò il possibile per esserci fino a che ne avrai necessità. Ci vediamo venerdì alle 9”. Ci salutiamo con una stretta di mano molto forte.

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