Maschere- identità- e- patenti

Maschere, identità e patenti

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Quando in adolescenza i ragazzi riescono ad avere rappresentazioni abbastanza chiare e limpide di sé, tutto procede più o meno bene. Spesso però l’impeto delle emozioni e dei sentimenti impedisce questo processo e gli adolescenti fanno molta fatica a sostenere la funzione introspettiva. Hanno, infatti, paura di dover fare i conti con rappresentazioni negative, insopportabili, antipatiche: “Sono i casi in cui i ragazzi fuggono dalla realtà esterna chiedendo asilo al ruolo, alla maschera del cattivo, del giullare, dell’ebete scolastico, dell’atleta che gira in tondo sulla pista come un cane che si morde la coda senza raggiungerla mai perché corre veloce come lui” (Charmet, 2000).

L’adolescenza va terminando quando il ragazzo si è costruito un’immagine di sé abbastanza stabile da permettergli di avere relazioni durature e importanti e di prendere delle decisioni responsabili che lo indirizzino verso un ruolo nella società.

L’esempio del giovane D. descrive bene la fatica del processo di acquisizione di una propria identità, avanzando tra rappresentazioni ideali, maschere e attribuzioni altrui improprie. I genitori di D. si presentano in studio per una consulenza. Premettono che sono separati e hanno due visioni molto diverse del figlio sedicenne, sul quale concordano solo nell’espressione vaga e criptica “è un ragazzo particolare”. Agli occhi del padre, un uomo giovanile e dall’eloquio brillante, D. “non è normale”, “non è sveglio”, “non è intraprendente”. Osservando l’accento messo su tutto ciò che non è, chiedo al padre di concentrarsi su quello che invece “Daniel è”. Emerge a fatica un ragazzo curioso, attento, rigido, triste e timido, che si ritrae dalle opportunità di socializzazione e, pur avendo delle occasioni di lasciarsi andare (gioca in maniera eccellente in una squadra di calcio), non le sfrutta. La mamma scuote la testa per tutto il tempo: “Non tutti sono brillanti come te, questo non vuol dire che siano anomali, ma semplicemente diversi da te.” La mamma di D. sembra più grande rispetto alla propria età anagrafica, è piccola di statura e ha un atteggiamento dimesso; descrive un figlio timido e riservato che però ha i suoi due amici del cuore, con cui va in bicicletta per le vie del paese. Per lei, le mancate uscite con altri amici e il parziale ritiro sociale non costituiscono un problema. Ritiene più problematica la “questione studio”, che lo vede procrastinare fino all’ultimo, salvo poi lamentarsi dei voti, sufficienti ma non eccellenti. Entrambi i genitori faticano ad attribuire a D. delle passioni o caratteristiche spiccate, nel bene o nel male (mi rifiuto, sorridendo, di accettare “gli piace la geografia” come risposta alla mia domanda), tranne forse la moto; con il padre D. ne sta customizzando una. Questa moto rappresenta per il padre l’unico punto di congiunzione con l’adolescenza “normotipica”, di cui si presenta come osservatore attento, essendo da anni allenatore di squadre di calcio giovanili. Tuttavia, racconta, se D. da una parte si racconta  interessato, il padre non sente un grande trasporto, ma più quasi una costrizione per moda, “Sembra la voglia perché ce l’ha qualche suo coetaneo.” A testimonianza di questa resistenza, i genitori riportano una bocciatura all’esame teorico della patente. Nella prospettiva del padre il figlio ha avuto un blocco, in quella della madre non ha studiato abbastanza. In accordo, i genitori lo vedono sempre più demoralizzato e chiuso in sé.

La patente diventa un concetto chiave nella successiva terapia con D., che nei mesi a seguire viene bocciato altre due volte allo stesso esame.

-“Sai D., sembra quasi tu questa patente non la voglia” gli dico punzecchiandolo. Non ho intenzione di ferirlo, ma di portarlo a riconoscere qualcosa che nel percorso terapeutico si sta palesando ai miei occhi.

Parlando della moto D. sembra recitare una parte, effettivamente con poca convinzione e scarsissimo coinvolgimento. Nei suoi racconti, questa moto rappresenta la possibilità di andare lontano, apparire sicuro di sé e indipendente, poter uscire dal paese e aggregarsi con altri ragazzi che, nella sua visione, rappresentano tutto questo. L’eloquio però è piatto, adulto…noiosamente adulto. La sensazione che trasmette è in realtà il terrore e si percepisce un gap tra la teoria e la pratica, passa quasi una rassicurazione nel sapere la moto ferma in garage.

-“Io non prendo la patente perché sono uno sfigato!” dice, finalmente. “Tanto dove vuoi che vada? Riescono tutti, io no. Nessuno mi trova interessante, non lo sarei neanche con la moto.”

Mentre D. si toglie finalmente la maschera di adolescente non interessato all’adolescenza, compare nella mia mente lo sbiadito ricordo di una novella di Pirandello, intitolata, non a caso, “La patente”. Nel racconto, come in molte altre opere di Pirandello, è rappresentato il dramma dell’uomo costretto in un’immagine nella quale gli altri lo hanno calato. Tema costante e fondamentale per l’autore è infatti quello dell’impossibilità dell’individuo di avere un’identità; l’uomo non è uno, ma è tanti quante sono le sue relazioni con gli altri, costretto in una  “forma” o “maschera” che gli altri gli attribuiscono. Il protagonista della storia si presenta davanti al giudice, uomo pacato e diplomatico, inizialmente per denunciare due ragazzi, rei di avere fatto le corna al suo passaggio, per esorcizzare la “iella” attribuita al protagonista in questione. In realtà, non riuscendo in alcun modo a sganciare la propria immagine da quella di iettatore, il protagonista chiede al giudice una vera e propria patente, che gli riconosca tale potere malaugurate, così, almeno, da poter sfruttare questa maldicenza per ottenere denaro.

-“Da come parli sembra che tu mi stia chiedendo un riconoscimento, una patente, di sfigato,  di adolescente senza speranza.”

D. è bloccato in un’immagine di sé che lo mette a contatto con una grande ambivalenza. Da una parte vorrebbe crescere, affermarsi tra i coetanei con un’identità forte, da leader. Dall’altra rifugge e boicotta tutte le possibilità per cui questo possa accadere.

Per D., prendere consapevolezza che è spesso più facile continuare a vestire una maschera, agire un ruolo, anche se stretto, piuttosto che affrontare il rischio di esporsi e di venire quindi rifiutato “per quello che si è realmente”, è il primo passo verso un possibile sblocco. Assumersi parte della  responsabilità del trovarsi in una data situazione comporta, d’altra parte, comprendere che, analogamente, abbiamo il potere di cambiarla.

…Sì, alla fine il teorico lo ha passato. Attendiamo ora la pratica (metaforicamente e non!): nella  vita è sempre quella più complicata, ma che permetterà a D. di mettersi sulla strada, esplorare ed esplorarsi.

In bocca al lupo!

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