I partner di una coppia si ritrovano in una performance eroica: devono essere atleti sessuali, genitori reciproci dei loro bambini interiori, migliori amici e terapeuti dei reciproci sintomi. Portato all’estremo, il matrimonio romantico, diventa una via di salvezza, quasi la sostituzione una religione tradizionale.
Nessuna relazione può sopportare un tale peso.
(Micheal Vincent Miller, Intimate Terrorism)
Immagina di essere in un cerchio di persone: chi vedi meglio e chi vedi peggio? Ebbene si, scopriamo che più le persone sono vicine a noi e meno bene le vediamo. In altre parole, più le relazioni sono intime e meno le conosciamo.
A pensarci bene è proprio dalla non conoscenza che parte la pulsione iniziale quando ci innamoriamo.
Quando abbiamo incontrato il nostro partner la nostra voglia di amare l’ha preceduto. E dato che il bisogno inventa la sua soluzione, la nostra brama d’amore ha trasformato il rospo in un essere celestiale, intorno al quale si è cristallizzato il nostro desiderio.
Finché entrambi i partner continuano a condividere questa specie di fissazione, a credere in questa precaria bolla di sapone che è l’amore, tutto procede benissimo.
Ma prima o poi il conto di questo sforzo, di questa rinuncia a loro stessi per mantenere intatta la bolla, si presenta.
Uno dei lati ironici dell’amore è che siamo seduttori molto più convincenti quando l’oggetto delle nostre attenzioni non ci attrae poi così tanto. L’intensità del desiderio, invece, soffoca in noi disinvoltura e spontaneità e l’attrazione provoca in noi un senso di inferiorità nel confronto con la perfezione che abbiamo attribuito all’essere amato.
Così iniziamo a mentire per essere amati. Le bugie dette per amore portano con sé l’assunto perverso “Se non mento, non posso essere amato”. Si tratta di un atteggiamento che vede nella seduzione la rinuncia a tutte le caratteristiche personali che potenzialmente potrebbero essere divergenti e quindi entrare in conflitto con la perfezione dell’amato o dell’amata. La seduzione è una forma di recitazione: proprio come l’attore deve intuire le aspettative degli spettatori, anche al seduttore è richiesto di percepire i desideri dell’amato o dell’amata.
Perché la verità è che dentro di noi nascondiamo una quantità di inconfessate, contrastanti emozioni, stratificazioni di comportamenti infantili, su cui abbiamo scarso se non nullo controllo.
I problemi iniziano quando per istinto di sopravvivenza queste parti di noi che abbiamo rinnegato per tenere in piedi la recita iniziano ad emergere.
Queste parti vere che sono in noi, che sanno che in fondo abbiamo messo all’opera un inganno, inizieranno a svelarlo per recuperare un senso di realtà e di uguaglianza all’interno della relazione. Così sarà inevitabile che nel tempo si affacceranno i sospetti che il nostro amato o la nostra amata sia soltanto il frutto di un’allucinazione che ci siamo inventati per prevenire l’inevitabile crollo che avremmo avuto, o avremmo, se fossimo privi di quell’amore che dà una costante conferma di noi stessi.
Inizieremo allora a dubitare: come può il mio amato o la mia amata basare la sua vita emotiva su un bugiardo/bugiarda come me?
Sosteneva Albert Camus che noi ci innamoriamo perché dall’esterno gli altri ci appaiono tanto più completi, compatti sia dal punto di vista fisico che emotivo, mentre soggettivamente noi ci sentiamo così dispersi e confusi, privi di una storia coerente, di una personalità salda, di una direzione predeterminata.
Ecco il paradosso: vedere il proprio amore ricambiato è la prova dello scarso valore dell’amato. “Ma tu perché mi ami?” è la domanda che poniamo con una certa frequenza al nostro partner perché increduli del dono che non riusciamo a capire veramente o a meritare. E la risposta “Perché tu sei tu” fa pericolosamente oscillare l’amato tra esaltazione e depressione.
Ed Ecco spiegato perché chi afferma di amarci possa covare allo stesso tempo ostilità e risentimento apparentemente ingiusti.
Questa è in sintesi la visione pessimistica di una corrente di pensiero molto diffusa in occidente, secondo cui l’amore, in definitiva, non può che essere raffigurata come una pratica unilaterale, dove il desiderio fiorisce fintanto che è impossibile vedere restituito l’amore, e si esaurisce nel momento in cui si consegue lo scopo cioè il possesso dell’amato.
Posta così la questione non può che portarci a dire che ogni amore è destinato a finire. Ed in effetti, statistiche alla mano, 2 coppie su quattro non sopravvivono a questo processo di idealizzazione-svalutazione, ed in molti casi di mostrificazione, l’uno dell’altra.
Quando i partner si sono incontrati hanno iniziato a vivere in un tempo futuro per alimentare, in contrasto con il presente, una vita ideale, per rassicurarsi nell’attesa, nel di là da venire. Il “Vissero Felici e Contenti” li orientava per evitare di impegnarsi in un presente imperfetto che avrebbe comportato un disvelamento di ciò che eravamo davvero e magari sperimentare parecchia vergogna insieme alla perdita del Grande Sogno di Coppia.
