Relazioni abusanti: perché le donne restano?

Parte terza: l’ambivalenza

Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile; non so, ma è proprio così e mi tormento

(Liber, carmina 85, Catullo)

Quando incontro per la prima volta le mie pazienti mi scontro spesso con una serie di sentimenti, desideri e paure in contrasto tra loro.

“Questa relazione non mi fa bene,  non voglio vederlo mai più, non ha nessun rispetto per la mia persona – dice Barbara al nostro primo incontro. Per poi aggiungere poco dopo – ma so che se lui arrivasse qui e mi chiedesse scusa e poi mi invitasse a cena non saprei dirgli di no, probabilmente perché sono stupida, o forse sono diventata pazza”.

“Qui la stupidità non c’entra né tantomeno la pazzia – rispondo a Barbara –  quello che provi si chiama ambivalenza”.

Il termine ambivalenza unisce due parole latine, ambi (entrambi) e valentia (forza), che rendono perfettamente l’idea del fenomeno: è come sentirsi tirati da due forze contrapposte.

Si usa comunemente anche in situazioni in cui una persona si trova in uno stato di confusione o incertezza. Dal  punto di vista relazionale l’ambivalenza può essere definita come una dinamica di legame che oscilla tra l’attaccamento e il distacco, la costruzione o la distruzione di legami cooperativi e si esprime con l’alternanza di tenerezza e ostilità, idealizzazione e disprezzo verso uno stesso oggetto (Dalla Luche & Bertacca, 2007).

Nelle donne vittime di abusi, siano essi fisici o psicologici, produce un conflitto interno fra il desiderio di uscire dalla relazione e il desiderio di salvarla.

Mio compito come psicoterapeuta è quello di fare emergere l’ ambivalenza, spesso nascosta e non esplicitata così chiaramente come nel caso di Barbara,  per non correre il rischio di non considerare affatto tutta una parte di sentimenti, desideri, paure, celate magari per vergogna e, se possibile, di utilizzarla a vantaggio del cambiamento.

Quando infatti “tutte le carte sono in tavola” non resta che guardarle e cercare di ricomporre il puzzle nella maniera più aderente e calzante possibile in relazione alla storia di vita di ciascuna.

È proprio sull’ambivalenza che ho deciso di strutturare, in qualità di psicoterapeuta ipnotica ad indirizzo neo- ericksoniano, una delle prime induzioni ipnotiche*:

“… e mi ricordo di una persona che allo stesso tempo voleva e non voleva … ed era per lei sempre così difficile scegliere se restare … o andare … se credere alle scuse e perdonare … oppure perdonare sé stessa e andare avanti … perché ci sono sempre tanti modi per vedere la stessa cosa … in fondo una salita non è che una discesa al contrario … dipende tutto dalla direzione in cui vuoi andare … dalla parte in cui ti giri …” .

Le emozioni di Barbara erano una combinazione di affetto, angoscia, eccitazione, ansia, paura, disprezzo, rabbia e senso di colpa: è stato necessario riconoscerle e nominarle una ad una per consentirle di cominciare ad orientarsi in quel labirinto personale che la sua mente aveva costruito e in cui era rimasta intrappolata.

 

* si tratta di procedure in cui il paziente sperimenta cambiamenti a livello di sensazioni, percezioni, pensieri e comportamento.