Che cosa vediamo di noi in loro, che non riusciamo a sopportare?
Parto da questa domanda, perché credo che tutto il resto le giri intorno.
Li chiamiamo “maranza”. Una parola comoda, che ci permette di metterli subito altrove: fuori, lontano, da un’altra parte. Ragazzini di 12, 13, 15 anni che a Milano, Torino e Bologna hanno sfondato vetrine e svuotato negozi ridendo, con il telefono in mano.
Prima di indignarci dovremmo guardare bene una cosa: sono poco più che bambini. Fino a ieri avevano lo zaino delle elementari.
Per la prima volta nella storia, a portare al centro delle nostre città il grido delle periferie non sono operai, studenti o movimenti, ma ragazzini.
Come siamo arrivati a consegnare a loro il compito di mostrarci la verità?
Nella fiaba di Andersen è un bambino a dire che il re è nudo. Ma quel bambino parlava. Questi non parlano, agiscono.
In clinica lo chiamiamo acting out: un gesto che prende il posto di una parola impossibile e che ha sempre bisogno di qualcuno che guardi. Non a caso si filmano. È una scena allestita perché qualcuno, finalmente, veda. Winnicott diceva che l’adolescente ha bisogno di qualcosa contro cui spingere, di un adulto che resista senza crollare e senza vendicarsi. Questi ragazzi hanno spinto, e dall’altra parte non hanno trovato adulti. Hanno trovato lacrimogeni e vetrine.
E guardiamo che cosa hanno preso: Foot Locker, Levi’s, Under Armour. Non le banche, non i palazzi del potere. Hanno assediato il centro commerciale, non il centro politico. Bauman, davanti alle rivolte di Londra del 2011, parlava di “consumatori squalificati”: esclusi dal rito, non vogliono abbattere il tempio, vogliono entrarci.
Nel 1972, proprio a Milano, Lacan descrisse il “discorso del capitalista”: un discorso che non tollera la mancanza, che promette di colmare ogni vuoto con un oggetto e che ha un solo comandamento, “Godi!”. Non è un invito, è un imperativo. Questi ragazzi non hanno tradito quel discorso. Gli hanno obbedito alla lettera, senza le buone maniere con cui noi adulti lo mascheriamo. Cinquant’anni fa Pasolini parlava del “genocidio culturale” delle borgate operato dal consumismo. Oggi non avrebbe nulla da aggiungere: avrebbe solo da constatare.
Ecco perché sono i nostri figli più fedeli. Il brand come identità, la visibilità come esistenza, il diritto di godere subito e senza fatica: è la nostra ideologia, e ce la restituiscono nuda. Anche il dileggio che ci fa saltare i nervi è nostro. È la risata dei reality e degli influencer, che ci torna indietro senza filtri.
Nei giorni successivi è successa una cosa che ha detto più di mille commenti. Le grandi marche hanno svuotato i loro negozi del centro. Vetrine spoglie, scaffali vuoti, manichini nudi. È comprensibile, avevano paura di nuovi assalti. Ma mi chiedo che cosa abbiamo provato davanti a quelle vetrine vuote.
Walter Benjamin, studiando i passages di Parigi, descriveva le vetrine come i templi moderni della merce: luoghi di una “fantasmagoria”, dove gli oggetti brillano di una luce che non appartiene a loro ma al desiderio di chi guarda. Marx lo chiamava feticismo della merce. Ma un feticcio funziona solo finché è esposto. Svuotata la vetrina, l’incantesimo si rompe.
E che cosa rimane? Il vuoto che quegli oggetti servivano a coprire. Per Lacan il soggetto nasce da una mancanza, e il discorso del capitalista promette di colmarla all’infinito, un oggetto dopo l’altro.
Ogni vetrina piena dice: “Non ti manca niente, basta comprare”. La vetrina vuota dice la verità: la mancanza c’è ancora, nessun oggetto l’ha mai colmata davvero.
Per qualche giorno, nel cuore di Milano, il capitalismo si è ritirato. Non per una rivoluzione, ma per paura di ragazzini.
Mark Fisher scriveva che è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo. Per un attimo l’abbiamo vista, e non è stata una liberazione, è stata un vuoto.
E quel vuoto ci ha fatto paura.
C’è poi un dettaglio che trovo vertiginoso. Una vetrina vuota smette di mostrare le merci e torna a essere uno specchio. Chi passava nelle vie del lusso in quei giorni non vedeva più borse e scarpe: vedeva se stesso.
Ma c’è di più, ed è qui che l’indignazione dovrebbe cambiare bersaglio. Chi vive in periferia non è benestante. Le famiglie di questi ragazzi, spesso con un solo genitore, lavorano tanto e vengono pagate poco, dentro un mondo che le usa e non le vuole. Un’ingiustizia così non resta al suo posto: prima o poi straborda.
E straborda ovunque. Le periferie oggi sono intere regioni del mondo. I luoghi di guerra sono diventati la periferia del pianeta, città rase al suolo che scorrono sui nostri schermi tra un video di cucina e una pubblicità.
Questi ragazzi crescono dentro quel flusso, in cui guerra, lusso e miseria stanno sulla stessa superficie e passano alla stessa velocità, e nessuno li aiuta a dare un senso a niente di tutto questo.
Non giustifico nulla. La violenza va fermata e i limiti vanno dati, perché anche il limite è una forma di cura.
Ma diffido di un’indignazione che ci assolve troppo in fretta. Se sono mostri, sono cresciuti nella nostra casa, nutriti con i nostri desideri, educati dai nostri schermi.
Il re è nudo, e per dircelo abbiamo dovuto aspettare dei bambini.
E allora, davanti a quelle vetrine vuote che ci restituiscono il nostro riflesso, torno alla domanda da cui sono partita, l’unica che conta davvero: che cosa vediamo di noi in loro, che non riusciamo a sopportare?
Gloria Volpato