Ed ora? Ora c’è un sottile senso di mancanza per quell’oggetto d’amore un tempo apprezzato. Sentono la difficoltà sia di allontanarsi che di avvicinarci. Vivono in orbita.
Una volta che il partner ha cominciato a perdere interesse, non c’è apparentemente nulla che l’altro possa fare per arrestare il processo. La ritirata soffre sotto una coltre di reticenza: un’innominabile questione al centro della relazione: Ti desidero/non ti desidero.
La fine del dialogo è argomento difficile da affrontare, se entrambe le parti non hanno il vero desiderio di ripristinarlo. Così l’innamorato si trova in una situazione disperata: l’incanto e la seduzione sembrano esauriti, non resta che l’irritazione. E’ a questo punto che inizia il Terrorismo Romantico: nel disperato tentativo di riconquistare il partner, l’innamorato ricorre ad una serie di stratagemmi (malumore, gelosia, senso di colpa, tenere il broncio, silenzi, ghosting) messi in atto nel tentativo di costringere il partner a ricambiare l’amore: “Tu mi devi amare”, sostiene il terrorista romantico, “ti costringerò ad amarmi tenendoti il muso o provocando la tua gelosia”. L’attività terroristica ha lo scopo di strappare con la forza il riconoscimento che non è stata in grado di ottenere naturalmente, portando il partner ad alienarsi ulteriormente. Tale attività terroristica affonda le radici in una rabbia infantile, la rabbia per la propria impotenza verso un avversario più forte.
Chi tiene il broncio è un essere complicato, che lancia messaggi molto ambigui, che pretende aiuto e attenzione, ma allo stesso tempo li respinge se gli vengono offerti, che vuole essere compreso senza dover parlare.
Ma ecco il paradosso: se l’amore a questo punto è ricambiato, allora è sospetto e il terrorista romantico non può che lagnarsi: “Sono io che ti ho costretto ad amarmi, quindi non posso accettare questo amore, perché non è offerto spontaneamente”.
Così si arriva alle battute finali perché la morte di un amore a questo punto non si può più arrestare. È sorprendente il fatto che chi respinge sia spesso etichettato come malvagio e colui che è respinto si ritrovi nel ruolo del buono. Ed il dolore spinge entrambi i partner a cercare un colpevole nella controparte. Ma si può incolpare qualcuno per il fatto di amarci o non amarci più? E’ una faccenda che va oltre la possibilità di scelta di un individuo.
Confusi e prostrati dal dispiacere, nel tentativo di spiegare il caos, i protagonisti di questa storia d’amore si chiedono con ossessione: “Perché a me? Perché questo? Perché ora?” e ripercorrono in rassegna il passato alla ricerca di cause, segnali premonitori, colpe, qualsiasi indizio possa costituire una ragione dell’irragionevolezza che li circonda, qualsiasi balsamo che possa lenire la ferita inferta, qualcosa per collegare eventi disparati, uno schema da sovrapporre a punti e linee casuali della propria vita amorosa.
E, ovviamente, se si cercano presagi, siano essi buoni o cattivi, i due non avranno difficoltà a trovarne.
Solo accedendo ad un lavoro di indagine personale, i partner potranno scoprire che dietro alla loro storia d’amore c’era una trama scritta nei primi mesi delle loro vite. Che il motivo per cui hanno scelto quel partner non era per la forma del suo sorriso ma perché riconoscevano nell’altro un temperamento adatto al ruolo del proprio copione genitore/figlio: alla radice di questa scelta c’era il desiderio di trasformare il partner inadeguato sulla traccia di una fantasia infantile di cambiare i genitori in altri più prodighi di attenzioni.
È grazie a questa scoperta, a questa riconnessione con i bambini che sono stati che essi hanno la possibilità di intraprendere la strada dell’individuazione. L’identità forgiata dal “Noi” lascia spazio ad un ritorno a loro stessi che implica una totale reinvenzione, un percorso di alleggerimento di pesi del passato che avevamo portato nella loro relazione.
Si fa strada dentro di loro l’insegnamento, il dono, che quella storia d’amore ha portato e per non continuare a ripeterla come mosche che ritornano dementi a picchiettare contro i vetri delle finestre, incapaci di capire che il vetro, per quanto trasparente, non può essere attraversato.
Hanno capito che quella caotica oscillazione tra idealizzazione e delusione, quell’instabile condizione dove sensazioni di estasi e beatitudine si mescolavano con un senso di soffocamento e nausea, quell’impressione di aver finalmente trovato la risposta insieme alla sensazione di non essere mai stati così disorientati si chiamava Amore Immaturo.
Non Accettando compromessi, l’Amore immaturo li stava portando dritti alla morte.
E così cominciano a chiedersi: “come si può convertire l’amore in un’esperienza meno dolorosa e più salutare?”
