Giorgio Piccinino: La mia recensione di “Una nuova storia (non cinica) dell’umanità”

Reading Time: 4 minutes

La mia recensione di: Una nuova storia (non cinica) dell’umanità.
Di Rutger Bregman (2020) Feltrinelli.

“Da secoli la nostra civiltà è permeata dall’idea che gli uomini siano creature egoiste. E se ci fossimo sempre sbagliati?
E’ arrivato il momento di raccontare un’altra storia, se vogliamo aggiustare il mondo.” (Dal risvolto di copertina)

Rutger Bregman è uno storico olandese di grande prestigio internazionale, non a caso tradotto in 40 lingue e già autore di “Utopia per realisti” (Feltrinelli), che sta influenzando in maniera notevole con i suoi studi il modo di pensare la natura umana.
Ho trovato questo libro per moltissimi versi rivoluzionario prima di tutto per come descrive le modalità con cui il potere ha gestito il pensiero relativo alle caratteristiche del genere umano. Sono incredibili le falsità che sono state fatte passare per verità da quando è sembrato conveniente, proprio alle classi dirigenti, immaginare un mondo popolato da bruti e violenti che, proprio per questo, ovviamente necessitavano di imperio e controllo politico e religioso.
La messe di citazioni e di riferimenti che Bregman utilizza per smascherare questa cultura è veramente ammirevole, notizie che sembravano chiare e del tutto attendibili risultano, grazie al rigore di tantissimi ricercatori attuali, così vere e proprie “macchinazioni”, più o meno colpevoli o ingenue.
Non ci si deve meravigliare di tanta scientificità, basta guardare le ponderose citazioni finali per sentirsi in mani più che serie e attendibili, ma questa è la norma per questi studiosi che, del resto, vogliono sfatare millenni di disinformazione.
Ho comprato di slancio questo libro appena ho leggiucchiato in libreria il capitolo relativo a un libro “Il signore delle mosche” che fra gli anni 60 e 70 furoreggiò in tutto il mondo. Ricordavo di averlo letto allora e di essermi indignato per come raccontava una storia di bambini finiti ad ammazzarsi fra loro. L’autore William Golding vinse persino il Nobel per la letteratura e il film che ne fu tratto segnò un’epoca ed ebbe una risonanza enorme.
Per chi non se lo ricorda è la storia di un gruppo di ragazzini che, finiti in un’isola deserta per un disastro aereo, arrivavano ineluttabilmente a comportarsi in modi così violenti e crudeli e persino insensati (lasciarono spegnere il fuoco che avrebbe potuto farli trovare da una nave di passaggio) da arrivare a una vera e propria guerra con morti e feriti.
Anche Bregman, racconta, da ragazzo rimase colpito dalla cupezza di questa visione dell’uomo (erano fra l’altro gli anni in cui ci si interrogava sul nazismo e sulla sua origine) per cui quando diventò lo storico di oggi si mise a cercare casi analoghi. Non racconto il resto per non togliere il gusto di una lettura che si rivela quasi un giallo, ma che in realtà racconta la straordinaria scoperta di un caso analogo, veramente accaduto, attraverso una tenacissima ricerca di fonti e testimoni di prima mano. Naturalmente gli esiti erano stati del tutto diversi.
Questa storia racchiude un po’ la filosofia di questo libro che evidenzia come tutta l’informazione da sempre (e oggi non è cambiata affatto) tende a privilegiare i drammi e le azioni violente in quanto attraggono la nostra attenzione molto più delle storie che descrivono generosità e convivenza pacifica.
Così viene riletta la fine dell’isola di Pasqua, gli esperimenti sulla crudeltà degli esseri umani di Zimbardo e Milgram (quelli delle scariche elettriche con cui persone ignare della finzione arrivavano a tormentare fino alla morte ipotetici volontari), la sconvolgente fine di una ragazza accoltellata senza che nessuno l’aiutasse e diventato un caso nazionale negli Stati Uniti e molto altro.
