Quest’estate mi sono imbattuta in alcune esperienze apparentemente banali che, però, hanno fatto riemergere in me memorie dolorose e scatenato forti reazioni di rabbia.
Lavorandoci un po’ sopra, ho riscoperto la potenza della legge del “ritorno del rimosso” teorizzata da Freud: attraverso piccoli episodi quotidiani agiti da persone in totale buona fede, la vita ci consegna l’invito a guardare ciò che è ancora irrisolto dentro di noi.
Non è stato semplice. Ho impiegato del tempo a digerire ciò che provavo e, soprattutto, a perdonarmi la vergogna per le mie reazioni esagerate. Con il sostegno della Self-compassion — avevo con me il libro di Kristin Neff — ho imparato a prendermi cura delle mie ferite, distinguendole dal giudizio che avevo su me stessa.
Il vero apprendimento, però, è arrivato dopo. Con alcune persone c’è stata la possibilità di una riconciliazione, grazie alla condivisione sincera del mio processo interiore, e ho potuto sentire la qualità della relazione fare un salto in avanti. Con altre non è stato possibile: la mia richiesta era evidentemente percepita come “ un troppo”. Qualcun altro, ancora, è rimasto in silenziosa osservazione, comunicandomi a suo modo rispetto e risonanza.
Qualunque fosse la reazione di ciascuno, ho scoperto che attraversare ciò che mi accadeva mi permetteva di vedere meglio sia me stessa che gli altri.
La compassione, per sua natura, è relazionale: ha il potere di riportarci nello spazio della riconnessione e dell’accettazione reciproca, generando un senso di gratitudine.
Questo è possibile perché riconosciamo che l’esperienza umana è imperfetta. E infatti diciamo spesso: “È solo umano” per consolare qualcuno.
Albert Einstein, in Annus Mirabilis, scriveva:
> “Un essere umano è parte del tutto, che chiamiamo Universo, una parte limitata nel tempo e nello spazio. Sperimenta se stesso, i propri pensieri e sentimenti come qualcosa di separato dal resto: una sorta di illusione ottica della coscienza. L’illusione è una prigione per noi, che ci restringe ai nostri desideri personali e all’affetto per poche persone intorno a noi.
Il nostro scopo deve essere quello di liberarci da questa prigione, ampliando il nostro circolo di compassione fino ad abbracciare tutte le creature viventi e la natura intera nella sua bellezza.”
Ecco la rielaborazione poetica che ne ho fatto:
Siamo tutti sulla stessa barca
A volte basta un gesto minimo,
una parola distratta,
e il passato bussa alla porta
con la forza di un uragano.
Ciò che avevo nascosto
ritorna,
chiede di essere visto,
mi costringe a guardarmi
senza veli.
Ho conosciuto la rabbia,
la vergogna di reazioni troppo grandi,
eppure, tenendomi la mano
con la dolcezza della compassione,
ho separato la ferita dal giudizio.
Allora qualcosa si apre:
c’è chi si avvicina
e la riconciliazione diventa ponte,
c’è chi si allontana
perché non può reggere il peso,
c’è chi resta in silenzio
ma mi dona il suo rispetto.
Ogni incontro, ogni distanza,
ha rivelato un pezzo di me
e degli altri.
La compassione è questo:
ricordarci che siamo umani,
imperfetti,
legati dallo stesso mare.
Ed è in quell’abbraccio invisibile
che la gratitudine
ci riconsegna all’universo.
