Urbex e vuoti di senso: quando i giovani esplorano ciò che gli adulti hanno chiuso

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La morte di Daniel Esteban Camera Garcia, diciannove anni, caduto in una botola all’interno dell’ex cementificio Italcementi di Alzano Lombardo, ha scosso la comunità bergamasca. Una tragedia che ha il sapore amaro dell’incomprensione tra generazioni: per molti adulti, l’“urban exploration” – l’avventurarsi di notte in edifici abbandonati – appare un gesto sconsiderato; per molti adolescenti, invece, è un linguaggio, una forma di ricerca, una chiamata all’esplorazione in un mondo che offre sempre meno spazi autentici di libertà.
Nella clinica dell’adolescenza, esplorare spazi inaccessibili non è solo una curiosità: è un sintomo di una fame di vita, di identità e di spazi simbolici che spesso il mondo adulto non è più in grado di offrire.
🧿Il bisogno di esplorare l’ignoto
Il desiderio di varcare confini proibiti accompagna da sempre la crescita. Lo psicologo Erik Erikson descriveva l’adolescenza come la fase della “crisi d’identità”, in cui il giovane sperimenta ruoli e limiti per costruire un senso di sé. Quando questa esplorazione non trova contenitori sicuri – genitori, insegnanti, comunità capaci di accogliere la spinta alla scoperta – essa si sposta verso territori più rischiosi.
Il fenomeno dell’“urbex” – l’esplorazione urbana di luoghi abbandonati – risponde, in parte, a questo impulso.
È una metafora potente. Gli adolescenti entrano fisicamente in spazi che gli adulti hanno dimenticato, come se tentassero di riabitare le rovine del nostro mondo. Cercano vita dove gli adulti hanno lasciato solo vuoti.
🧿Spazi negati, identità sospese
Secondo lo psicanalista Umberto Galimberti, la società contemporanea “ha disinnescato l’adolescenza”, trasformandola in una lunga attesa senza riti di passaggio. I ragazzi non trovano più luoghi dove misurarsi con la paura, il rischio, l’errore — esperienze fondamentali per costruire il proprio limite.
La scuola è spesso improntata alla performance, non alla scoperta; la famiglia, invece, tende a proteggere o a controllare, senza accorgersi che così sottrae ai figli la possibilità di conoscersi davvero.
L’esito è una generazione di giovani che si muove in una realtà iperconnessa ma povera di esperienze reali: non possono esplorare il mondo, allora esplorano ciò che è rimasto ai margini: fabbriche, manicomi, luoghi silenziosi dove la vita si è ritirata.
🧿Il rischio come linguaggio del limite
Il filosofo Byung-Chul Han descrive la nostra epoca come la “società della trasparenza”, dove tutto è visibile, ma nulla è più misterioso. Forse per questo, il pericolo diventa l’ultima frontiera dell’esperienza autentica.
“Quando non c’è più mistero,” scrive Han, “ci si espone per sentire di esistere.”
Così, l’urbex diventa una sorta di rito iniziatico autogestito, un modo per sentire il battito della vita in un mondo che ha sterilizzato ogni emozione.
Non si tratta solo di sfida o trasgressione: è la richiesta disperata di un contatto con il reale, di un’esperienza che non sia mediata da schermi, voti o aspettative.
🧿Il ruolo degli adulti: riaprire gli spazi chiusi
La vera domanda non è perché questi ragazzi entrano in luoghi abbandonati, ma quali luoghi abbiamo lasciato loro da abitare.
Se gli adulti chiudono gli spazi simbolici dell’infanzia e della scoperta, i giovani andranno a cercarli altrove — anche a rischio della vita.
Lo psicanalista Massimo Recalcati invita a “non educare al divieto, ma al desiderio”. Significa insegnare ai ragazzi che la libertà non è l’assenza di limiti, ma la possibilità di muoversi dentro di essi, di esplorare in presenza di una guida.
Come sosteneva Donald Winnicott, i giovani hanno bisogno di “spazi potenziali”, luoghi reali o simbolici dove la fantasia possa incontrare il mondo senza distruggersi.
🧿Ritrovare la prossimità
La tragedia di Alzano non è solo la storia di una caduta fisica, ma anche la rappresentazione di un vuoto relazionale. Un ragazzo che esplora un edificio abbandonato è anche un figlio che cerca adulti presenti, ma non invasivi; maestri capaci di accompagnare, non solo di giudicare.
Creare spazi di dialogo, laboratori esperienziali, attività che permettano ai ragazzi di “sporcarsi le mani” nel reale può restituire senso a quell’energia esplorativa che, se non trova forma, rischia di diventare pericolo.
Daniel Garcia cercava forse ciò che tutti i ragazzi cercano: un luogo dove sentirsi vivo, libero, parte di un mondo che ancora non capisce.
L’urbex, con le sue ombre e la sua fascinazione, ci ricorda che l’adolescenza non è un problema da risolvere, ma un territorio da accompagnare.
Sta agli adulti – genitori, educatori, comunità – riaprire quegli spazi chiusi, fisici e simbolici, perché nessun ragazzo debba più rischiare la vita per sentirsi vivo.
Alessandra Beria
psicoterapeuta e responsabile dell’ #AmbulatorioAdolescenti del Centro Divenire di Bergamo.
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