Tutte storie e versioni dei fatti modificate notevolmente più per sconvolgere e stupire, e dunque avere successo, che per sperimentare veramente e capire.
Bregman riporta fedelmente perfino le dichiarazioni di quegli stessi sperimentatori e divulgatori di allora che, una volta smascherati, finirono poi per pentirsi del loro lavoro di fronte alle successive, numerose ed evidenti critiche relative ai metodi e alle forzature di quegli esperimenti.
Oggi molti di quei “lavori” sono considerati “teatro” e spettacolo sensazionalistico più che seria psicologia sperimentale.
Perfino decine di ricerche svolte nei diversi dopoguerra, tutte riportate con riferimenti a prova di scettici, stanno dimostrando le conclusioni di questo libro che provo a riassumere, e mi scuso per la sintesi necessariamente approssimativa: gli esseri umani uccidono ed esercitano violenza controvoglia e in genere la evitano, siamo molto creduloni e conformisti, facciamo il male se ci fanno credere che sia un bene per la nostra comunità, i familiari, il gruppo, nelle situazioni belliche conta più l’appartenenza al proprio gruppo che le motivazioni ideologiche,
siamo diffidenti verso gli estranei solo se gli estranei sono descritti come diversi da noi, ecc. ecc.
Siamo cuccioli, afferma Bregman, siamo sulla terra da pochissimo, siamo una specie giovanissima, fino al 1800 i ¾ della popolazione mondiale era formata da servi di qualche re, imperatore, governatore, proprietario terriero. Dopo il felice e proporzionalmente lunghissimo periodo da cacciatori e raccoglitori (in tutto 70.000 anni) siamo diventati stanziali, prima agricoltori e poi produttori industriali, (i successivi 30.000 anni), per gli storici (si veda per questo anche Harari) il genere umano è diventato spesso predatore per la nascita della proprietà privata, della scarsità di risorse, dell’aumento della popolazione, ecc. Ma “ … per il 95 % della nostra storia abbiamo vissuto in modo relativamente pacifico ed egualitario. Ci siamo evoluti per collaborare e prenderci cura gli uni degli altri”
Collaboriamo perché sappiamo che è conveniente imparare gli uni dagli altri, oggi sappiamo che l’apprendimento sociale e l’integrazione è stato il vero balzo in avanti dell’Homo Sapiens Sapiens.
I drammi ci attivano e stimolano ovviamente più del bene, anche a migliorarci, ma hanno un effetto nocebo, ci abituano al male, ci stimolano l’individualismo e la sospettosità, ci rendono chiusi e sospettosi. Tanto è così per tutti, no?
Contemporaneamente a tutto questo in questo libro non mancano gli esempi proprio di come anche il solo contatto con l’altro diminuisce le differenze, scioglie le avversità e induce quel senso di appartenenza del tutto naturale nel genere umano. E non mancano nemmeno, nei capitoli finali (per es.: Un nuovo realismo, la forza della motivazione intrinseca, la vera democrazia, la miglior medicina contro l’odio, il razzismo, i pregiudizi, quando i soldati uscirono dalle trincee, dieci regole di vita … ) esempi e proposte anche attuali di come quello stesso genere umano può e deve evolversi.
Mi fermo perché i motivi per leggere questo libro di Bregman sono tantissimi e finirei per commentarlo tutto e togliere anche il gusto di una lettura avvincente e piena di sorprese che, finalmente, rivela una storia dell’umanità piuttosto diversa da quella con cui siamo tutti cresciuti.
Nel prossimo numero di Neopsiche, mi si perdoni l’autocitazione, uscirà su tematiche prossime a queste un mio articolo “Ritrovare l’umanità”, purtroppo non avevo ancora letto questo straordinario libro: sarebbe certo stato più circostanziato.

 

Lascia un commento