Il vuoto: paura di cadere o la libertà di volare? Una lettura psicosomatica della vertigine.

Che cos’è la vertigine? Paura di cadere?
Ma allora perché ci prende la vertigine
anche su un belvedere fornito di una sicura ringhiera?
La vertigine è la voce del vuoto sotto di noi che ci attira,
che ci alletta, è il desiderio di cadere, dal quale ci difendiamo con paura.

 

Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere, 1984

“Dopo il primo nostro colloquio ho fatto un sogno”, mi svela Alessio in apertura del nostro secondo appuntamento.
Do molto valore ai primi sogni delle persone, ai messaggi iniziali di un percorso che spesso contengono in sé già la strada da prendere, come cartelli stradali. Di pericolo o di direzione.

“Stavamo per decollare, era un aereo grande e io mi trovavo vicino al posto finestrino. Sento le ruota staccarsi dal suolo. Guardo giù e vedo il mondo diventare sempre più piccolo. Tremo, sudo e mi concentro a pensare che il pilota sarà sicuramente capace. Poi guardo avanti e al posto di guida c’è lei”, racconta riferendosi a me.
Continua. “Ma la vedo in difficoltà, ha il viso di una persona che sta per comunicare che qualcosa di brutto è in vista. Non so se fidarmi o meno. Mi concentro a fissare il sedile anteriore ma qualcosa mi spinge a guardare giù, nel vuoto e le vertigini mi assalgono quasi a non percepire più il mio corpo. Mi sveglio sudato”. Conclude velocemente.

Il sogno di Alessio offre una panoramica immediata e chiara delle sue paure. Mi sta comunicando che quando le ruote si staccando da suolo, quando il mondo è visto da lassù, quando il vuoto si affaccia al finestrino, lui prova un grande senso di disorientamento. E allora tenta di affidarsi a chi lo guida. Ma non sa ancora se questo sia possibile.
Senza fiducia, senza una buona relazione è pericoloso lasciarsi andare al vuoto. Il sintomo, come sogno del corpo, fa apparire la vertigine mista all’ansia di sollevarsi, di perdere il controllo, di affidarsi allo spazio, di lasciarsi andare davvero.

Cosa sono le vertigini?

Quando ai centri nervosi dell’equilibrio giungono informazioni dai recettori periferici che sono contrastanti tra loro, si genera una sorta di conflitto neurosensoriale al quale il nostro organismo reagisce con la “vertigine”.
Il sintomo, assai fastidioso, ha il significato di un “segnale di allarme” necessario a far sì che il soggetto acquisisca la consapevolezza di trovarsi in una situazione sfavorevole, come avviene per esempio nelle vertigini che si possono accusare in auto, in aereo o in mare.

La vertigine è infatti quella manifestazione sintomatica che ci coglie quando è minacciata la nostra stabilità sia da qualcosa che appartiene al mondo fisico che da qualcosa che fa parte del nostro mondo psichico.
“ Alessio lei ha mai sofferto di vertigini?”
Ci pensa come se fosse la prima volta che si sofferma su questo tema.
“Beh si pensandoci quando guardo dal balcone della camera che è al terzo piano, o quando vado in aereo sento questa sensazione di vuoto, di ansia, non so come chiamarla, un male dentro ma non localizzabile, tipo mancamento di sicurezza”… poi riprende “ mi sembra quasi di cadere, di non avere più le gambe che tengono”.
“Come se non ti sentissi più in equilibrio sul tuo asse?” chiedo.
Alessio fa un cenno di assenso con il capo.
Cosa altera il rapporto con il terreno sul quale poggiamo, dove non ci sentiamo più sicuri perché il mondo intorno gira e dobbiamo appoggiarci ai muri, a qualcuno che ci sorregge, senza il cui sostegno cadremmo, precipitando rovinosamente?
Un attacco vertiginoso in chiave simbolica esprime l’improvvisa perdita degli usuali punti di riferimento, una rottura con l’equilibrio precedente nel rapporto tra noi e il mondo che ci sta intorno. Si può presentare in momenti di cambiamento, interiormente, fonte di conflitto tra la dimensione razionale e quella emozionale, tra ragione e istinto, tra pieno e vuoto, tra controllo e abbandono.
La sensazione riportata da Alessio è quella perdere il suo equilibrio.

La vertigine ci segnala la difficoltà di orientarci nella nuova situazione, mettendo in crisi l’ordine su cui ci fondiamo, scatenando in noi una confusione, un traballamento profondo. In questi casi, più la persona cerca di rimanere nella sua zona sicura, più la parte inconscia ricorre al sintomo per affermare le proprie volontà di essere ascoltata costringendo l’individuo a fermarsi e a rivedere la propria posizione nel mondo che abita.
Anche l’etimologia del termine vertigine, dal latino vertere ovvero volgere allude alla necessità di volgere la propria attenzione in direzione di una diversa dislocazione del nostro essere nel mondo.

Non mi stupisce che Alessio proprio all’inizio del nostro viaggio di psicoterapia temesse di dover mettere a nudo le sue fragilità e intaccare le difese dietro le quale finora si era sempre protetto. La paura di affrontare un cambiamento del suo assetto psichico e di doverlo fare in una relazione ancora immatura, hanno scatenato il timore della perdita del suo equilibrio.

L’equilibrio infatti è il risultato della nostra complessità esistenziale, dello sforzo di comporre le nostre contraddizioni, di tenerci insieme. Una crisi vertiginosa costringe a rivedere tutto, ad occuparsi di se stessi in termini diversi, ad accettare le proprie fragilità e i propri limiti, a dipendere anche se transitoriamente da qualcun altro.
Alessio con un sogno mi rivela di essersi sentito lanciato nello spazio, in un universo senza appoggi, senza terreno, immerso in una sensazione di assoluta impotenza con qualcuno di cui necessità di fidarsi.

Il fatto che Alessio sia qui, di fronte a me rivela che voglia provare, nonostante il timore, a sganciarsi dalle sbarre della sua prigione che, a volte, fa meno paura dello sconosciuto nuovo che si affaccia al finestrino. Al costo delle vertigini.